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Intervista ad Emanuele, volontario internazionalista in Rojava

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Di Mattia Gallo

 

 

Emanuele è uno studente di 23 anni dell’Università della Calabria che ha trascorso 10 mesi nel Kurdistan Siriano a partire dall’ottobre dello scorso anno. E’ stato coinvolto come volontario internazionalista nelle attività del Syrian Democratic Forces a fianco della rivoluzione del confederalismo democratico che da qualche anno sta dando esempio di modello di vita comunitario, libero, egualitario, democratico. Il Rojava fino a pochi giorni fa è stato sotto il fuoco della guerra mossa dal califfo turco Erdogan. Oggi Emanuele è attivo all’Unical in un collettivo politico universitario che si chiama “Azadì”, che in curdo appunto vuol dire “Libertà”, ed ha risposto in esclusiva ad alcune domande per Voce Ribelle.

Perché hai deciso di andare in Rojava?

Ho deciso di andare nel nord della Siria perché mi sono sentito vicino agli ideali che stanno animando la Rivoluzione del Rojava, ideali che hanno sempre fatto parte del mio percorso politico ed umano. Era da qualche anno che ragionavo sull’idea se andare o meno, poi nell’inizio del 2018 c’è stato l’attacco dell’esercito turco ad Afrin ed allora ho pensato di non tergiversare e recarmi subito in Rojava. A metà ottobre mi sono ritrovato nel Kurdistan siriano.

Cosa hai fatto nel Kurdistan Siriano?

In Kurdistan ho svolto attività di addestramento militare, che dal mio punto di vista è un prerequisito necessario per difendere la rivoluzione. Sono stato coinvolto nelle attività delle Unità di Protezione del polo, lo YPG – Internazionale, insieme ad altri attivisti accorsi come me principalmente dall’Europa ed occidente (dagli USA c’erano alcuni ex marines dell’esercito americano) in generale, ma c’erano anche persone provenienti dall’America Latina, dalla Cina, dalla Corea del Sud. Quando però è cessata la guerra contro l’Isis (chiamato Daesh in Kurdistan), ho deciso di entrare in contatto più direttamente con la società curda per capire come funzionasse effettivamente il modello del confederalismo democratico. Sono stato più volte a cena o a pranzo di famiglie curde, ho visto quindi degli spaccati di società reale. Naturalmente continuavo ad essere coinvolto in attività come la costruzione di strutture difensive come tunnel. Sono stato impegnato in una campagna internazionale come “Make Rojava Green Again” insieme alla Comune Internazionalista del Rojava, attraverso cui abbiamo piantato alberi e dato vita ad una riforestazione di zone desertificate.

Cosa ti ha colpito maggiormente della tua esperienza diretta a contatto con il confederalismo democratico?

La vita della comune internazionalista mi è piaciuta molto, di fatto provavamo a creare una vera e propria comune tra di noi, e non posso dimenticare situazioni emozionanti come i canti intorno al fuoco dove ogni gruppo di attivisti cantava un canto di lotta o contestazione del proprio paese: i catalani il loro, i “terroni” del sud italia il loro etc etc. Per quanto riguarda tutti i popoli coinvolti nel confederalismo, mi ha colpito la loro forte coesione sociale a dispetto delle origini: riescono a coesistere insieme popoli di varie etnie e religioni, cosa che non è affatto scontata. Solo prima dell’esperimento del confederalismo democratico, che è nato da pochi anni, c’era molta più tensione, se non scontri veri e proprie tra le diverse culture presenti nella Siria del Nord. Non posso dimenticare ad esempio quando un incendio che stava minacciando un villaggio armeno, è stato difeso da persone curde e mussulmane provenienti da altri villaggi limitrofi. E ricordo che si tratta di incendi dolosamente appiccati da Daesh, che hanno prodotto milioni di dollari di danni alla popolazione del Rojava. E poi sono stato colpito dal metodo del Tek Mil: si tratta di discussioni di critica e di auto – critica che avvengono nelle strutture organizzate, come l’esercito o le scuole per mettersi in discussione e crescere individualmente e come collettività, che avvengono ad esempio nelle forze armate, nelle scuole, università, in tutte le strutture rivoluzionarie.

Cosa pensi succederà adesso in Kurdistan, dopo l’attacco di Erdogan e l’interposizione dell’esercito russo al confine Turco – Siriano? Come pensi che l’occidente possa contribuire a contrastare la guerra sanguinaria di Erdogan contro il Kurdistan?

Ci sono molte variabili, e non è facile capire quello che succederà. Quello di cui possiamo essere sicuri è che le strutture confederali del Kurdistan siriano difenderanno la rivoluzione ad ogni costo. E questo è perché la società del Kurdistan siriano è legata ad un’ideale di vita che non coincide solo con il territorio fisico. Lo stato turco potrà anche occupare spazi fisici territoriali, ma il popolo del Rojava non rinuncerà mai alle istituzioni democratiche, ci sarà sempre resistenza.  La Russia ha dichiarato di impegnarsi per far rispettare il cessate il fuoco, ma questo per proteggere gli interessi di Assad, dati gli stretti legami che intercorrono tra i russi e la Siria. La Russia si è presa questo impegno, ma dalle notizie arrivate nelle ultime ore sappiamo che non è rispettato: l’esercito turco e jihadista stanno continuando ad attaccare, l’esercito siriano è in ritirata, e l’SDF continua ad essere presente sul campo.  Le persone in occidente possono dare una mano partecipando alle campagne di boicottaggio ad esempio boicottando il turismo in Turchia, boicottare le aziende turche, boicottare le aziende italiane che hanno investimenti in Turchia, chiedere alle proprie istituzioni, locali e nazionali, di condannare la situazione di guerra. I governi potrebbero ad esempio impegnarsi a non vendere più armi alla Turchia, e non solo con annunci.

Il noto fumettista Zero Calcare nel suo libro “Kobane Calling”, dopo essere stato in Rojava risponde alla fine del libro ad una domanda che viene posta all’inizio del suo fumetto .“Vivresti mai in Rojava?” è la domanda, e lui risponde con un secco no (adducendo ovviamente le sue motivazioni in modo articolato). Cosa risponderebbe Emanuele alla stessa domanda?

(Ride ndr)E’ una risposta che meriterebbe giornate. Credo che comunque anche se dicessi che “vorrei vivere a Cuba”, sarebbe comunque un’ipotesi, seppure desiderata, da andare ad accostare a dei ragionamenti più ponderati. Ed in qualche modo anche io, come Zerocalcare con il suo quartiere di Roma, mi sento legato alla Calabria. Innanzitutto quella in Roajava è una vita condizionata da una situazione di guerra non indifferente. Ma poi in Rojava è presente una cultura molto diversa da quella occidentale, potrei dire sia nel bene che nel male, ma sbaglierei, perché è diversa da quella occidentale semplicemente. I comportamenti diffusi potrebbero sembrare rigidi,conservatori. Ma non dimentichiamoci che è una società che si sta liberando. Non è un modello di democrazia bello che fatto. Come disse Chou Enlai (importante dirigente del partito comunista cinese e capo di governo della Cina dal 1949 al 1976) quando gli fu chiesto cosa pensava a proposito del significato della rivoluzione francese (attuata nel 1789): “troppo presto per dirlo”.

 


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