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Migranti tra exit e voice, da Lampedusa ad Amburgo passando per la Calabria (E. Della Corte, S. Meret, foto K. Borre)

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Migranti tra exit e voice, da Lampedusa ad Amburgo passando per la Calabria (E. Della Corte, S. Meret, foto K. Borre)
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 Questo reportage è basato sul nostro viaggio intrapreso a metà ottobre 2013 con il proposito di documentare le condizioni dei migranti in Calabria, tra Rosarno, Crotone, Riace, Falerna e Acquaformosa, terminando in Nord Europa con l’incontro delle Lampeduse ad Amburgo e Berlino.

Nei giorni in cui giravamo per la Calabria, nella seconda settimana di ottobre, la stampa, e l’opinione pubblica in Italia e all’estero si commuovevano per i trecentosessantasei migranti annegati di fronte a Lampedusa. Dall’isola, porta d’Europa, così come da Roma e da Bruxelles, arrivavano giornalmente dichiarazioni ufficiali e promesse di cambiamento delle politiche di ricezione ed accoglienza degli immigrati. Noi volevamo vedere e sentire dalla voce dei vivi, cosa vuol dire essere migranti oggi all’interno della Fortezza Europa.   Volevamo anche indagare sul ruolo delle istituzioni nella gestione dei flussi migratori sul territorio, dove esperienze locali d’accoglienza[1] si scontrano spesso ed inevitabilmente con politiche nazionali ed europee, per cui la guerra contro l’immigrazione e gli immigrati è l’unica soluzione ormai praticata.


 

Rosarno 11 ottobre 2013

“Sono arrivato a Lampedusa, venivo dal Burkina, e ho passato sei mesi al CIE (centro di identificazione ed espulsione) di Sant’Anna, a Crotone”. Ora è a Rosarno, ci incontriamo lì, davanti all’ex opera Sila, uno stabilimento abbandonato, uno dei segni che la fallimentare furia sviluppista del sud ha lasciato in dote al territorio. Prima della rivolta del gennaio 2010, è stato uno dei ghetti abitato dai migranti, arrivati in zona per le stagioni di raccolta. A dicembre del 2009 vivevano lì, accampate, un migliaio di persone. Lo spazio interno era pieno di tende; qualcuno aveva un suo giaciglio nei silos; altri in piccole baracche di cartone. Cucine, fornelli, bombole del gas, stoviglie, oggetti personali. Fuori, nello spiazzo adiacente, c’era una fossa circondata da ruote di camion, un cesso all’aperto; e più in là una doccia. Sul lato opposto, alle spalle dell’edificio bianco a due piani, una fontanella, una macelleria e un paio di pecore in un recinto. Di fronte, un altro negozio, uno spaccio di cibo e varie; e poi fuori da lì un barbiere. Sono questi alcuni dei servizi che i migranti avevano messo in piedi in quel piccolo paese fuori dal paese, che come ogni paese aveva una sua microeconomia, un’organizzazione degli spazi, poteri e differenze politiche, culturali, religiose. Da Rosarno sono passati negli anni diversi politici; ognuno ha espresso parole di denuncia e indignazione; approdate poi, senza meraviglia, a nulla di fatto. Nel campo, nonostante la concentrazione di persone e il freddo che avanzava, non c’era un presidio medico, né visite settimanali; solo una serie di numeri di telefono della guardia medica stampati su un foglio ingrigito. Chi non era in regola con i documenti, per curarsi poteva andare in paese, nella rete dei servizi garantiti dalle associazioni. Le stime sulle presenze davano 1500 migranti in condizioni abitative precarie --senza luce, bagni, acqua, e riscaldamento--, distribuiti tra capannoni industriali dismessi come l'ex Opera Sila a San Ferdinando, La Rognetta a Rosarno e alcuni casolari abbandonati della piana. La mattina passavano a prenderli con i camioncini per portarli nelle campagne per la raccolta a poco più di due euro per ora, per otto-dieci ore di lavoro. A gennaio 2010 scoppia la rivolta dei migranti di Rosarno. Sulla strada statale da un’auto in corsa qualcuno spara con un fucile a piombini su tre migranti: la misura è colma. Uno scoppio prevedibile vista la concentrazione di persone, in condizioni di vita e di lavoro disumane acuite dall'ostilità e dall'indifferenza di una parte degli autoctoni. Le immagini delle auto e dei cassonetti ribaltati -- il fuoco, le voci di protesta del corteo di migranti che parte dall’ex opera Sila e salgono incontenibili verso il paese, scontrandosi con quanti cercano di limitarne il passo -- fanno il giro del mondo.  Segue la reazione di una parte dei rosarnesi per i quali i migranti rappresentano, oramai, una minaccia e devono essere allontanati. Partono i presidi, il blocco delle strade, le rappresaglie degli autoctoni e alcuni farabutti girano per campagne in cerca di migranti da punire. In paese si potenziano le forze di polizia e carabinieri, la situazione è fuori controllo, la rabbia incontenibile.

Roberto Maroni della Lega Nord, allora ministro dell’Interno, propose una lettura avventata dei fatti di Rosarno che rispecchiava più di un pregiudizio. Secondo il ministro, negli anni passati, era stata “troppo tollerata un’immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazioni di forte degrado”.  Viste più da vicino le cose sono molto diverse da come Maroni le racconta. Proprio l’invenzione del reato di immigrazione clandestina, introdotto con il primo “pacchetto sicurezza” nel luglio 2009, fatto approvare proprio da Maroni, nonostante gli appelli di esperti giuristi ne segnalassero l’incostituzionalità,  peggiora ulteriormente la condizione di fragilità dei migranti che sulla base di una condizione soggettiva diventavano rei da punire.

Il 10 gennaio 2010, i migranti vengono deportati da Rosarno. Dinanzi ai cancelli dell’ex-opera Sila ci sono i bus per il trasferimento nei centri di detenzione per migranti del Sud, a Crotone, Bari. All’interno centinaia di persone preparano in fretta le valige lasciando lì quello che può essere superfluo nella fuga. Alcuni vengono avvisati che è meglio non salire su quegli autobus se non vogliono finire reclusi da qualche parte. Cercano di far girare la voce, evitano di uscire dal cancello principale e si allontanano attraverso i campi.  

A distanza di tre anni, la fabbrica è vuota e i segni di quelle vite passate da lì stanno scomparendo sotto i rovi di more. Qui non è cambiato quasi niente, dice M., un migrante, che vive in zona da due anni.  Si continua a pensare in termini d’emergenza- aggiunge una delle operatrici di un’associazione- le misure “temporanee diventato permanenti”. Quell’emergenza stenta a finire. Da allora, infatti, le nuove soluzioni abitative messe in campo dallo stato, sono un centinaio di tende, con su scritto a caratteri cubitali MINISTERO DEGLI INTERNI, e dei container. Tra poche settimane questi posti si riempiranno di migranti venuti per la stagione di raccolta. Un po’ più di tre euro l’ora, è questo il costo del lavoro per otto ore o più. A cottimo invece una cassetta di arance è 50 centesimi, quella di clementine 1 euro. Il piccolo caporalato è ancora lì. I fondi europei per l’agricoltura si sono ridotti, la crisi dei consumi fa il resto, molte arance non vengono più raccolte. Sempre per la crisi, dal Nord ci si sposta al Sud. Quelli che un tempo trovavano lavoro in altri settori, come quello edile, tornano nel “gran tour” della raccolta di ortaggi e frutta dalla Campania alla Sicilia. Il costo del lavoro legale dovrebbe essere di circa 45 euro che scendono a 25-30 euro, in nero, per migranti e autoctoni. 

Queste le condizioni funzionali alle esigenze e alla sopravvivenza del sistema mercato, che richiede costi sempre più ridotti dalla produzione, alla vendita, alla distribuzione. Come evidenziato dai dati raccolti dal sindacato dei lavoratori agricoli CGIL-FLAI la stima è di circa 400.000 immigrati irregolari che lavorano nell’agricoltura, come confermano anche alcuni gruppi indipendenti recentemente formatisi per la rivendicazione dei diritti fondamentali dei lavoratori immigrati nell’agricoltura. La situazione è peggiorata dal 2010; già allora, molti dei migranti costretti ad accettare quelle condizioni di vita e di lavoro disumane provenivano dalle zone del Nord-Est, da Conegliano Veneto, da Vicenza, da Udine. La crisi economica li ha di nuovo messi sulla strada e costretti a ricominciare da zero. Sono questi gli immigrati, i ‘clandestini’ di Rosarno, di Castel Voltturno di Saluzzo, di Nardò, del ‘Gran Ghetto’ di Rignano. Sono gli immigrati che ieri lavoravano nelle fabbriche del Nord, insieme a quelli sbarcati a Lampedusa, scappati dalla guerra e dalle violenze in Libia e lasciati ai margini, qui, dalle istituzioni e dall’Europa, che ora traduce la guerra ai migranti condotta alle frontiere come una lotta per salvaguardarne l’incolumità e finge di non vedere le forme di sfruttamento che hanno luogo all’interno dei confini nazionali ed europei.          

 

All’inizio di ottobre altre centinaia di migranti sono morti davanti a Lampedusa: barconi inabissati, corpi senza nome da recuperare, bare, funerali. Molti dei sopravvissuti sono ancora stipati nel Centro di Identificazione in contrada Imbriacola a Lampedusa, in condizioni di vita disumane, come testimoniato dai pochi reportage e controlli nel centro, dove i morti fanno più notizia dei vivi. Un filmato del CIE testimonia quello che si cerca di tenere nascosto: un accampamento di fortuna, improvvisato dagli stessi migranti; materassi sotto gli alberi all’aperto, giacigli di cartone, piatti di cibo ancora sigillati. Ci sono circa 1000 persone, tra cui ancora molti bambini in uno spazio la cui capienza è al massimo di 300 persone e il cui obiettivo dovrebbe essere quello di soccorrere e accudire i migranti. Molti di quelli arrivati hanno perso familiari, amici, conoscenti, compagni di viaggio. Gli stessi costi di gestione del centro sono indicativi di una situazione che non funziona: poco più di 25 euro al giorno che, moltiplicato per il numero di detenuti,  sono circa 800.000 euro al mese, per garantire un trattamento disumano. A questi costi si aggiungono le spese abnormi che gli stati e l’EU spendono per la messa in sicurezza dei confini in programmi come Frontex, EUBAM (EU Integrated Border Management), Eurosur, ecc.. Si tratta di centinaia di milioni di euro (http://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2013/05/costidisumani-web_def.pdf)    

 Sul fronte istituzionale a Lampedusa si sono per giorni susseguite visite dei politici e autorità: il primo ministro italiano Letta, il vice Alfano, i reppresentanti del parlamento europeo Barroso e la Malmström. Facile da prevedere, arriva per loro il momento della contestazione a cui si sommano le parole della sindaca di Lampedusa che invita i politici ad evitare le passerelle e limitarsi ad una mail di solidarietà, senza disturbarsi troppo. Si ripresenta il solito rimpallo di responsabilità e qualche ammissione. Letta e Alfano, si lamentano perché l’Europa li ha lasciati soli nella gestione dei flussi migratori. La Malmstrom si lancia oltre, propone una nuova soluzione, che non risolve: aumentare i sistemi di controllo e pattugliamento, pronti ad intervenire tempestivamente prima degli annegamenti. Il prossimo 2 dicembre entrerà così in funzione un nuovo sistema di controllo satellitare “EuroSur”, per il controllo dei flussi, e intensificati pattugliamenti in mare per l’identificazione immediata e il pronto intervento in caso di naufragio.

Nel frattempo ci sono nuovi morti nel canale di Sicilia, altri sopravvissuti da rinchiudere nei vari CARA e CIE, da disciplinare e sottomettere e nuovi sbarchi si sono aggiunti nell’ultimo mese su altre coste della Sicilia e della Calabria. I migranti che non verranno rimpatriati usciranno da lì con un foglio di via, altri  cercheranno rifugio in Europa da parenti e amici, molti finiranno nel circuito del lavoro nero. Nuova forza lavoro da sfruttare per lavori che gli italiani da tempo non vogliono più, in condizioni di vita precarie e senza un futuro, come a Rosarno. Il cerchio così si chiude; la Fortezza Europa va salvaguardata, l’‘emergenza’ migranti sempre più militare e militarizzata e il basso costo della manodopera garantito. 

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12 ottobre: Crotone, Centro Sant’Anna

 

Il secondo giorno di viaggio attraversiamo la Sila da Cosenza, e scendiamo verso Crotone. Dopo la calma della strada di montagna ci ritroviamo nel traffico. Ci accoglie l’ex-area industriale chimica dismessa e fantasma ai margini della città, uguale a quella di altri luoghi d’Italia, come la veneta Marghera, testimonianza di un passato industriale abbandonato e mai realmente sviluppatosi qui al Sud. Ci dirigiamo verso il centro di Sant’Anna.

Da lontano si vede l’aeroporto di Crotone di fronte l’ingresso della ex-base militare Sant’Anna[2].  oggi sede del CPA/Cara e fino ad agosto del Cie (centro di identificazione ed espulsione per immigrati irregolari). Il Cie è stato chiuso dalla Prefettura di Crotone il 13 agosto 2013, dopo l’ennesima protesta esplosa in seguito alla morte di uno dei reclusi. La struttura del CPA/CARA dispone di 256 posti nel CARA, e quasi 1000 per il CPA (Centro di prima accoglienza). La capienza massima è di 1.252 posti. Entrambi sono gestiti dai “manager dell’accoglienza” della Misericordia[3]. Nel CARA vengono smistati i cosiddetti “casi Dublino” -- dal nome della Convenzione di Dublino che stabilisce la deportazione dei migranti fermati nella Fortezza Europa, in un paese diverso da quello in cui sono approdati, nel primo paese d’arrivo. Qui a Crotone ci sono i migranti rispediti in Italia perché primo paese d’approdo; e poi quelli che dopo l’identificazione in Grecia presentano domanda in Italia; e, ancora, quelli a cui è stato negato lo status di rifugiato all’estero. A differenza del Cie da questi centri si può uscire dalle 8 alle 20, poi i cancelli chiudono.

 

Davanti al bar, seduti sul muretto due uomini. Uno dei due ci vede arrivare, individua la telecamera e di slancio si muove verso di noi e inizia a parlare. Denuncia il fatto che da 7 mesi è lì, non sa che cosa sarà della sua vita, ha un dolore alla gamba che nessuno cura. Ci dice che dobbiamo entrare nel centro e filmare, perché quel posto è un luogo pubblico e quindi tutti devono poter documentare. Provo a spiegargli che non abbiamo il permesso, ma lui insiste, quello che succede lì dentro si deve conoscere.  

Il giovane è irakeno è scappato da casa sua, voleva fare il cantante e alla famiglia questo non piaceva. Il suo amico è seduto accanto a lui non parla, è diffidente. Poi iniziamo lentamente a conoscerci. Dal lato opposto della strada, dai cancelli del centro, ci raggiunge un poliziotto in divisa. Vuole sapere chi siamo, e soprattutto ci dice che è vietato filmare l’ingresso del centro. Gli facciamo notare che siamo su una strada pubblica, vicino a un bar e che le immagini del Centro sono comunque già in rete, non ci sono segreti. Ma al telefono gli viene detto di insistere sul fatto che non si può filmare e chi lo fa rischia la denuncia.

Rimaniamo a parlare con quelli che con un eufemismo vengono definiti “gli ospiti del centro”. Il Cara di S.Anna per loro è tutt’altro che ospitale. I racconti della vita là dentro svelano lo scenario di un piccolo girone dell’inferno: umiliazioni verbali, pestaggi, sovraffollamento, caldo eccessivo. Per chi è in attesa del permesso di soggiorno può passare anche un anno; una sospensione del tempo di vita che pesa molto per chi vuole ritornare ad averne una e si trova invece imbrigliato in queste trappole istituzionali per migranti, dove alle violenze vissute prima si aggiungono quelle di stato poi.

 

J. ha 37 anni e viene dall’Iraq; ci racconta della sua non-vita al centro, dell’attesa di un permesso per poter finalmente uscire e ricominciare. J. è stato deportato dall’Inghilterra dopo dieci anni di residenza per problemi con la giustizia. Alla periferia di Londra aveva aperto un negozio da parrucchiere; ha un figlio in Inghilterra, che non vede da almeno due anni. Ci racconta del suo viaggio dall’Iraq verso la Turchia, dove si è imbarcato anche la  seconda volta, per ritornare in Europa. È stato anche al centro di Calais per un periodo. J. è determinato, tornerà qui anche se lo dovessero rimpatriare. ’In Iraq non c’è futuro’ – ci dice- ‘solo guerra’, aggiunge che la sua storia personale gli ha ‘aperto gli occhi ...lo so come vanno le cose adesso, lo so cosa devo fare’. Ma non riesce a spiegarsi come ci voglia tanto per ottenere una risposta per il permesso e perché gli ‘ospiti’ di Sant’Anna vengono trattati come carcerati. Della visita del Ministro dell’Integrazione Kyenge alcuni mesi prima ci dice: ‘ha promesso molte cose, non è ancora successo niente’.

 

(13 0ttobre) Riace: un tentativo di accoglienza umana in un sistema disumano

Quando arriviamo a Riace è già tarda sera. Il comune di Riace, come molti paesi calabresi della costa, si divide tra il paese, con il suo centro storico -- con viuzze e case basse arroccate sulla collina-- e la marina -- con i palazzoni di cemento a ridosso della spiaggia, separati dalla linea ferroviaria. Dopo l’arrampicata sulla strada che porta al paese, parcheggiamo in piazza di fronte al municipio.  ‘Città di Pace’, indica il cartello arcobaleno e multilingue.

 

Abbiamo un appuntamento con Domenico Lucano, sindaco di Riace e fautore delle politiche di accoglienza dei rifugiati dalla fine degli anni ’90. Dopo l’arrivo della nave con i curdi sulla costa, la comunità di Riace ha contribuito a costruire e stabilire forme alternative di solidarietà, vita e lavoro comune in un paese che come molti altri nella zona sembrava ormai destinato allo spopolamento e all’abbandono, a seguito della forte emigrazione dovuta alla crescente disoccupazione e alla mancanza di opportunità in loco. Lucano ci aspetta nella sede dell’associazione Città Futura, visibilmente affaticato da una lunga giornata di lavoro; ‘se arrivavate solo quindici minuti prima, trovavate qui almeno venticinque persone giunte oggi da Lampedusa; ma adesso abbiamo già sistemato tutti nelle case’, ci dice. Dei circa 300 migranti assegnati a Riace, 150 vivono in paese e gli altri giù alla marina.

 

L’esperienza dell’accoglienza di Riace nasce da una ‘coincidenza non cercata’ -- ci spiega Lucano il giorno dopo, nella piazzetta del paese -- ‘quella dello sbarco dei curdi nel 1998’; a questa si sono aggiunti i valori sociali già storicamente radicati di questi luoghi, ‘l’accoglienza, la spontaneità, la solidarietà’. Riace comincia nel 1998 un percorso progettuale di accoglienza che fino al 2001 si basa sulla solidarietà e sul lavoro comune, che si traduce in una semplice sperimentazione di recupero delle case e di apertura ed integrazione dei rifugiati. Un esperimento portato in seguito a modello di consolidata realtà solidale territoriale e locale e ora conosciuto anche all’estero. A Riace ci sono oggi 300 rifugiati su circa 1700 abitanti. Nel corso degli anni il comune ha costruito diversi progetti di accoglienza, integrazione ed inserimento nella comunità, riuscendo in questo modo anche a contrastare lo spopolamento dovuto all’emigrazione e al trasferimento delle famiglie giù, alla marina. In questo modo, il modello Riace ha contribuito a far fronte al problema dell’emigrazione interna e a quello dell’immigrazione; l’aumento del numero delle cooperative sociali legate ai servizi per i rifugiati è indicativo, dato che ce ne sono attualmente già 6 ed impiegano almeno 50 persone, in gran parte giovani di Riace.

 

Riace sembra un esperimento da proporre su scala nazionale; e il piccolo comune è tra i virtuosi appartenenti alla rete governativa dello SPRAR[4] (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati). Di recente, Riace fa anche parte del network di comuni solidali RECOSOL, che raccoglie i municipi d’Italia impegnati nello sviluppo solidale e sostenibile, in Italia e all’estero. Lucano si compiace, ad esempio, dei risultati della raccolta differenziata dei rifiuti in comune, arrivata al 60%. Tuttavia, molti sono i problemi legati anche all’esperienza, nel complesso positiva, di Riace e di altri luoghi come Badolato e Acquaformosa; perché come ci fa notare lo stesso sindaco, non bastano gli ideali, la buona volontà e la solidarietà per far fronte alla situazione. Sul territorio ci si scontra molto spesso con le logiche burocratiche che operano a livello nazionale e regionale e con politiche strutturali dell’emergenza completamente insensibili all’esperienza e alle esigenze maturate sul territorio da realtà locali come Riace.

 

Un chiaro esempio dalle condotte istituzionali che comportano esiti disastrosi, soprattutto per i rifugiati, sono le politiche gestite e coordinate in modo emergenziale, da organi quali la Protezione civile e la prefettura. In questi casi la gestione delle procedure di ‘accoglienza’ viene spesso affidata a soggetti totalmente incompetenti e completamente impreparati, spesso seguendo logiche clientelari di gestione delle risorse economiche associate all’accoglienza dei rifugiati che si rivelano un vero e proprio business da sfruttare al massimo. Una torta ricca da spartirsi, di cui tutti vogliono una fetta. Inutile dire che in questi casi nessuna priorità o interesse vengono attribuiti ai servizi per la tutela dei diritti alla salute, al lavoro, alla famiglia e alle generali condizioni di vita dei migranti, considerati principalmente un fattore economico da sfruttare.

 

Ma la logica del profitto e dell’investimento sul rifugiato emerge anche ad altri livelli: nella gestione delle associazioni, nei piani di accoglienza di alcune regioni. È un sistema che si autoalimenta e spesso finisce per lasciare i rifugiati sulla strada, quando gli stanziamenti governativi si esauriscono. Il sistema s’inceppa negli obiettivi dell’integrazione, intesa prevalentemente come integrazione nel mercato del lavoro, da realizzarsi nei tempi ridotti dell’accoglienza. Trascorsi i sei mesi, in alcuni casi un anno, il rifugiato si trova a dover affrontare da solo le difficoltà di trovare un lavoro e provvedere al proprio mantenimento e a quello dei familiari. Un obiettivo che, nei tempi dettati dalle politiche di asilo e in anni di crisi economica e politiche di austerity, è evidentemente molto improbabile da realizzare, in particolare al Sud Italia.

 

Osman ne è un esempio. Quando lo incontriamo ci racconta come, a più di sessant’anni anni sia stato costretto ad abbandonare la Libia, dopo più di venti anni, dove si era rifugiato agli inizi degli anni Novanta, fuggito da un altro conflitto, quello del suo paese, la Somalia. In Libia, Osman faceva il cuoco per imprese italiane, francesi e britanniche che operavano nel paese; sicché, oltre al somalo parla l’italiano, l’inglese e l’arabo. A causa della guerra, fu costretto due anni prima a lasciare la Libia e fuggire in Italia con la moglie e i figli, la più piccola di appena pochi mesi. Ci racconta di quanto sia stato difficile decidere di imbarcare la famiglia su una delle carrette del mare, assieme a più di 450 persone. Aggiunge quanto sia stato arduo, durante la traversata in mare, riuscire a ‘calmare gli animi’ di alcuni compagni di viaggio, di come fossero tutti stipati sulla barca senza più provviste dopo un giorno di mare. Ma Osman è anche consapevole di avercela fatta e quando pensa ai morti di Lampedusa ci dice: ‘potevamo essere noi’. Siamo noi. Osman, alla sua età, ha dovuto ricominciare daccapo. Ma che fare quando in Italia non c’è più lavoro e non si può andare a cercarlo all’estero? Per ora Osman a Riace lavora come cuoco; si occupa dei minori non accompagnati, ospitati in una delle case del centro storico. Con il suo sorriso, ci dice ‘per oggi va bene, domani si vedrà’.  Ma come specifica Lucano: ‘Mentre anni fa molti trovavano impiego al Nord Italia, adesso tutta l’Italia è diventata Sud’. Ed in questa prospettiva la Fortezza Europa diventa inespugnabile man mano che si avanza verso Nord. L’Unione senza barriere e senza confini è di là da venire, nonostante l’evidente fallimento delle attuali politiche di controllo e contenimento dell’immigrazione.   

  

14 ottobre Emergenza Nord Africa: ‘Ci hanno lasciati soli e senza futuro’ 

 

Tra le politiche sempre emergenziali in materia di asilo in Italia, l’Emergenza Nord Africa è quella tra le più recenti ad aver creato conseguenze disastrose sulle persone coinvolte. Iniziata durante la guerra ‘umanitaria’ in Libia nel 2011 apoggiata dalla NATO ed aggravata dalla situazione geopolitica in Tunisia e successivamente in Egitto, la questione dei profughi dalla Libia è indicativa della totale incapacità dello stato italiano e dell’Europa nell’affrontare e gestire le prevedibili conseguenze dei conflitti sui flussi migratori, oltre a testimoniare la rigidità e totale carenza di politiche in grado di garantire diritti costituzionalmente riconosciuti di accoglienza e asilo.

Nel corso del 2011, il numero dei migranti provenienti dalla Libia arriva ad oltre 28.000, prevalentemente dell’Africa subsahariana, ma anche da altri paesi. Molti dei migranti hanno alle spalle un lungo e difficile percorso migratorio dai paesi di origine verso la Libia. Molti di loro lavoravano da anni in questo paese.

La Libia è tra i paesi che hanno stipulato accordi bilaterali con l’Italia e l’Europa, volti a prevenire e ‘disincentivare’ l’immigrazione all’origine, dunque prima che i migranti arrivino nelle acque territoriali. Queste politiche di repressione dell’immigrazione, che trovano sostegno finanziario nei vari programmi europei FRONTEX, EUBAM, EUROSUR, alimentano condizioni di totale violazione dei diritti dei migranti nei soccorsi in mare e nei centri di detenzione in Libia, più volte denunciati da organizzazioni non governative e giornalisti indipendenti.

 

Per i migranti arrivati in Italia dalla Libia nel corso del 2011 scatta l’Emergenza Nord Africa, ennesimo programma di natura emergenziale, gestito dalla protezione civile, come si trattasse di una improvvisa catastrofe naturale. In realtà, l’emergenza si rivela immediatamente un redditizio affare economico per chi la gestisce. Lo stato italiano stanzia il doppio dei finanziamenti rispetto al costo ‘normale’ per l’accoglienza dei rifugiati. Si arriva a 40-45 euro di diaria (circa 1200 Euro al mese a persona). I fondi vengono spartiti tra i molti, variegati e quasi sempre improvvisati soggetti che si occupano di rifugiati, alcuni senza nessuna precedente esperienza di accoglienza. Ogni regione si fa carico di un numero di rifugiati proporzionale agli abitanti, come deciso dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni. La richiesta è elevata, per ‘accreditarsi’ basta una telefonata. L’iter diventa di natura clientelare e finisce col riconoscere molte strutture non a norma: hotel e residence inagibili, abitazioni fino ad allora disabitate, case private estive in luoghi isolati e sperduti. I servizi sono pochi ed inadeguati, quando non totalmente inesistenti: mancano essenziali attività di integrazione nelle comunità di residenza. Le attese per i permessi alle prefetture raggiungono tempi biblici. Molti dovranno aspettare la fine dell’emergenza per avere una risposta, anche negativa. Non mancheranno polemiche per i ritardi degli stanziamenti. Bisogna attendere oltre l’anno e mezzo per i risarcimenti; situazione che mette in crisi chi realmente si occupa dei rifugiati, come nel caso di Riace ed Acquaformosa. I costi totali dell’emergenza dopo tre anni di mala gestione e malaffare superano il miliardo e 300 milioni di euro alimentando quella politica del disprezzo che fa sì che un uomo gravemente malato si ritrovi da solo agonizzante in ospedale senza un traduttore che possa aiutare i medici a capire di cosa sta morendo, come è successo a Paola, in provincia di Cosenza.

 

I risultati della mancata accoglienza, solidarietà e integrazione sono disumani. Il progetto viene sommariamente e repentinamente archiviato a fine febbraio 2013 dal governo Monti. Viene dichiarata la chiusura di tutte le strutture ospitanti e la fine dei finanziamenti. Tutto questo nel generale silenzio istituzionale. Nessuno si cura più delle prospettive di vita e sopravvivenza delle migliaia di persone una volta chiusa la finta ospitalità di questa finta “Emergenza”. Anzi, per accelerare ancor di più i tempi vengono mobiliate le prefetture che dopo mesi e mesi di continue proroghe ed attese danno a tutti il permesso umanitario, in alcuni casi accompagnandolo ad un bonus di circa 500 euro, che alcuni utilizzano per uscire dall’Italia e raggiungere la Svizzera, la Francia, la Germania. Scelta ovvia dopo il trattamento subito. Ma molti vengono rispediti indietro, seguendo i diktat della convenzione di Dublino II, per la quale il primo paese di arrivo è anche quello che deve farsi carico di asilo ed accoglienza.

 

Falerna

Nel nostro viaggio incontriamo alcuni africani dell’Emergenza Nord Africa vicino a Falerna, nei pressi di Lamezia. Al ‘Residence degli Ulivi’ sono un centinaio e provengono da molti paesi dell’Africa sub-sahariana e non. Sono in maggioranza giovani uomini tra i 25 ai 35 anni. A differenza di altri, questi migranti, a Falerna, hanno deciso di occupare le case e ci sono rimasti, organizzandosi autonomamente. All’interno della struttura si sono trasferiti anche molti migranti dell’Emergenza da altre parti d’Italia, perché non sapevano più dove andare, per non vivere sulla strada, molti rispediti dall’estero. La situazione è critica: al momento hanno dove stare, ma non si sa per quanto tempo. Il luogo è isolato, non ci sono trasporti per i centri vicini (quasi tutti si spostano in bicicletta), non ci sono organizzazioni né strutture di sostegno, per l’assistenza medica bisogna rivolgersi al medico di base e molti non sanno come, dove e quando reperirlo, non sanno nemmeno di averne diritto. Ci sono difficoltà nel rinnovo dei permessi, alcuni ci fanno notare che più del corso d’italiano vorrebbero prendere la patente per potersi spostare e lavorare, ma i costi sono troppo alti. Lavoro non c’è, se c’è è mal pagato o non pagato. Sono rimasti soli. Quando chiediamo cosa fanno si lamentano che non c’è niente da fare, non c’è lavoro e non gli viene data la possibilità di cercarlo all’estero. Per alcuni, soprattutto quelli che parlano francese, l’alternativa sarebbe la Francia, ma la Francia non li vuole, come non li vuole il resto d’Europa. Tuttavia quasi tutti dicono di volersi allontanare dall’Italia, dove non ci sono prospettive di occupazione né al Sud né al Nord del paese. Qui non c’è futuro, dicono. Molti hanno ottenuto il permesso umanitario, e per il rinnovo allo scadere dell’anno è necessario avere un indirizzo di residenza in Italia. Con il permesso è possibile andare all’estero ma non si può soggiornare, o trovare lavoro. Inoltre, le condizioni di rinnovo del permesso sono determinate da casi particolari come la minore età, lo stato di salute, o stati di eccezione riconosciuti che nel frattempo le politiche possono aver modificato. In questo modo molti rischiano di non rientrare più nella categoria di asilo umanitario, questo dopo aver atteso almeno un anno e mezzo dal loro arrivo in Italia prima di ricevere il permesso, che intanto è scaduto.

 

Quelli a cui ci avviciniamo per parlare ci accolgono, inizialmente con diffidenza. M. è all’inizio direttamente ostile, ci ripete che qui ‘Tutti i giorni viene qualcuno a parlare, parlare, parlare, ma non succede mai nulla, nulla’. Perché dovrebbe parlare con noi? Sapremo in seguito che M. soffre di una malattia degenerativa e che per le terapie all’ospedale deve farsi in bicicletta 10 km all’andata e al ritorno. I. viene dal Mali ed ha problemi alla schiena, probabilmente a causa del lavoro agricolo della raccolta delle cipolle. È stato per oltre un mese ricoverato all’ospedale, ma adesso non sa dove rivolgersi per sottoporsi ad una visita medica. Parliamo in francese, perché l’italiano lo parlano tutti poco. Da marzo 2013 le strutture e servizi di supporto non sono più state finanziate, e a nessuno è stato detto chiaramente come e a chi rivolgersi per questioni di salute. Alcuni lavorano saltuariamente nell’agricoltura, spesso ingaggiati quando non sono più disponibili Rumeni, Bulgari o altri migranti provenienti dall’Est Europa. M. originario del Burkina, racconta di aver lavorato per due mesi da un agricoltore che gli aveva promesso 700 euro al mese per due mesi di lavoro, cinque giorni alla settimana a oltre dieci ore di lavoro giornaliere. Non è mai stato pagato. Per M. è difficile trovare supporto legale e l’aiuto dipende dalla disponibilità di alcune dedicate organizzazioni e cooperative che operano in zona, e già lavorano con fondi limitati, pochi operatori qualificati e già molti casi da seguire.

 

L’incontro tra i casi di Lamezia e Rosarno

 

Lasciamo Falerna spostandoci alcuni chilometri verso Lamezia per vedere un altro dei “risultati” dell’Emergenza Nord Africa. In un centro sportivo, negli spazi adibiti a spogliatoi, docce e ristoro, 40 metri con cucinino, soggiornano attualmente 6-8 migranti africani. Per stare qui pagano 40 euro a testa, oltre alle spese per gas ed elettricità. Ci sono da quando ha chiuso il vicino centro di Feroleto Antico, che ospitava i rifugiati dell’Emergenza. A fine progetto il gestore ha chiuso, murato la struttura e mandato via tutti, in alcuni casi senza nemmeno consentire il recupero di effetti personali e delle lenzuola fornite dalla Protezione civile. Dice di aver bruciato tutto quello che era rimasto all’interno. Anche qui l’esasperazione è forte per la mancanza di lavoro e prospettive. Ci dicono: ‘In Italia c'è un grande problema, non c'è lavoro... questo è un gran problema (...) loro vogliono romeni, bulgari, però noi siamo in nero, io pensavo che tutti sono uguali, non so perché fanno così’. Raccontano di subire intimidazioni da bande locali; arrivano in macchina la notte e si arrampicano sul tetto della struttura. È successo più volte da quando abitano lì e considerano questa un’altra buona ragione per andare via; ma dove?         

 

L’emergenza Nord Africa è un chiaro esempio di come lo stato di emergenza venga utilizzato per scavalcare ogni forma di controllo e procedura con conseguenze degradanti sui soggetti coinvolti. Esiste una diretta continuità tra queste situazioni e le vite dei migranti trattenuti in condizioni da “lumproletariat” nelle campagne del Sud, come abbiamo visto a Rosarno- dove a distanza di tre anni dalla rivolta dei migranti, spente le luci della ribalta mediatica, i famosi interventi per migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei “niuri” venuti per la stagione di raccolta degli agrumi si sono tradotti in poco o nulla. L’economia di mercato conta su questo sottoproletariato malpagato, che sopravvive in condizioni al limite dell’umano. È un sottoproletariato assoggettato, inascoltato e spesso criminalizzato, privo di voce per reclamare i propri diritti, anche per paura di essere denunciato, perdere il permesso di soggiorno, venir deportato. Tra i moderni commercianti di “schiavi” non ci sono solo la malavita organizzata o gli imprenditori che si arricchiscono sulle economie sommerse e del degrado. Complici e ideatori sono gli Stati europei, che con politiche di contenimento all’immigrazione privano i migranti dei loro diritti fondamentali alla vita e al lavoro, ignorandone le conseguenze. Complice è la carenza di sostegno di istituzioni e sindacati.  Complici siamo noi, che non ci preoccupiamo del modo in cui viene prodotto quello che mettiamo quotidianamente nel carrello della spesa.             

 

  

15 ottobre: Acquaformosa 

 

Il giorno successivo siamo ad Acquaformosa. ‘Comune deleghistizzato’, c’è scritto sulla segnaletica che accoglie al piccolo paese calabrese a 750 mt. sul mare, con una popolazione di poco più di mille abitanti. Val la pena ricordare che le origini storiche di Acquaformosa risalgono al 1195, ma la storia del paese inizia alla fine del ‘400, quando coloni arrivati dai Balcani si stabiliscono nel territorio. La comunità di Acquaformosa è di origine arberëshë e la maggioranza qui parla ancora l’albanese. Queste comunità si stabilirono nel Mezzogiorno d’Italia a partire dalla fine del ‘400. Attualmente gli arbëreshë in Italia sono circa 100.000 e rappresentano, in particolare al Sud, una tra le più importanti minoranze etno-linguistiche in Italia.

 

Aspettando il sindaco, nella piazza centrale del paese, parliamo con alcune persone del posto ; molti hanno un passato o un presente di emigrazione all’estero. Ci raccontano delle conseguenze della crisi economica sulle nuove generazioni, prospettando un ritorno ai flussi emigratori del passato.

Giovanni Manorcio, sindaco di Acquaformosa dal 2004, ci spiega come il progetto di accoglienza di Acquaformosa è anche un diretto risultato delle origini e della storia della comunità. Mentre ci dirigiamo all’asilo comunale, dove il sindaco vuole portarci a conoscere il futuro ‘multietnico’ di Acquaformosa, ci fermiamo davanti ad un edificio in ricostruzione: “Qui c’era il vecchio collegio negli anni ’50 e ’60 dove risiedevano ragazzi di famiglie povere e disagiate della Calabria”, ci spiega Manorcio. I poveri erano allora ‘italiani, o ittiri, come li chiamavamo noi. Erano loro gli Africani di adesso. [Al tempo] non c’erano la comunicazione e i mezzi di trasporto di adesso. Era quello un mondo di persone che arrivava da altre terre, dall’estero (...) e con cui noi abbiamo sempre convissuto”. È dalle origini e dalla storia di Acquaformosa che secondo il sindaco nasce la volontà di accoglienza della comunità.

Come ci è già stato, da un altro sindaco, quello di Riace, Mimmo Lucano, qualcosa deve esistere in partenza, per poter innescare sviluppi positivi e duraturi di accoglienza a livello territoriale. Ciò significa allo stesso tempo che il modello Riace o Acquaformosa sono realtà irriproducibili in altri contesti, almeno nella stessa forma qui sperimentata. Vanno trovati altri fattori in grado di garantire effetti nel lungo periodo. Tuttavia, il fattore economico costituisce e rimane l’aspetto essenziale per realizzare e mantenere questi progetti, pur nell’aleatorietà dei successi e dei fallimenti. Ad Acquaformosa circa 18 giovani del luogo sono attualmente coinvolti in associazioni che fanno riferimento all’accoglienza dei rifugiati, ai quali si aggiungono interpreti, mediatori, e operatori vari a tempo. Gli stanziamenti del progetto arrivano a 280-300,000 euro. Per ogni rifugiato il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (lo SPRAR) finanzia una diaria di circa 23 euro a persona, che arrivano a 35 euro nei casi di emergenza, come ora con i migranti che giungono da Lampedusa. Comunque cifre lontane per affrontare l’Emergenza Nord Africa. Una parte viene co-finanziata dal comune in forma di servizi e supporto sul territorio comunale. Il progetto di inserimento/integrazione dura dai 6 mesi fino al massimo un anno in casi particolari (bambini in età scolare, tirocinio ecc.). I tempi sono estremamente limitati e la crescente disoccupazione rende quasi impossibile l’inserimento nel lungo periodo. Un esempio: l’unica famiglia ad essere rimasta ad Acquaformosa è una famiglia nigeriana. La madre ci viene descritta dal sindaco come: ‘una persona incredibile, che fa 3-4 lavori diversi al giorno’. Queste in fondo le condizioni. Altri vorrebbero rimanere, ‘ma come fare?’ ci spiega l’operatrice culturale a cui parliamo: ‘C’è ad esempio una famiglia che vorrebbe rimanere, ma la madre è sola e i figli sono tutti minorenni (…) ma lei non vuole lavorare e come si mantengono? Il comune può aiutarli all’inizio, ma poi uno si deve pagare la luce, le bollette…’.

 

I lavori di tirocinio non sembrano tra i più qualificanti. Ci viene ribadito che ‘è stato difficilissimo’ soprattutto agli inizi trovare opportunità e disponibilità presso alcune imprese della zona. Ora, al terzo anno di progetto, le aziende sono sei, sette, ma i settori elencati sono a basso livello di qualificazione: alberghiero, ristorazione, panificio, casa di riposo, allevamento. I riconoscimenti per i migranti che arrivano con la laurea o altra qualificazione superiore sono inesistenti, dati i costi, la lontananza dai maggiori centri urbani e i tempi troppo limitati per dare avvio alle pratiche.   

Come Riace, Acquaformosa è un modello monco. Lo stato storna su queste realtà territoriali e locali gran parte delle responsabilità legate all’accoglienza e alla gestione dei rifugiati. Indicativa in questo senso la crescita esponenziale dei posti offerti dalle rete territoriale dello SPRAR, che dal dicembre 2012 al luglio 2013 sono triplicati, passando dai 3000 agli attuali 8000 e destinati a crescere ancora in futuro per far fronte all’accoglienza dei rifugiati. Ma a guardare bene, oltre alla buona volontà e all’impegno di alcuni sindaci, amministratori locali e della cittadinanza, qui mancano spesso i servizi, i trasporti e reali opportunità di inserimento e di vita. Nello SPRAR, ci segnalavano alcuni migranti, oltre alla casa, si può seguire un corso d’italiano e imparare un po’ di cose sull’Italia, senza tener conto dei bisogni di cui sono portatori, che difficilmente le scarse opportunità dei contesti locali realizzano: il lavoro in primis.

 Le realtà territoriali possono essere di aiuto nella fase dell’accoglienza, ma necessitano di coerenza ed appoggio da parte delle politiche nazionali ed europee. Questo affinché la solidarietà, l’integrazione e le possibilità di inserimento non si riducano a forme contingenti, eccezionali e spesso burocratiche quando non motivate da spirito auto-imprenditoriale. Ma questo richiede necessariamente un cambiamento di paradigma nelle attuali politiche migratorie in Italia e in Europa; un mutamento che ancora non esiste nel presente, nonostante la tragedia a Lampedusa. Dopo le lacrime, il tempo delle risposte non pare annunciarsi; forse perché occorre una mobilitazione dell’opinione pubblica, delle associazioni cittadine, dei movimenti e soprattutto dei migranti.

 

 

Lampedusa ad Amburgo: We are here to stay!’. Storia recente dell’Emergenza Nord Africa

 

Alla manifestazione ‘Lampedusa ad Amburgo’ tenutasi il 2 novembre scorso c’erano oltre 10.000 persone, a dimostrare come la questione dei diritti fondamentali violati sia in grado di mobilitare ampi settori della società civile anche di fronte a differenze politiche, diversità di opinioni e posizioni in materia di immigrazione ed integrazione.   

 

La storia del gruppo di Lampedusa ad Amburgo è il pezzo più recente di quella che si può definire l’odissea Emergenza Nord Africa. All’inizio della primavera l’Emergenza si è materializzata a migliaia di chilometri da Lampedusa e dall’Italia. Qui, nella metropoli portuale di Amburgo, tra le più grandi del Nord Europa, che compreso l’hinterland arriva a 5 milioni di abitanti. Ad Amburgo gli africani dell’Emergenza sono attualmente 300-350, a testimonianza del percorso di vita negata di migliaia di uomini e donne arrivati in Italia dalla Libia nel 2011 e da allora privati dei loro diritti fondamentali, per poi essere improvvisamente abbandonati a sè stessi, senza prospettive. Da ormai quasi tre anni, i rifugiati dell’Emergenza vivono in prima persona le conseguenze di politiche migratorie e di asilo, nazionali ed europee, basate sul rifiuto, sul controllo e sulla criminalizzazione.   

I rifugiati sono arrivati qui, ad Amburgo, a fine marzo/ aprile 2013, dopo la chiusura dell’Emergenza Nord Africa decretata dal governo Monti. Questo dopo mesi di permanenza in strutture inadeguate, spesso fatiscenti e prive di servizi, o nei sovraffollati centri di ‘accoglienza’ sparsi per l’Italia, sopravvivendo in attesa di ottenere il permesso di soggiorno. Prima di arrivare qui molti dei rifugiati sono passati per Napoli, Roma, Milano, Torino, nella speranza di poter ricominciare da li.

È il caso di A., originario di Bamako, Mali, che incontriamo nella Chiesa di San Pauli ad Amburgo, il soggiorno a Roma, dopo i 9 mesi trascorsi al centro Isola a Crotone, si traduce in un mese di vita sulla strada, senza fissa dimora, senza assistenza o sostegno da parte della municipalità e delle istituzioni. Come O. ed M., entrambi del Mali, come Al., del Sudan, arrivati ad Amburgo via Roma. Mentre intorno stanno terminando di fare colazione e facendo le pulizie all’interno della Chiesa di St Pauli che al momento ospita 75-80 rifugiati (http://www.stpaulikirche.de/de/?newsID=11 ), A. ci racconta come da Roma è sceso a Napoli, da dove ha preso l’autobus che lo ha portato ad Amburgo. Gli itinerari e i mezzi per arrivare sono stati diversi: molti sono venuti in treno, o in autobus alle volte passando per altri stati, alcuni in aereo. Chi ha ricevuto i 500 euro prima di partire dall’Italia, li ha usati per il biglietto, o per acquistare beni di prima necessità. Ma A. ci dice che nel centro accoglienza di Crotone nessuno ha mai ricevuto niente e che come tanti altri, il biglietto per la Germania lo ha acquistato chiedendo un prestito.

 

Molti dell’Emergenza di sono ritrovati alla stazione centrale, per le strade di Amburgo o negli shelter per i senza tetto. Tutti con la speranza di poter ricominciare da qui. Ma la situazione, soprattutto all’inizio, è stata molto critica. Fino ad Aprile, la municipalità di Amburgo ha garantito un servizio di accoglienza invernale per rifugiati. Ma la soluzione era solo temporanea ed è stata chiusa all’inizio della primavera. È stato questo uno dei primi tentativi della municipalità a guida socialdemocratica di Amburgo di far partire i rifugiati ‘volontariamente’, negando i servizi di accoglienza di base. La posizione è forte delle regole della convenzione di Dublino. I rifugiati devono rientrare al più presto in Italia, loro primo paese d’ingresso, che in base agli accordi della convenzione deve occuparsi dell’asilo. Il permesso umanitario o sussidiario dei rifugiati dell’Emergenza non permette di trovare un lavoro e di rimanere all’estero oltre i 90 giorni previsti dal visto turistico.

 

Per i rifugiati dell’Emergenza ad Amburgo, la chiusura del programma invernale significa di nuovo la vita sulla strada a temperature che all’inizio della primavera nordica, scendono sottozero durante la notte. Con l’aiuto di alcune associazioni e movimenti per i diritti dei migranti, i rifugiati decidono di mobilitarsi. All’inizio di maggio, la sezione di Amburgo del network Karawane per i diritti dei rifugiati e dei migranti porta 50 africani del network ‘Lampedusa ad Amburgo’ al Kirchentag, il convegno internazionale delle chiese protestanti, che riunisce oltre 3000 partecipanti. Rappresentanti della comunità protestante, politici ed intellettuali parlano di immigrazione ed accoglienza. Del resto, se di migranti e rifugiati si parla, che fare quando sono già qui tra noi? I rifugiati prendono la parola; rompono l’ordine del discorso; rimarcano l’urgenza di agire ora per fare in modo che a quelle vite segnate dalla precarietà venga restituita la possibilità di interrompere quella ”fuga senza fine”. Lo scopo dell’azione ottiene l’effetto auspicato; e anche il vescovo protestante della città, Kirsten Ferhs, riconosce che bisogna fare qualcosa.

 

Alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica contribuisce l’ostilità che alcuni degli intervistati non esitano a definire ‘quasi brutale’ dell’amministrazione locale. Il tentativo di allestire delle tende, nei pressi della stazione centrale vicino alla sede dell’SPD, viene duramente ostacolato dalle forze d’ordine. È l’ennesima palese dimostrazione di forza, che mobilita una parte sempre più ampia della società civile in favore dei diritti dei rifugiati dell’Emergenza. Il gruppo ‘Lampedusa ad Amburgo’ si fa inoltre sempre più compatto ed organizzato, ha dei propri portavoce tra i rifugiati ed avanza alcune specifiche richieste. In un’azione di protesta organizzata davanti al municipio, compare uno striscione con la scritta: ‘Non siamo sopravvissuti alla guerra della NATO in Libia per venire a morire sulle strade di Amburgo’. Alcune diocesi di Amburgo decidono di reagire al susseguirsi degli avvenimenti e la chiesa di St Pauli da fine maggio apre le porte a 75-80 rifugiati dell’Emergenza. Altri luoghi di culto fanno seguito all’iniziativa: come la moschea a St Georg, che ospita circa 20-25 rifugiati, tra cui anche alcune donne; la chiesa Erlöserkirche, in cui due volte a settimana la comunità Africana offre anche la mensa ai rifugiati. Questo oltre ad altre strutture private, che soprattutto a St. Pauli offrono riparo ai rifugiati in queste fredde giornate d’inverno, cercando di provvedere altrimenti al rifiuto da parte della municipalità di occuparsene.          

Il gruppo di Lampedusa chiede accoglienza, diritto alla casa, al lavoro, la possibilità di entrare a far parte della società di Amburgo. Come scritto da uno dei portavoce, Asuquo Udo, in una dichiarazione pubblica ai cittadini di Amburgo (http://hamburg.verdi.de/presse/pressemitteilungen/++co++0e7e5a60-359e-11e3-a582-52540059119e ): ‘Vogliamo diventare parte della società di Amburgo…non possiamo e non vogliamo tornare alla miseria, né in Italia, né nei paesi africani’. Molti dei rifugiati dell’Emergenza prima di lasciare la Libia lavoravano come operai edili, carpentieri, meccanici, giornalisti, esperti informatici.

 Ralf Lourenco attivista di Karawane (http://thecaravan.org/ ) nella sede a St. Pauli spiega: ‘Quando i rifugiati si sono rivolti a noi erano già organizzati e avevano quattro portavoce. (…) Noi li abbiamo aiutati a rendere pubbliche le loro rivendicazioni, organizzando dimostrazioni, incontri pubblici e con la stampa, aiutandoli nelle traduzioni in tedesco. Ma i contenuti erano già chiari in partenza’.  A differenza di altre realtà che si occupano di diritti di rifugiati e migranti, il gruppo di Karawane si impegna ad incoraggiare e sostenere forme di self-empowerment e auto-organizzazione dei migranti. I rifugiati non sono ‘vittime da aiutare’, ma soggetti autonomi pensanti ed in grado di auto-rappresentarsi e reclamare i propri diritti. Il supporto di Karawanen si traduce in forme di sostegno pratiche, attività di networking sul territorio, traduzioni delle dichiarazioni in tedesco e aiuto in aspetti relativi alla comprensione e gestione delle realtà istituzionali e sociali in loco. Ma non ci sono intermediari. Sono i rifugiati che vanno agli incontri con le autorità, con la stampa, i sindacati, gli studenti, i movimenti di cittadini. Questo rappresenta uno dei punti di forza di ‘Lampedusa ad Amburgo’. Ma in questo caso, ci sono anche delle premesse ad aver agevolato alcune scelte: il fatto che tutti sono arrivati dalla Libia durante il conflitto nel 2011 ed abbiano ottenuto lo status di rifugiati in Italia. Questo li pone nella condizione di chiedere il riconoscimento del permesso di residenza come gruppo, facendo appello al §23 della legge di soggiorno, in cui lo stato federale decide in accordo con il Ministero degli Interni. Il paragrafo agevola le istanze di residenza nel caso specifico di gruppi numerosi ed omogenei.

Tuttavia, è proprio su questo punto che si sono create difficoltà tra i vari soggetti che in questi sette mesi si sono impegnati a difendere i diritti di ‘Lampedusa ad Amburgo. ‘La chiesa’ -ci spiega Ralf di Karawane- ‘si preoccupa principalmente dell’aspetto umanitario della questione e tende a concentrarsi sui casi individuali. Per la chiesa la soluzione di gruppo non è possibile. … Inoltre a loro non piacciono le campagne politiche. La chiesa di St. Pauli è de-politicizzata, e questo influisce negativamente sul gruppo. … In quest’ultimo mese il gruppo ha avuto alcune esperienze negative, con rappresentati della comunità della Chiesa protestante di St. Pauli coinvolti in negoziati politici senza il sostegno collegiale del gruppo di Lampedusa”.

Il coinvolgimento della chiesa è stato fondamentale nel risolvere esigenze immediate e problemi legati al vitto, al domicilio e nel sensibilizzare e mobilitare una parte della comunità. Le relazioni si sono complicate quando l’attivismo e la partecipazione sono evolute da questione prevalentemente umanitaria e legata alle immediate necessità dei singoli, in prese di posizione politiche, che comportano inevitabilmente anche una critica dei poteri costituiti e delle norme vigenti. In questo caso la Chiesa diventa soggetto debole, anche in ragione delle pressioni fatte dalle autorità locali. Ad esempio in relazione alla recente proposta e risposta del Senato federale di Amburgo alle richieste del gruppo di Lampedusa di accettare la prassi chiamata ‘Duldung’. Nel sistema tedesco il Duldung rappresenta la prima ed ultima istanza nella domanda di asilo, la cui delibera viene fatta su base esclusivamente individuale. Ciò comporterebbe per i rifugiati dell’Emergenza la perdita di tutto l’iter precedente e del riconoscimento di asilo già avvenuto in Italia, dopo attese lunghissime. Il rifiuto della domanda di asilo, inoltre, avvierebbe automaticamente le procedure di deportazione e di detenzione nei criticati centri di espulsione della Germania. Non solo, questa prassi non offre nessun riconoscimento collettivo al gruppo Lampedusa, ma solo una scelta su base individuale. Questa soluzione comporta già in sé il tentativo di dividere il gruppo e diluire rivendicazioni di carattere collettivo, lasciando il singolo decidere se richiedere asilo. La proposta del Senato è considerata inaccettabile dalla maggioranza del gruppo di Lampedusa ad Amburgo, che ha replicato con una lettera aperta (http://www.thevoiceforum.org/node/3396).

 All’incontro settimanale degli attivisti nella chiesa di St Pauli, Philippe sostiene che è anche una questione di pragmatismo: ‘Una cosa è intervenire quando la situazione fa vedere che certe politiche non funzionano, un’altra pretendere di voler cambiare radicalmente le politiche di asilo’. Per Philippe ‘L’atto umanitario è poi anch’esso un atto politico’, pur riconoscendo che esistono vincoli e limiti dettati dal ruolo e dalla natura stessa dei rapporti della Chiesa con le istituzioni che non vanno sottovalutati, si pensi all’aspetto economico e anche politico della situazione. Ma è anche forte di questa posizione che la Chiesa ha contribuito a comunicare le ragioni di ‘Lampedusa ad Amburgo’ tra chi qui a St Pauli e ad Amburgo non interpreta la questione in modo politicizzato. Non possiamo però non notare che nessun rappresentante di ‘Lampedusa ad Amburgo’ partecipa alla riunione. Alcuni cercano di seguire seduti in disparte, o dal piano superiore, ma i traduttori non ci sono e pochi dei rifugiati parlano già il tedesco.        

‘Una solidarietà così forte non ce l’aspettavamo’ afferma Ralf di Karawane e questa è anche tra le ragioni dei risultati fino ad ora ottenuti, anche rispetto ad altre simili realtà in Germania , ad esempio a Berlino. Camminando per le strade di St Pauli è difficile non accorgersi del diffuso sostegno al gruppo di Lampedusa. Ovunque ci sono manifesti con il motto ‘We are here to stay’, graffiti, banners alle finestre, scritte su muri e marciapiedi, opuscoli esposti alle vetrine di bar e nei negozi di quartiere. I rifugiati sono i primi a riconoscere questa generale manifestazione di solidarietà da parte di St Pauli e più in generale della comunità di Amburgo. Ci dicono che anche la polizia ha rifiutato di procedere alla richiesta delle autorità di eseguire i controlli all’interno delle chiese che ospitano i rifugiati di Lampedusa, interpretando questo come un segnale positivo di questa solidarietà crescente e ‘diffusa’. A questo continuano a contribuire numerose e diverse realtà: dalla popolare squadra di calcio St. Pauli, alle scuole locali, all’Università, al teatro e sindacati come Verdi (http://international.verdi.de/ver.di_fremdsprachig/was_ist_ver.di_-_eine_einfuehrung_auf_englisch ) e  IG Metall.

Queste, anche, le ragioni di speranza per il futuro di Lampedusa ad Amburgo. ‘Siamo fiduciosi’ -ci dice Ralf -‘e continueremo a lottare per ottenere una soluzione che riconosca i diritti del gruppo di Lampedusa’. Perché la lotta a fianco di ‘Lampedusa ad Amburgo’ è anche un modo per discutere e riflettere più in generale sulle attuali normative e convenzioni in materia di asilo ed accoglienza, a livello nazionale ed europeo. ‘Lampedusa ad Amburgo’ costituisce un esempio in grado di influenzare positivamente altri casi. ‘Molti stanno guardando a quello che sta succedendo qui ad Amburgo’ riconosce Ralf, ‘perché qui c’è stata una risposta concreta alle promesse fatte dai politici sull’isola di Lampedusa e mai mantenute. Per questo motivo, ‘Lampedusa ad Amburgo’ vorrebbe che il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini potesse venire qui a testimoniare la volontà di cambiamento. Nel frattempo la lotta continua. Sono già programmate quattro manifestazioni nel sabato dell’avvento

(https://www.facebook.com/events/420049604787787/), perché il Natale porti finalmente buone notizie ai rifugiati di ‘Lampedusa ad Amburgo’ e non solo.

 

 

Links: http://lampedusa-in-hamburg.tk/; https://www.facebook.com/lampedusainhamburghttp://thecaravan.org/taxonomy/term/44


[1] Per un approfondimento su norme, procedure e prassi dell’accoglienza vedi http://www.manuale-dignitas.it/saper-fare/3d-schede-di-approfondimento-su-norme-procedure-e-prassi/3d3-laccoglienza.html
[2] http://fortresseurope.blogspot.it/2009/10/crotone-le-foto-del-centro.html
[3] http://www.misericordiaicr.it/2009/ChiSiamo/ChiSiamo.asp
[4] per info vai al sito: http://www.serviziocentrale.it/?SPRAR&i=2&s=2

 

 

 


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Di seguito un estratto dal contributo “Per vedere occorre prima chiudere gli occhi”, di Massimo Ciglio, pubblicato nel libro “Vento del m...

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La guerra di Erdogan contro le donne in Turchia

La guerra di Erdogan contro le donne in Turchia

 

L’otto marzo da poco trascorso ad Istanbul si ricorderà per l’importante partecipazione al corteo in difesa dei diritti delle donne in un paese dove il governo di Erdogan tende a ...

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monologo d'amore

Lui mi diceva sempre:
 
LE CONDIZIONI SONO ATMOSFERICHE COMUNQUE,
COMUNQUE METEOROLOGICHE.
 
Mi diceva.
Ed io non capivo; intuivo, percepivo, però proprio capire no, mai!
Poi una notte, d...
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Consumatori (in)governabili

Consumatori (in)governabili

1. La critica della società dei consumi è sport antico e ricorrente. Peccato che troppo spesso si riduca a lamentazione nostalgica, o, ancora peggio, si t...

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