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Sai cos'è lo spread? Intervista ad Andrea Fumagalli

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“Sai cos’è lo spread? – Lessico economico non convenzionale” (edizioni Mondadori) è il libro pubblicato a maggio 2012 scritto da Andrea Fumagalli, professore di Storia dell’Economia politica, Economia politica della conoscenza e Teoria dell’impresa all’Università di Pavia. E’ vicepresidente dell’associazione Bin-Italia (Basic Income Network), collabora con la rete UniNomade ed è tra i fondatori della rete San Precario. I libro contiene un’analisi critica di termini e concetti oggi molto diffusi nel linguaggio quotidiano e provenienti dal mondo dell’economia,  considerando che tale disciplina “non è una scienza oggettiva, garantita da “esperti” che ne sanciscono i dogmi. L’economia è una scienza sociale, e come qualsiasi scienza sociale è soggetta a diverse, talora contrastanti, interpretazioni”. Il libro, dunque “nato per fornire una chiave d’accesso ai fenomeni economici legati alla crisi, è, al tempo stesso un prontuario e una presa di posizione: perché capire è – per tutti – una forma di libertà e di potere”. Il professore Fumagalli ha risposto ad alcune domande sulla sua ultima pubblicazione. 

Intervista di Mattia Gallo ad Andrea Fumagalli

In questi ultimi cinque anni di crisi abbiamo assistito ad una diffusione di termini legati al mondo dell’economia e  riferiti a fenomeni, soggetti, scelte economico – politiche, (come ad esempio spread, agenzie di rating, fiscal compact), descritti come dotati di oggettività, neutralità, scientificità e carattere salvifico. Ed intanto le politiche di austerità minano i diritti sociali ed attaccano i beni comuni. Quali sono i passaggi storici ed i tratti salienti che hanno portato a questa situazione?

E’ a partire dalla crisi del paradigma fordista e conseguentemente delle politiche keynesiane, che le (presunte) leggi dell’economia mainstream hanno cominciato ad assumere un ruolo sempre più autonomo (e dominante) sulle questioni della politica e del diritto. La crisi della politica e delle sue forme rappresentative maturate dalla borghesia novecentesca e dalle lotte del secondo dopoguerra ha lasciato spazio  all’egemonia cultura e tecnica del pensiero neoliberista, secondo il quale lo scambio di libero mercato viene supposto l’unico modo efficiente di regolazione della produzione e della distribuzione. Le prime avvisaglie storiche sono riscontrabili nell’ascesa al governo inglese e statunitense di Reagan e Thatcher e la svolta monetarista della Federal Reserve che ha siglato il passaggio dall’egemonia economica keynesiana a quella monetarista. Ne è conseguito il “divorzio” tra governo e Banca Centrale, preludendo a quell’autonomia della Banca Centrale, che ha accompagnato il processo di finanziarizzazione e ha imposto la piena liberalizzazione dei movimenti di capitali. Di conseguenza è cominciato il processo di smantellamento del ruolo pubblico nell’economia e quindi l’indicazione di politica economica di tenere sotto controllo i disavanzi pubblici. L’Europa di Maastricht è stata costruita secondo questa logica. Le politiche di austerity sono il frutto di questa svolta.

 

 

Cosa si intende per bioeconomia?

 

Per bioeconomia si intende il regime di valorizzazione capitalistica che si fonda sempre più sullo sfruttamento delle facoltà vitali degli individui. Ciò consente un estensione della base dell’accumulazione, ampliando la base del lavoro produttivo (in modo diretto e indiretto), inglobando sempre più quelle forme che un tempo (quello fordista) venivano considerate improduttive (e quindi non remunerate)

 

In che termini l’attuale forma del capitalismo (biocapitalismo cognitivo) si è impossessato dei corpi, e quali sono i suoi effetti sull’individuo?

Con il passaggio dal capitalismo fordista al biocapitalismo cognitivo, il rapporto sociale rappresentato dal capitale tende a traslare dal rapporto tra forza-lavoro e macchine a quello tra mente e corpo, tra cervello e cuore, ovvero a divenire tutto interno all’essere umano. Ma, lungi dall’essere il capitale che si “umanizza”, è la vita degli individui, con le sue singolarità multiple e le differenze, ad essere resa “capitalizzabile”. E’ l’esito di cambiamenti strutturali che possiamo riasumere nei seguenti punti:

             La produzione di ricchezza non più è fondata solo ed esclusivamente sulla produzione materiale ma si basa sempre più su elementi di immaterialità, vale a dire su “merci” intangibili, difficilmente misurabili e quantificabili, che discendono direttamente dall’utilizzo delle facoltà relazioni, sentimentali e cerebrali degli esseri umani;

             La produzione di ricchezza non è più fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro, a prescindere dal tipo di bene prodotto. L’attività di produzione si attua in diverse modalità organizzative, caratterizzate da una struttura a rete, grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione linguistica e delle tecniche di trasporto. Ne consegue uno scompagimento della tradizionale forma gerarchica unilaterale interna alla fabbrica che viene sostituita da strutture gerarchiche che si attuano sul territorio lungo filiere produttive di subfornitura, caratterizzate da cooperazione (raramente) e/o comando (spesso);

             La prestazione lavorativa si modifica sia quantitativamente che qualitativamente. Riguardo le condizioni di lavoro, si assiste ad un aumento degli orari di lavoro e, spesso, ad un cumulo di mansioni lavorative, al venir meno della separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita, ad una maggior individualizzazione dei rapporti di lavoro. Inoltre la prestazione lavorativa acquista sempre più carattere di immaterialità: l’attività relazionale, di comunicazione e cerebrale sono sempre più presenti ed importanti. Tali attività richiedono formazione, competenze ed attenzione: la separazione tra mente e braccia, tipica della prestazione taylorista, si riduce sino a sviluppare un connubio di routines e di intensa partecipazione attiva al ciclo produttivo. Alla divisione tradizionale del lavoro per mansioni si aggiunge la divisione dei saperi e delle competenze, aumentando il grado di assoggettamento del/la lavoratore/trice ai tempi del processo produttivo. Tale assoggettamento non è più imposto in modo disciplinare da un comando diretto, il più delle volte viene introiettato e sviluppato tramite forme di condizionamento e di controllo sociale. L’individualismo contrattuale che ne consegue rappresenta la cornice istituzionale giuridica, al cui interno il processo di emulazione e di competizione individuale tende a diventare la linea-guida del comportamento lavorativo. Tutta la vita viene piegata alla produzione: dalla sussunzione reale del taylorismo si passa alla compresenza della sussunzione formale e della sussunzione reale sussunzione reale bio-capitalismo cognitivo. Dall’economia si passa alla bioeconomia. Lo sfruttamento aumenta e non riguarda solo il tempo di lavoro (che, non a caso, si allunga) ma anche e soprattutto il tempo di vita. Anzi la distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro tende ad annullarsi così come la separazione tra produzione e riproduzione e tra produzione e consumo.

Media e rappresentanti del mondo politico hanno sovente descritto la crisi come un evento catastrofico meteorologico che ha distrutto i campi agricoli di sostentamento del villaggio globale, ed è quindi necessario fare sacrifici per andare avanti. Si tratta del concetto della “scarsità”, utilizzato per giustificare manovre draconiane senza le quali si dice, ci sarebbe la catastrofe…

Niente di più falso. Se nel biocapitalismo cognitivo, la valorizzazione deriva dall’utilizzo sempre più pervasivo della conoscenza (in senso lato), alla base delle economie di apprendimento, e dalla sua definizione spaziale (più in ambito virtuale che geografico), alla base delle economie di rete, l’economia della scarsità non ha più senso. Le merci conoscenza e spazio infatti non sono scarse, ma tanto più abbondanti quanto più esse sono scambiate.

 

E’ importante descrivere la precarietà (uno dei termini presenti nella sezione del libro “Lessico economico – politico”) non solamente come una semplice condizione di povertà – miseria?

 

Assolutamente sì. Nel nuovo capitalismo, la condizione di precarietà assume forme nuove. Il lavoro umano nel corso del capitalismo è sempre stato caratterizzato da precarietà più o meno diffusa a seconda della fase congiunturale e dei rapporti di forza di volta in volta dominanti. Così è successo in forma massiccia nel capitalismo pretaylorista e così è stato, seppur in forma minore, nel capitalismo fordista. Ma, in tali periodi, si è sempre parlato di precarietà della condizione di lavoro, in quanto lo svolgimento di un lavoro prevalentemente manuale implicava in ogni caso una distinzione tra il tempo della fatica e il tempo del riposo, cioè tra tempo di lavoro e tempo di vita, inteso come tempo di non lavoro o tempo libero. La lotta sindacale del XIX e del XX secolo è sempre stata tesa a ridurre il tempo di lavoro a favore del tempo di non lavoro. Nella transizione dal capitalismo industriale-fordista a quello cognitivo, il lavoro digitale e immateriale si è sempre più diffuso sino a definire le modalità principali della prestazione lavorativa. Viene meno la separazione tra uomo e la macchina che regola, organizza e disciplina il lavoro manuale. Nel momento stesso in cui il cervello e la vita diventano parte integrante del lavoro, anche la distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro perde senso.  Ecco allora che l’individualismo contrattuale, che sta alla base della precarietà giuridica del lavoro, tracima nella soggettività degli stessi individui, condiziona i loro comportamenti e si trasforma in precarietà esistenziale.

Nel capitalismo cognitivo, la precarietà è, in primo luogo, soggettiva, quindi esistenziale, quindi generalizzata. È condizione strutturale interna al nuovo rapporto tra capitale e lavoro immateriale, esito della contraddizione tra produzione sociale e individualizzazione del rapporto di lavoro, tra cooperazione sociale e gerarchia.

La precarietà è condizione soggettiva in quanto entra direttamente nella percezione dei singoli in modo differenziato a seconda delle aspettative, degli immaginari e del grado di conoscenza (cultura) posseduti.

La precarietà è condizione esistenziale perché è pervasiva e presente in tutte le attività degli individui e non solo nell’ambito strettamente lavorativo, per di più in un contesto dove è sempre più difficile separare lavoro da non lavoro. Inoltre, perché l’incertezza che la condizione di precarietà crea non trova alcuna forma di assicurazione che prescinda dal comportamento degli stessi individui, a seguito del progressivo smantellamento del welfare state.

La precarietà è condizione generalizzata perché anche chi si trova in una situazione lavorativa stabile e garantita è perfettamente cosciente che tale situazione potrebbe terminare da un momento all’altro in seguito a un qualsiasi processo di ristrutturazione, delocalizzazione, crisi congiunturale, scoppio di una bolla speculativa, ecc. Tale consapevolezza fa sì che il comportamento dei/le lavoratori/trici più garantiti sia di fatto molto simile a quello dei/le lavoratori/trici che vivono oggettivamente e in modo diretto una situazione effettivamente “precaria”. La moltitudine del lavoro è così o direttamente precaria o psicologicamente precaria.

Il lavoro cognitivo-relazionale di oggi esprime una condizione di “potenza”, non è definibile in termini di carenza, sottrazione, miseria. Proprio per questo, la precarietà viene imposta e diventa nuova forma di regolazione del rapporto di lavoro, come esito di un processo di disciplinamento e repressione delle soggettività potenzialmente “eccedenti”.

 


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