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Cosenza 1647: Il popolo è patrone e fa ogni cosa

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(cartina del 1693  dell'abate Pacichelli)

 

 

Di seguito un estratto dal contributo “Per vedere occorre prima chiudere gli occhi”, di Massimo Ciglio, pubblicato nel libro “Vento del meriggio”, a cura di Franco Piperno

 

 

 

“Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio osservandissimo, il servitore più fidato di Vostra Signoria si accinge a dare conto di quanto accade in questa sperduta landa, che da un anno a questa parte sembra essere divenuta il focolaio d’ogni diatriba e dove si è fatto vero il maggior tumulto del Regno, avendo fatto un Capo quale amministra la giustizia e perseguita li nobili con levarli quanto tengono…”. Così iniziava la lettera che nel luglio del 1647 un fedele e anonimo agente del Vaticano indirizzò ai suoi superiori comunicando loro che a Cosenza (come a Napoli) i tumulti inizialmente causati da un sistema di prelievi fiscali gravoso ed iniquo, presto e inopinatamente si erano trasformati in un nuovo ordine politico – legale. I cittadini di Cosenza si erano ripresi con le armi quanto era nelle loro facoltà e quanto era loro concesso da Dio e dalla natura: mettere mano agli Statuti, cioè alle forme e ai modi della rappresentanza allo scopo di rappresentare il bonum comune. Innovazioni sociali e rinnovamento istituzionale, rivolta e nuovi statuti: rivolta per una vita diventata insostenibile per i cittadini cosentini e pressoché invisibile ai nascenti automatismi nazionali dello Stato centrale spagnolo, progetto politico perché – nonostante la vulgata che vuole quelle rivolte incapsulate al loro specifico luogo e di limitata strategia . centinaia di cosentini erano fisicamente a Napoli prima e durante i moti e la rivoluzione aveva avuto un lungo corso.

 

Ma andiamo per ordine, seguendo la ricostruzione narrata dai cronisti dell’epoca e dagli studiosi più recenti: una domenica di luglio, mentre a Napoli sta per concludersi il tumulto di Masaniello e iniziare la fase rivoluzionaria vera e propria che porterà alla Repubblica Napoletana, una vera rarità per l’Europa del tempo, a Cosenza gruppi di giovani agiati (forse gli stessi che un mese prima dell’identica azione di Masaniello – insieme ad altri “honorati et artisti ribelli” avevano impedito la riscossione delle imposte) e cittadini cosentini di estrazione più decisamente popolare riuniti nella Piazza Grande, stanchi delle solite promesse, senza che mai alle parole seguissero i fatti, avevano preso a contestare duramente le autorità comunali che, nel pieno rispetto del ruolo, promettevano impunemente d’ora in avanti mirabolanti novità fiscali. Né prima, né dopo, era il momento giusto per liquidare, una volta per sempre, i vecchi conti con la nobiltà e il ceto politico che governava la vita cittadina. Rivolgendosi direttamente ai suoi concittadini, prese la parole Giuseppe “capitan Peppe” Gervasi, il quale ripetendo che bisognava fare come a Napoli, prese a denunciare la “malignità, rapacità e superbia” dei nobili, divenuti “nemici giurati del proprio sangue” tanto da tenere “ancora oppresse le famiglie popolari”. Si trattava ora “di pigliar l’armi contro i tiranni ed esosi della patria”. Il popolo cosentino reagì con un immediato assedio al palazzo del potere, la Regia Udienza, dove una delegazione fu ricevuta dall’autorità rappresentante del re in città, il Preside, al quale furono presentate le richieste dei rivoltosi: la costituzione di un Seggio dei Viventi, l’abolizione delle tasse introdotte negli ultimi trent’anni, l’osservanza piena delle esenzioni concesse alla città da Carlo V, la restituzione dei Casali alla città. I nobili, nella figura del Sindaco, cercarono di resistere ma furono ridotti a più miti consigli dalle armi spianate. Sembrava che la rivolta avesse conseguito i suoi obiettivi nel giro di poche ore, in realtà l’obiettivo vero – la riforma degli Statuti, cioè le forme di partecipazione al governo cittadino – trovava l’opposizione più forte. I nobili le provarono tutte: dal tentativo di cooptazione di Gervasi e dei suoi più stretti collaboratori, al reclutamento di mercenari. Era il momento di ricorrere alle maniere forti: all’alba del 17 luglio i “malcontenti” si riunirono davanti la cattedrale. Capitan Gervasi “seguito et assistito da grandissimo numero di genti, così civili come plebei, per insino vignaioli delli contorni et zingari, con tutti li poveri” diede ordine di attacco: “il popolo è patrone e fa ogni cosa”. Furono saccheggiati i monasteri e date alle fiamme le case dei nobili, un appartenente alla famiglia dei Sambiase fu ucciso e dacapitato(1). Giuseppe Gervasi assunse il governo della città, i nobili e molti borghesi che non avevano partecipato alla rivolta furono processati e condannati a pagare ingenti somme. Qualche giorno dopo i rivoltosi emisero i primi provvedimenti: i Capituli della pace. In essi, secondo quanto riportava Rovito(2), al capitolo XI era scritto: “vogliamo che si habiano a eligere uno o dui deputati a instantia delli Artisti ed maestranze et Populo di detta città per essi medesimi, li quali habiano de trattare tutti interessi et negotiJ toccanti alli Artisti et maestranze et Populo et le tasse, imposizioni e taglioni, habiano da farsi d’essi deputati nelli parlamenti delli quali possano intervenire a lloro elettione per darsi il loro voto e voce a magior utile et defensione dei poveri”. Nessuna delega lontana e astratta, il popolo era arbitro del proprio destino. Era stato spezzato il monopolio della rappresentanza, anzi borghesia e popolo per la prima volta estromettevano dal governo cittadino i ceti nobiliari. Il 27 luglio poi, il quadro si arricchisce di altri particolari: una coraggiosa riforma fiscale tendeva a favorire lo sviluppo economico cittadino piuttosto che la dipendenza da Napoli, un ampio indulto fu esteso ai banditi e ai delinquenti comuni perché “a ognuno fosse permesso di godere della pace”, tutti i capi delle nobiltà furono esiliati.  La storia poi ci dice come andò a finire: diciotto mesi dopo capitan Gervasi, sindaco dei cosentini in un periodo cruciale, fu ucciso e decapitato e il suo corpo nascosto. L’esperienza cosentina finì, ma il vento delle rivolte, il vento del sud, soffiava forte in provincia dove molte cittadine rurali ripresero l’esempio cosentino per le loro battaglie di libertà.

(1)    Domenico Arena, “Istoria delli disturbi e revolutioni accaduti nella città di Cosenza nelli anni 1647 – 1648, “Archivio Storico delle Province Napoletane”, a cura di G. De Blasiis, n.3, 1878, n. 4 1879.

(2)    Pierluigi Rovito, “La rivolta dei notabili – ordinamenti municipali e dialettica dei ceti nella Calabria Citra 1647 – 1650”, Napoli, 1988

 

 

 


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