Spazi di rallentamento in una città contro le invasioni barbariche

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In un recente saggio apparso su Carta (“Leonia, la città che si getta via”; Carta, anno 1, num. 1, luglio 2005), Marco Revelli descrive la transizione in corso dalla città fordista a quella post-fordista; transizione che in un linguaggio più disciplinare viene anche indicata come quella dalla città moderna alla città post-moderna o contemporanea. Al termine del saggio Revelli fa una proposta politica che merita di essere presa in considerazione, discussa e, se possibile, praticata da amministratori, Sindaci e forze politiche. Ma prima di entrare nel merito della proposta vale la pena analizzare questa transizione che ne costituisce la premessa. La città fordista, o moderna, è già una città attraversata da flussi di materiali e di persone. Dai tempi della Parigi di Haussmann, infatti, la città ha perso il suo carattere di luogo preminente dell’abitare e dell’incontro per diventare un apparato economico al pari di una grande fabbrica. Tuttavia, fa notare Revelli, lo spazio della città moderna è ancora strutturato secondo scansioni e localizzazioni fisse (zoning), caratterizzato da precise gerarchie, simmetrie e da edifici che, dice Cacciari, svolgevano la funzione di corpi di riferimento, veri e propri “corpi galileiani” che le conferivano il nome di “città di pietra”. Al tempo stesso la città si specializza in funzioni, acquista efficienza, amplifica la sua mobilità...

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(autore E. Scandurra)

 

 


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