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Dove corrono i guaglioni, le lotte della Napoli ribelle ai tempi della Troika

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di Mattia Gallo

Napoli, la metropoli dell’Italia meridionale dove esistono alcune realtà che lottano contro le devastazioni ambientali, contro la precarietà, a difesa dei beni comuni: il punto di vista di Luca Recano, attivista dello spazio liberato e laboratorio autogestito Bancarotta di Bagnoli, Napoli.

La manifestazione “fiumeinpiena – stop biocidio” dello scorso 16 novembre ha avuto una larga partecipazione. Qual è stato il percorso politico che ha portato alla riuscita di questa, e quali i processi di consapevolizzazione di una larga fetta della popolazione rispetto ai problemi che affliggono la propria terra? Chi è sceso in piazza a manifestare?

Il 16 novembre è stata una giornata straordinaria dal punto di vista della partecipazione. Abbiamo visto scendere in piazza oltre centomila persone, costruendo un consenso larghissimo attorno alla mobilitazione e coinvolgendo settori sociali diversi e persone di ogni orientamento politico, culturale, religioso. Questo fatto ha lasciato il campo libero a facili entusiasmi, spesso ingiustificati, non appena si è materializzata l'ipotesi di un fronte di lotta unitario contro il biocidio e la devastazione ambientale in Campania. Inoltre ad un occhio più attento alle dinamiche sociali non sfugge la genealogia di questo #fiumeinpiena, che ne spiega tanto l'enorme successo in termini di partecipazione e consenso, quanto i limiti e le contraddizioni cui esso inevitabilmente va incontro.
Insistiamo molto sul ruolo che hanno avuto le lotte ambientali in questi anni; esse hanno infatti posto le condizioni affinché fosse possibile organizzare una mobilitazione di tale portata. Queste lotte infatti hanno prodotto una quantità di saperi importante: il livello di alfabetizzazione delle popolazioni campane, anche tra le fasce non scolarizzate, rispetto a tutto ciò che riguarda il nesso tra territori e insediamenti antropici è molto alto. Dalla gestione del ciclo dei rifiuti alle normative internazionali sull'inquinamento, alla raccolta differenziata alla qualità degli inquinamenti dei distretti industriali dismessi, a discariche, inceneritori, monitoraggio dei traffici di rifiuti, storia dello sviluppo dei territori, nessi tra politica, imprenditoria e imprenditoria armata nella gestione del territorio, piani di finanziamento, piani di bonifica: le lotte territoriali, i comitati di quartiere, le barricate, i convegni, le assemblee che si sono moltiplicate a centinaia sul territorio campano hanno sedimentato un insieme, talvolta confuso e talvolta tecnicamente impeccabile, di saperi con una portata immediatamente politica.

Questo ha prodotto una piccola rivoluzione nella mentalità comune ribaltando la narrazione classica dei media mainstream che in modo grossolano hanno sempre attribuito alle popolazioni stesse, che le subiscono, la responsabilità delle scelte che hanno portato alla devastazione ambientale e delle ricadute sulla salute dei cittadini, facendo passare per irresponsabili, criminali, camorristi o antimodernisti i pezzi di comunità che si battevano contro le aperture delle discariche (Taverna del Re, Pianura, Terzigno, Serre, Chiaiano etc.) e predisponendo il terreno dell'opinione pubblica ad accettare l'intervento dell'esercito, delle leggi speciali, dei commissariamenti, della repressione e dei dispositivi d'emergenza a garanzia dei veri crimini, quelli che oggi fanno scandalizzare i tanti che leggono le dichiarazioni di Schiavone secretate dal 1997 per volere dell'allora Ministro dell'Interno Giorgio Napolitano e mai rese note, ma che fotografano un tassello di un puzzle che le comunità campane hanno imparato a conoscere e a pagarne il prezzo in termini sociali e sanitari.
Questa è probabilmente, assieme ad altre condizioni secondarie, la chiave per comprendere le condizioni di un tale sommovimento che non manca di contenere tensioni diverse, talvolta rigurgiti di egoismo, bisogno di rassicurazione, arrivismo politico, ma che in sé contribuisce a mettere in evidenza la crisi di un modello di gestione, la rottura della fiducia nei confronti non solo della classe politica ma in un intero sistema di potere economico, sociale e culturale, e gli assi portanti stessi della ristrutturazione capitalistica sul territorio campano.

 

Che il fiumeinpiena del 16 novembre non sia nato dal nulla, lo dimostrano campagne per la riqualificazione del quartiere Bagnoli a Napoli. “Chi ha inquinato deve pagare”, sono le parole accampate in uno striscione che alla testa di un corteo andava ad irrompere in un primo maggio napoletano che si delineava istituzionale ed inconcludente. La questione dello smantellamento dell’Italsider si connette al presente, al passato ed al futuro di una comunità meridionale che lotta contro la devastazione ambientale. Ed a questo proposito, è recente anche la vostra campagna di mobilitazione contro la costruzione di una nuova città della scienza, decisa da istituzioni e privati, che assume la caratteristica propria di una grande opera: devastazione ambientale, occupazione di suolo comune, scavalcamento totale delle istanze popolari: per saperne di più ecco un link utile. Puoi parlarci della campagna sulla questione di Bagnoli? Quali sono le rivendicazioni di chi in quell’area afferma “Chi ha inquinato deve pagare”?

“Chi ha inquinato deve pagare” è uno slogan che abbiamo usato per la prima volta a Bagnoli all'indomani dell'11 aprile 2013. Quel giorno la magistratura pose sotto sequestro l'area di Bagnoli Futura Spa, la Società di Trasformazione Urbana a partecipazione pubblica che aveva come scopo la riqualificazione e la valorizzazione della maggior parte dei terreni dell'ex area industriale. L'inchiesta che portò al sequestro individuava le fattispecie di truffa e disastro ambientale, mettendo sotto accusa 21 tra ex dirigenti di Bagnoli Futura, consulenti del Ministero dell'Ambiente e dell'Arpac, ex vice sindaci di Napoli. Purtroppo il sequestro colpì anche noi, che avevamo occupato quasi un anno prima l'ex banca Intesa, la banca degli operai dell'Italsider, costruendo l'esperienza di autogestione di Bancarotta. Fu uno schiaffo a tutti noi. Ci rendemmo conto di ciò che avevamo sempre saputo: centinaia di milioni di euro di soldi pubblici spariti, una bonifica mai effettuata, falsificazioni di ogni tipo su fondi, documenti, carotaggi.

 

Poco dopo un mese dall'incendio di Città della Scienza i rottami di 20 anni di speculazione politica ed economica continuavano a salire a galla. Sulla base di questa consapevolezza scendemmo in piazza per un'intera settimana: manifestazioni, assemblee di quartiere, blocchi, cortei, occupazioni delle sedi di Bagnoli Futura; il Primo Maggio, un'altra manifestazione terminò proprio a Città della Scienza facendo saltare addirittura il concerto dei sindacati confederali che pensarono bene di schierare la polizia per impedire a lavoratori e precari di chiedere un intervento dal palco, firmando la loro condanna. Ci ponemmo il problema, di fronte alla situazione delineata dall'inchiesta e da ciò che vi era attorno, di individuare un avversario, con un obbiettivo credibile, che restituisse alla mobilitazione popolare la possibilità di un riscatto. Scovammo alcuni articoli del diritto europeo e non solo: il principio che “chi ha inquinato deve pagare” è riconosciuto dalle fonti del diritto, anche se largamente inapplicato in Italia, in assenza di normative specifiche, ma soprattutto per ragioni politiche: capimmo che era lì che bisognava attaccare. Le risorse per le bonifiche e per il risarcimento sociale di un disastro ambientale e sanitario vanno cercate nelle tasche dei responsabili del disastro ambientale: Bagnoli Futura e i suoi dirigenti, il PD, Fintecna, i concessionari del litorale, Fondazione Idis, Caltagirone, etc. Il comitato territoriale di lotta Bonifichiamo Bagnoli, nacque con l'intento di estendere proprio questa rivendicazione.

 

Qualche mese dopo con il ritorno alla ribalta televisiva della questione Terra dei Fuochi e con la crescita del movimento di Fiume in Piena, questa rivendicazione costituì lo spartiacque tra la parte conservativa e quella progressiva del movimento. Le bonifiche in sé stesse, ritenute da tutti necessarie per il risanamento delle zone inquinate, sono anch'esse, infatti, completamente assorbibili nel quadro dell'intervento dello Stato-mafia, sono un'altra occasione per estendere il controllo sociale sulle popolazioni campane attraverso politiche emergenziali, e per fare profitti per le filiere produttive delle mafie locali, nazionali e internazionali che già sull'interramento dei rifiuti, sulle discariche e gli inceneritori hanno fatto miliardi. C'è bisogno di evidenziare che la questione dell'inquinamento non è neutrale rispetto a quella del modello di sviluppo, e a quella del ruolo del pubblico (cioè dello Stato) e del privato (cioè di quel capitale armato che da solo riesce a governare gli appalti e le speculazioni in certi ambiti), e che solo ricostruendo una capacità di autonomia sui territori, attraverso i comitati e l'azione diretta, e individuando una discontinuità netta con i colpevoli a 360° del fallimento campano, era possibile fare un passo in avanti: ecco perchè chi ha inquinato deve pagare è diventata una parola d'ordine distintiva dentro quel movimento. Ma il ruolo più forte l'ha giocato senza dubbio un retroterra di saperi, esperienze di lotta, organizzazione territoriale, di reti informali che negli anni ha rappresentato l'unica infrastruttura di resistenza sociale e politica ai piani rifiuti e alla devastazione ambientale. Senza questo patrimonio di esperienze e di competenze maturato nelle lotte, quelle perse come Chiaiano e quelle vinte in parte come Terzigno e Pianura, il Fiume in Piena non avrebbe avuto altra sorgente se non quella dello stagno, dove poi tristemente sembra essere ritornato.

A Napoli c’è una campagna chiamata “Magnammoce o pesone” sul diritto all’abitare. Villa De Luca, in via nuova San Rocco è un posto incantevole: un’antica villa a più piani affiancata al parco Capo di Monte. Sul terrazzo, che si staglia nella parte alta di Napoli, un panorama notevole.  L’atrio d’ingresso è un luogo dove chi ci abita viva secondo regole comunitarie, solidali. Oggi è occupata da studenti e precari che hanno aderito alla campagna “Magnammoce o pesone”? Quanti edifici sono occupati in tutto? Quali sono le realtà che vi stanno dietro? Qual è la situazione dell’esigenza abitativa in una città come Napoli? Di chi sono in mano i palazzi costruiti nella città?

Attualmente la campagna Magnammece 'o Pesone per il diritto all'abitare conta 4 occupazioni stabili. Essa ne ha prodotte molte altre, tra occupazioni simboliche e occupazioni sgomberate, nel tentativo di riallacciare la lotta per la casa a un discorso più complessivo sulla città, sulla distribuzione della ricchezza, sulla rendita immobiliare e le speculazioni, sulla svendita del patrimonio pubblico, sui diritto sociali etc.
Com'è noto Napoli è una città dove si occupano quotidianamente case, e che nel recente passato (fino agli anni '90) ha visto fenomeni di occupazioni immobiliari di massa (con migliaia di nuclei abitativi che hanno occupato interi quartieri, soprattutto quartieri popolari). Tuttavia mancavano da circa un decennio esperienze di organizzazione politica e di movimento delle occupazioni abitative, sostituite da dinamiche diverse e spesso deleterie per l'emancipazione dei settori sociali colpiti dall'emergenza abitativa.

L'idea di costruire una campagna pubblica a Napoli sul tema dell'abitare è partita sull'onda di due eventi: la contestazione del ministro Fornero a Napoli e della sua riforma sul mercato del lavoro, culminata negli scontri a Fuorigrotta del 12 novembre 2012, che ha visto protagonisti i movimenti napoletani, gli studenti, i disoccupati; e l'ondata di occupazioni abitative culminata nello Tsunami Tour romano che oltre a dare fiducia, ha posto un'indicazione per tutti i movimenti che si battono contro l'aggressione materiale della crisi e dell'austerity nei confronti dei precari e dei settori sociali subalterni. Ad essa hanno partecipato diverse realtà di movimento: Zero81, lo Ska, i collettivi universitari di Aula Flex e Aula LP, Officina 99, Bancarotta etc. Questa campagna ci ha permesso di fare inchiesta e di mettere in luce anche la composizione  di pezzi consistenti del patrimonio immobiliare pubblico e privato della città, di come si articolano il mercato sommerso e formale degli affitti, l'accatastamento, le rendite, gli abusi e tutti i complessi fenomeni di una metropoli che ha attraversato due decenni di cementificazione e di trasformazione urbana nella quasi assenza di una pianificazione pubblica decente: una delle tante facce della crisi del capitalismo nella sua declinazione urbana.

 

Un centro sociale importante a Napoli: quando nasce lo spazio occupato Zer081? Perché questo nome? Chi sono gli attivisti che lo hanno fondato? Quali sono le campagne e le attività in cui sono coinvolti?

Zero81 nasce il 17 gennaio 2011. Il nucleo forte di questa occupazione è costituito da studenti e precari protagonisti del movimento contro i DDL Gelmini e la riforma dell'università, culminato nella sfiducia dal basso al governo Berlusconi da parte della Piazza del Popolo del 14 dicembre 2010 a Roma con l'assedio al parlamento e gli scontri su via del Corso e in tutte le strade limitrofe per difendere la piazza, mentre all'interno del Senato Berlusconi comprava la fiducia di alcuni parlamentari. Dopo due settimane la rettrice dell'Orientale Lida Viganoni fa sgomberare i locali dalla Polizia. Lo sgombero produce una reazione dura: per tutta la giornata gli studenti braccheranno la polizia in assetto antisommossa dentro i palazzi dell'università e manifesteranno direttamente ai dirigenti dell'università il loro dissenso per un'operazione repressiva vergognosa e per il trattamento “da criminali” che la polizia aveva loro riservato entrando in blitz fin dentro le aule universitarie, a fronte dell'abbandono annoso dei locali e del conseguente spreco di spazi e risorse da parte dell'Orientale. Dalle proteste scaturiscono veri e propri scontri con la polizia nei vicoli del quartiere Porto, con la solidarietà del quartiere stesso. Il giorno dopo l'Ex Mensa verrà prontamente rioccupata. I mattoni utilizzati per murare le stanze interne della mensa dalla Polizia verranno impiegati per murare l'ingresso del lussuoso rettorato dell'Orientale nella vetrina di via Chiatamone.

Zero81 sta per Zona di Esperienze Ribelli, con 081 che è il prefisso di Napoli, che decenni fa gli emigranti napoletani dovevano comporre sul telefono per chiamare a casa, come racconta la canzone di Mario Merola “Chiamate Napoli 081”. Zero81 nasce da un obbiettivo chiaro: rompere i confini artificiali tra l'università e i quartieri di Napoli, creare connessioni tra i saperi e la metropoli, tra le lotte dentro il mondo della formazione e della precarietà, con le lotte vive dei ceti subalterni. In fondo è ciò che erano i locali dell'ex mensa dell'Orientale dove ora c'è Zero81, prima di essere chiusi e abbandonati per le esternalizzazioni: un luogo di socialità e di scambio, attraverso il cibo, tra studenti universitari e quartiere. Un luogo da sempre vivo e attraversabile, chiuso per favorire la politica dei ticket e dei ristoratori a scapito della qualità dei servizi e del significato sociale della loro fruizione. Zero81 fin da subito si è affermato nel panorama politico cittadino come un laboratorio di sperimentazione e di costruzione di reti sociali nell'ambito della precarietà, della produzione dei saperi, della socialità. Ma i suoi piedi stanno nei progetti che svolge nel quartiere: Doposcuola Oltrelascuola (il Doposcuola Popolare), e il Presidio di Salute solidale (ambulatorio medico popolare e sportello per il diritto alla salute). Due esperienze pesanti, nel senso della loro portata e del loro impatto sulla materialità della vita del quartiere di Santa Chiara e del Centro Storico di Napoli. Due embrioni di mutualismo e costruzione di welfare dal basso che sono il cuore pulsante dello spazio sociale. Ma i progetti che attraversano gli spazi di Zero81 sono molteplici: Radio Zero-Zero, la Stella Rossa 2006 squadra di calcio popolare, la biblioteca autogestita, i laboratori e i corsi, la cucina sociale. In tre anni quella generazione politica si è messa alla prova estendendo un patrimonio di autorganizzazione ad altri spazi e aree sociali: questo ha dato senza dubbio impulso a una nuova stagione di occupazioni politicamente e socialmente connotate che gli attivisti di Zero81 hanno attraversato. Dall'Aula occupata LP Lettere Precarie alla Federico II, alle occupazioni abitative a partire dall'Ex Scuola Schipa, all'ex asilo Filangieri col collettivo La Balena, a Bancarotta e al Lido Pola liberato Bagnoli, a QuartoMondo a Quarto.
Sul piano nazionale abbiamo sempre rifiutato l'affiliazione alle “famiglie” classiche di movimento: questo ci ha permesso di costruire relazioni fondate su presupposti diversi. Orizzonti Meridiani, la rete di autoformazione sulle lotte meridionali, è stata una di queste. Impossibile raccontare di più in un articolo, ma sono stati anni intensissimi, e lo sono ancora.

Alcuni per descrivere la situazione sociale ed economica del sud Italia non lesinano l’espressione, molto discutibile, “siamo come la Grecia”. Su questa base si dirama lo spazio del conflitto di una metropoli del sud Italia come Napoli, e nello stesso momento, al tempo del tecno capitalismo finanziario e del mito della produttività, l’orizzonte meridiano, antimoderno, sul modello di una vita lenta e comunitaria può farci uscire dalle gore della precarietà e mancanza di reddito. Cosa pensi in proposito?  Quali sono le strade da intraprendere per combattere gli effetti di pauperizzazione ed attacco ai beni comuni della Troika, da parte del popolo meridionale? 

Poche settimane fa è uscito il libro Briganti o Emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni. Una scrittura collettiva che abbiamo prodotto come Orizzonti Meridiani. Se dovessi rifarmi a quello direi che la risposta alle politiche di austerity della troika, all'impoverimento, al governo e alla repressione dei ceti subalterni, sta dentro le lotte e le forme di organizzazione, solidarietà, resistenza che si sperimentano nei luoghi del nostro meridione. Ma sarebbe una scappatoia, forse. I luoghi però sono un punto fermo: recuperare e trasformare le relazioni sociali e naturali, produrne di nuove, immaginarne la rottura e la trasformazione, è impossibile farlo senza pensarlo come un pensiero collocato in un luogo.
Le lotte per la riappropriazione e per un diverso USO dei beni comuni, e non solo per un diverso statuto proprietario, sono sicuramente un'indicazione. La costruzione e la cura delle comunità che divengono potenziamenti e ribaltamenti di un individuo che il neoliberismo vorrebbe solitario, impotente, egoista e senza radici storiche e naturali, senza memoria e senza futuro, imprenditore di sé stesso e quindi povero, sono senza dubbio il nostro punto di partenza. Non c'è nessuna antitesi tra lo sviluppo di queste sperimentazioni di resistenza e di costruzione comunità sul piano territoriale e locale, e lo sviluppo di un piano di lotta universale che sfidi le istituzioni europee e italiane e tutta la loro retorica e governance di inferiorizzazione e sfruttamento nei confronti dei meridiani del mondo.
Con le parole di Franco Piperno vorrei concludere questa risposta: «la prassi delle insorgenze urbane del Sud si colloca definitivamente fuori da ogni rivendicare lamentoso la mancata industrializzazione, per situarsi dentro il rifiuto della modernità; rifiuto che, lungi dall’essere provinciale e periferico innerva i movimenti emancipativi della nostra epoca, ben visibili a coloro che vogliono vedere, dalla Val di Susa nel Settentrione d’Italia a Tarnac nella regione della Vienne francese, dalle comuni berlinesi alle esperienze dei nativi del Chiapas, dal territorialismo Nord americano ai movimenti dei Sem Terra brasiliani, dall’Officina Zero di Roma alle moltitudini in rivolta nel continente indiano, dall’uso del patrimonio immobiliare pubblico agito da Action nella periferia romana all’autogestione delle fabbriche a Cordoba in Argentina – avvenimenti questi, per citarne solo alcuni, che hanno in comune il risarcimento dei luoghi piuttosto che l’opera di qualche avanguardia illuminata, di un partito – o comunque un soggetto instauratore di improbabili diritti umani e facitore suo malgrado di alleanze elettorali quando non di patetiche nuove costituzioni.

In altri termini, la qualità comune dei movimenti emancipativi sta in quel loro sottrarsi alla prassi rivendicativa che punta, in ultima analisi, ad imporre la soddisfazione di bisogni indotti tramite la coercizione della mano pubblica, l’intervento dello Stato, cioè del “sovrano”.

Al contrario, l’unica richiesta che questi movimenti avanzano al dispositivo statale è quella di astenersi dall’intervenire, di lasciare che i problemi siano affrontati e si tenti di risolverli nei luoghi stessi nei quali si sono generati; e qualora, come capita a scorno delle anime belle, sia necessaria la coercizione, questa sia esercitata dalle comunità che abitano i luoghi nella loro, totale ed autonoma, potenza etico-politica.»

E ancora «sostituire al dispositivo della democrazia rappresentativa l’agire nei luoghi delinea una condotta politica sovversiva che conviene chiamare comunista – malgrado che il nome abbia, ai nostri giorni, subito un tale accartocciamento semantico, una tale banalizzazione da richiedere d’esser usato con parsimonia e cura; come accade, peraltro, alle parole che ci sono care e non abbiamo smesso di proferire nell’intimità. Beninteso, qui comunista non significa un rivoluzionario di professione, un’appartenenza ad una delle tante sette che si fregiano abusivamente di quel nome e men che mai una sprovveduta militanza nella variegata sinistra, antagonista sì ma di governo.

Essere comunista vuol dire “agire nel luogo dove la sorte ti ha gettato”; e rovesciare la sorte in destino comportandosi da individuo sociale, dalla coscienza enorme, all’altezza della specie. Comunista è colui che cerca l’attività che lo attrae, cerca il proprio “demone”; e una volta riconosciuto non lo lascia fuggir via. Come scrive Agnes Heller, nel senso comune l’azione è attribuita a chi sceglie. Il comunista non sceglie cercando il consenso degli altri, men che mai quello elettorale. Il comunista sceglie la libertà. Il comunista sceglie di divenire ciò che già è, sceglie se stesso – e dopo questa scelta, per dirla con Nietzsche, non vi sarà più niente da scegliere. Così, il comunista non rappresenta né gli operai, né i poveri e ancor meno gli sfruttati, o altre moltitudini in sofferenza. La potenza della prassi comunista deriva proprio dal vivere una vita dove mezzo e scopo coincidono; una vita irrimediabilmente finita e, proprio per questo, potenzialmente perfetta.

Il comunista non si rifiuta all’attraversamento del deserto, sceglie la libertà, sceglie se stesso; anche quando la scelta potrebbe comportare la solitudine, dove la folla è muta e gli amici non riconoscono. La scelta d’essere se stesso trasforma il corpo in individuo sociale, la coscienza enorme d’appartenere ad una specie animale che usa il “General Intellect” – cioè la memoria dei saperi e delle tecniche costruite dalla attività di cooperazione umana lungo i millenni, dai morti e dai vivi. Così nella voce del comunista risuona il “General Intellect”; quasi fosse la specie umana stessa a prendere parola per scandire, ad uno ad uno, i nomi del suo modo paradossale d’essere natura.

Ci troviamo dunque oltre l’esperienza del movimento operaio, talmente oltre da rendere le categorie dell’economia politica dei ceppi della mente che hanno fatto nido nel senso comune.

Lo scenario non è quello della Rivoluzione d’Ottobre ma piuttosto della grande trasformazione, promossa dal “General Intellect”, un mutamento delle mentalità, una diversa configurazione del senso comune – insomma, qualcosa di simile a quel che è accaduto in Europa al tempo delle eresie medievali, o, ancor più, nell’Italia rinascimentale.

Di nuovo, oggi come allora, emanciparsi vuol dire coniare nuove parole e rievocarne di antiche, per produrre presenza.

In effetti il processo emancipativo dell’epoca nostra trova qui un passaggio decisivo verso l’espansione o la rovina: l’egemonia si costruisce non producendo teorie tramite teorie, non rivendicando diritti, non evadendo nel virtuale, ma sul terreno solido della potenzialità umana di creare il reale, il comune appunto.»

 

 

 


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