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Discussione sul Reddito BIN-ITALIA a Salerno 2010

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… dell’associazione giù a Salerno, ci assumiamo anche un compito latamente politico, cioè quello di cercare, in una realtà, tra l’altro come quella meridionale che del passaggio tra lavoro a non lavoro ne sa qualcosa, di inserire una posizione che è diversa, laterale, di scarto, rispetto a quelle che sono sul campo. Questo seminario viene in un momento buono paradossalmente, perché la settimana scorsa ci ha consegnato nel disastro delle elezioni europee un dato irreversibile; dicendolo con durezza, qualsiasi uscita dalla crisi va pensata tenendo presente la crisi pressocchè irreversibile della risposta socialdemocratica. Ora l’impressione che da questo non si esca, che l’otto-novecento, la risposta, la mediazione welfaristica socialdemocratica abbia esaurito la sua forza propulsiva (bisognerà riflettere con attenzione su cosa resta di quell’esperienza); come modello ho l’impressione che si sia messa fuori gioco e appaia sempre più fuori gioco rispetto alla crisi finanziaria. Non è un caso che il risultato forse più clamoroso e inaspettato a sinistra dell’elezioni europee sia la significativa apparizione di un’area ecologista che si pone forse come tentativo forse sperimentale di non arrendersi all’Europa neoliberista senza però scadere nell’alternativa socialdemocratica. Il fatto di vedere il vecchio Cohn-Bendit allo 0,5% di distanza dall’augusto partito socialista francese apre ovviamente il cuore alla speranza e la testa alle riflessioni; il cuore si apre alla speranza ovviamente pensando che visto che si tratta di Cohn-Bendit ce ne è tanta in più; più seriamente direi che c’è la possibilità oggi di aprire una pagina post-socialista e non neoliberista. Questo per mettere subito i piedi nel piatto, per dichiarare le intenzioni recondite per cui uno oggi si occupa di reddito di cittadinanza. A livello teorico diceva già molto Vittorio Dini nell’introduzione citando due parole chiave che stanno al fondo di questa riflessione e di ogni riflessione postsocialista e postsocialdemocratica; e cioè le domande sull’autonomia e sulla libertà, il lessico dell’autonomia e della libertà è un lessico che appartiene a una riflessione riflessione postliberale e post socialista o sono lessici che vanno consegnati completamente all’avversario? È possibile riflettere da (tra virgolette) sinistra sui termini di libertà e di autonomia, sulla possibilità di una democrazia delle soggettivazioni libere, di una democrazia della rottura del controllo sociale, di una democrazia che non abbia soltanto come arte principale il valore dell’eguaglianza ma rifletta sul lessico della libertà. Tutto questo, secondo me, ha a che fare col reddito, sta sullo sfondo delle motivazioni filosofico politiche per cui si propone una democrazia sociale fondata sul reddito di base. Spingendo più avanti la sonda dal punto di vista teorico, io direi come politicamente ci troviamo a riflettere sulla difficoltà o forse sul crollo del modello socialdemocratico, teoricamente noi ci troviamo nella situazione di dover riflettere sulla fine del compromesso marshalliano. Chi si occupa di sociologia ha presente il classico testo di Marshall sulla cittadinanza e le classi sociali. Quel testo presentava una logica progressiva che è la logica del modello welfaristioco; una logica di accumulo dove diritti civili, diritti politici e diritti sociali si susseguono come conquiste progressive che danno vita ad uno status complessivo di cittadinanza. Questa logica progressiva presentata da Marshall aveva come fondamento della sintesi di questa unione di diritti civili, politici e sociali la centralità del lavoro. Le garanzia sociali di cittadinanza attingono la propria universalità, nel testo di Marshall, dall’idea di fondo che è il cittadino lavoratore ad essere l’immagine tendenzialmente universale che permette la mediazione. È il fatto che il cittadino è colui che lavora, è colui che vive la sua vita intorno alla garanzia del salario, che fa si che possano reggere insieme la cittadinanza e le garanzie sociali. Un doppio asse: da un lato la società salariale fondata sul lavoro a tempo indeterminato, dall’altra parte il welfare, una serie di garanzie sociali che sulla società salariale si fonda. Questo compromesso sembra fallito, questa sintesi sembra non poter essere più riattivata. Perche questi due assi, da un lato la società salariale e dall’altro le garanzie welfaristiche, sembrano come insieme si sono tenute così insieme sembrano esaurirsi. Chi riflette sul reddito ha da tempo individuato nelle ristrutturazioni tecnologiche, che ristrutturano profondamente le forme di erogazione del lavoro e di origine del profitto un momento di crisi generale in quel sistema welfaristico. Vacilla la separazione tra produzione materiale e immateriale, vacilla quel mondo segnato attorno a quella figura del lavoratore tradizionale che era l’anima del progetto marshalliano. La ristrutturazione tecnologica rivela un carattere sociale più che individuale della produzione. La stessa produzione ha sempre più bisogno di elementi soggettivi si esprime sempre più in forme socializzate. La produzione non è più fordisticamente meccanica, non è più organizzata secondo i modelli tradizionali fordisti, ma diventa sempre più una produzione sociale. La produzione è diffusa, come capiva l’operaismo italiano, dalla fabbrica alla fabbrica sociale, e il processo di accumulazione è sempre più processo di accumulazione che investe l’intera vita. Uno slogan che però rivela il carattere fondamentalmente sociale della produzione. Questo carattere fondamentalmente sociale della produzione rompe il compromesso salariale. Non stanno più insieme gli aumenti di produttività e la redistribuzione sui redditi da lavoro salariato, quello che teneva insieme il compromesso sociale, per cui all’aumento di produttività corrisponde una maggiore tendenziale redistribuzione del lavoro salariato e corrisponde un tendenziale sviluppo dell’occupazione. Le nuove modalità di produzione fanno si che quello che viene espropriato dalla produzione sociale non viene più redistribuito, viene semplicemente incamerato, e forse anche la parte di finanziarizzazione cui faceva riferimento Vittorio Dini, ha la sua origine in questo nuovo paradigma di accumulazione che accumula a partire dalla vita intera messa al lavoro e non redistribuisce più come prima sul lavoro salariato. davanti a questo quadro dove appunto non sta più insieme aumento della produttività e aumento dei salari, non sta più insieme aumento della produttività e occupazione, anzi l’aumento della produttività spesso viene rispecchiata da una diminuzione della forza lavoro salariata, ma non della forza lavoro messa a lavoro, perché quella non diminuisce, semplicemente è la cooperazione sociale diffusa che viene messa al lavoro; davanti a questo quadro dove la redistribuzione è sganciata dalla prestazione lavorativa, la proposta del Basic Income è una proposta per salvare il portato emancipatorio del welfare, però affrontando questo tipo di crisi, senza fingere che non sia venuta meno quell’immagine marshalliana che legava lavoro a garanzia di diritti e a diritti sociali. Il fatto che la proposta del Basic Income, almeno come la propongono gli amici del BIN, sia incentrata sulle condizioni di incondizionalità e universalità, un reddito di base che non è il salario minimo, ma un reddito di base che parte dall’idea che il reddito diventi un diritto fondamentale, un diritto civile, quindi distribuito a tutti sulla base della mera residenza su un territorio, senza condizioni, anche quella di avere o non avere un posto di lavoro, e universalmente, è una proposta che è sul tappeto proprio perché capace di superare la crisi del compromesso sociale, è capace di porre il problema della redistribuzione di quella nuova accumulazione, a partire dall’universalità che sta alla base del nuovo processo di accumulazione. Come tale è una proposta redistributiva, è una proposta riformista, non è una proposta che propone uno sconvolgimento radicale della modalità di produzione, è una proposta dentro la tradizione del modello redistributivo. E però, se guardiamo ai modelli di giustificazione che ci possono essere dietro questo tipo di proposta, ci accorgiamo che dietro il velo semplicemente riformistico c’è qualcosa in più. Certo, c’è chi la intende, intende il reddito di base semplicemente come una proposta compatibilista, come una proposta per aiutare il mercato del lavoro a precarizzare, come una proposta minimale, per rendere meno crudeli le ristrutturazioni del mercato del lavoro. Però c’è anche chi dentro questa proposta vede altre cose. Vede l’occasione nelle nuove condizioni sociali della produzione, per liberarsi dal ricatto del bisogno, dal ricatto della necessità, ridistribuendo le capacità impersonali cioè la capacità di reddito, si rende davvero possibile dare carne e sangue al discorso sull’autonomia e la capacità dei soggetti; tutto il discorso, quello sì liberale sulle capacitazioni, prende davvero carne e sangue il discorso seniano, prende davvero una sostanza perché affronta pienamente la rottura del reddito della prestazione lavorativa; altrimenti resta un discorso debole, resta un discorso dentro i processi di gerarchizzazione e di precarizzazione dell’attuale situazione. Ecco, il reddito può essere in questa fase letto molto più fondamentalmente come un modo per riscrivere l’immagine dei diritti fondamentali, un modo per far saltare l’opposizione tradizionale tra diritti civili e diritti sociali, riscrivere lo stesso reddito come diritto civile, come diritto universale e incondizionato. Letto così è il modo per alzare la soglia delle resistenze, è il modo probabilmente per permettere quell’atto di liberazione, di sottrazione delle nostre vite ai meccanismi di gestione della forza lavoro, meccanismi di gerarchizzazione, di precarizzazione; nell’università questi meccanismi li conosciamo bene. C’è una parola usata dalla stampa ma che in realtà questo significa che si chiama baronato: c’è una gestione gerarchizzante e o precarizzante della forza lavoro. Questa nuova immagine dei diritti universali può essere il fondamento di una nuova immagine della democrazia sta a noi riflettere se questa è un’immagine dirompente. Credo personalmente che la riflessione sul reddito ci porti a rompere definitivamente quella noiosa e funzionalisticamente conservatrice opposizione tra radicali e riformisti che ha perseguitato la sinistra italiana in questo periodo producendo da un lato un radicalismo teso all’autorappresentazione di se stesso più o meno identitario, e dall’altra parte un riformismo senza capacità di riforma. Il reddito, rompendo la gabbia tra diritti civili e diritti sociali, costruisce una democrazia che da un lato è redistribuzione del prodotto della cooperazione sociale, dall’altro è nuovo modo di intendere la libertà e l’autonomia. Da questo punto di vista può essere politicamente un grimaldello per far saltare una situazione stantia, di ripetizione di se stesso, di ripetizione dei propri ruoli in cui la sinistra italiana si è ficcata da tempo. Do subito lo spazio alla discussione appunto ponendo questo tipo di domande. A) è possibile un over… tra i vari modi di intendere il reddito di cittadinanza, la giustificazione del reddito di cittadinanza? È possibile parlarsi visioni del riformismo radicale, tra visioni postoperaiste che sono approdate al reddito e quelle liberali? Io penso di sì. Penso che sia possibile una sovrapposizione profonda che porti avanti questo tipo di riflessione. È possibile fare del Basic Income la pietra di fondamento di una società post-socialista e post-welferistica che non sia però neoliberista? È possibile fare del Basic Income la costruzione di una sinistra che non sia la sinistra dei garantiti, ma che sia la ridiscussione profonda della soglia tra già garantiti e non garantiti? E di fondo, ultima domanda che riprende le considerazioni iniziali di Vittorio Dini, è possibile partire dal Basic Income per unna riflessione da sinistra della democrazia non solo tradizionalmente come espressione del valore illuministico dell’uguaglianza, ma anche come recupero dei valori di libertà e autonomia da sinistra? Oppure queste parole devono essere consegnate all’egemonia culturale neoliberista? Questo mi sembrerebbe oggi la sfida per la costruzione di una sinistra che si riprenda dallo shoc provocato dal confronto con l’egemonia neoliberista senza però svendere la parte migliore del proprio patrimonio, senza rinunciare all'idea che di diritti civili, di libertà, di garanzie, di autonomia, di tutto questo il dna della sinistra ne ha parlato molto prima che ci si appiattisse su idee troppo facili di democrazia uguale uguaglianza, di idee anche troppo grigie di democrazia e di uguaglianza.

ALLEGRI

Come membri del Basic Income Network, abbiamo l’idea di presentare dei dibattiti, delle discussioni pubbliche che tengano insieme un’analisi dal punto di vista della ricerca dello studio, e un’attenzione alle dinamiche sociali e alle trasformazioni della società. Il dibattito sulla questione del reddito e sull’articolazione del nuovo welfare poststatuale in cui il pubblico non è più pubblico dello stato, in quest’alternativa tra privato e statale, la nostra esperienza di soggetti attivi della cittadinanza, ma anche di studiosi, sappiamo che c’è per fortuna lo spazio terzo, che è lo spazio forse più ricco della storia dell’ultimo trentennio italiano. Il reddito di base universale ed incondizionato da una parte, e il ripensare i meccanismi di protezione sociale oltre la tradizionale lettura statalistica è già un laboratorio di una grande innovazione per il dibattito italiano. Motivo per cui, come per tutti i laboratori sperimentali, quest’occasione di confrontarci su queste categorie che però sono carne e sangue della nostra vita quotidiana, è un occasione eccellenze. Mi permetto di fare un piccolo spot, come B.I.N.; mi viene in mente che uno dei libri più rilevanti nell’ambito della definizione del reddito di cittadinanza… voi sapete che il Basic Income Network è un modo di una rete mondiale che si chiama Basic Income Earth Network, e uno dei fondatori è Van Parijs, teorico, filosofo, studioso, grandissimo intellettuale nordeuropeo, che ha scritto un libro fantastico, che è questo che stiamo provando a tradurre in italiano, cercando tra le case editrici più sensibili, e anche abbastanza importanti, che si chiama Real freedom for all, in cui c’era proprio una lettura di unì’appropriazione da un punto di vista di una nuova sinistra del concetto della libertà. Cioè, finchè la libertà non è reale per tutti, è un gioco al ribasso parlare solo dell’eguaglianza. Da Real freedom for all nasce anche la famosa battuta di Van Parijs sulla incondizionatezza, così facciamo piacere anche al nostro profilo un po’ più lavorista e per certi versi un po’ più mediterraneo. Uno dei primi saggi di Van Parijs è perché i surfisti di Malibù hanno diritto al reddito di cittadinanza. Era ovviamente una provocazione che però ci sta tutta, soprattutto se la rileggiamo all’interno del cambiamento dei modi di produzione, delle trasformazioni delle forme del lavoro. Per noi mettere nell’agone questa lettura della libertà e dell’autonomia a una libera scelta per una vita degna; se potessimo utilizzare altri slogan che potremmo riprendere da una lettura di una società del rischio di Beck respect da una parte per certi versi. Essere messi nelle condizioni di poter scegliere in modo autonomo una degna vita invece dell’ottica quasi alla Sen, ibridata con la lettura degli Zapatisti, che parlano della rabbia della degna vita, di una riappropriazione fino in fondo della libertà di scelta. Poi faccio una parentesi, per certi versi, all’inizio della nostra fondazione repubblicana, c’era un tentativo di argomentare questo fondamento dello spazio dell’eguaglianza e della libertà. In alcuni saggi di Piero Calamandrei parlava del fatto che si parlava di eguaglianza ma non si poteva non parlare di diritti sociali i quali sono promozione dell’autonomia di scelta. Bisogna dare l’istruzione e la sanità proprio perché bisogna mettere le persone nelle condizioni di crescere e di diventare dei cittadini attivi. Ci sarebbero degli spunti per rileggere quell’epoca lì in un’ottica che non sia sacrificata a ciò che è venuto dopo, ovvero a quel patto fordista che ha chiuso la storia d’Italia degli ultimi trent’anni. In questo la questione del reddito e del welfare post-statuale è una questione per certi versi anche un po’ generazionale, garantiti non garantiti, che è una questione che ci portiamo dietro almeno dagli anni settanta. Io mi sto rileggendo i libri di Bianciardi, Lavoro Culturale, Vita agra e L’integrazione. Dal punto di vista di un intellettuale che metteva la sua vita al lavoro fino in fondo, c’era già in nuce il fallimento di quel sistema sociale, in cui la forma più avanzata dell’intellettualità del lavoro culturale, che si trasferiva addirittura dalle campagne del grossetano, da una parte il fallimento culturale del boom economico, dall’altra il fallimento sociale del sistema di welfare che si andava delineando. Quel sistema sociale rispetto al quale comporta per il sistema italiano venti trent’anni di arretramento rispetto a tutte le legislazioni europee, rispetto alla tutela delle forme del lavoro, anche rispetto al contesto comunitario a 25. L’Italia, l’Ungheria e la Grecia sono gli unici paesi richiamati dal Libro Verde sulla flexsicurity segnalati dalla Commissione Europea come gli unici paesi che non prevedono delle forme di tutela tendenzialmente universalistiche, cioè per i cosiddetti lavoratori flessibili, temporanei, precari. Qui riporto un consiglio di Van Parijs, quando venne a Roma a presentare il suo libro, che disse proprio perché dobbiamo lasciare parole d’ordine, che sono parole d’ordine nostre di fatto come libertà e autonomia al fronte antagonistico, il quale ruba terreno e conquista consenso, dal punto di vista dell’immaginario e dal punto di vista delle previsioni normative. E Van Parijs poi ci disse che noi in Italia stavamo messi molto male, però paradossalmente siete messi così male che non è escluso che se comincia qualcosa, comincia col tesoro dei venti anni con cui state dietro, con un avanzamento in cui la dinamica rivoluzionari riformisti viene sbaragliata, perché se davvero comincia qualcosa da voi ricomincia in un modo che non c’è più un antagonismo tra chi vuole essere radicale e chi vuole essere riformista. Un tentativo di innovazione normativa sulla previsione di alcune forme di tutela tendenzialmente universalistiche è già uno slancio talmente grosso che turba la pratica dei piccoli passi che è fondamentale per voi per poter arrivare all’ipotesi di un reddito universale e incondizionato, vi permetterebbe di fare definitivamente i conti con le categorie novecentesche della sinistra tradizionale. Giuseppe Bronzini scriverà a proposito dello screditamento della teoria marshalliana, Il reddito di base come diritto fondamentale europeo, in questa ottica di superamento delle griglie interpretative e del susseguirsi delle generazioni di diritti. C’è un appiglio normativo a livello comunitario che comincia ad essere utilizzato anche dalla giurisprudenza delle corti europee, ma soprattutto inferiori a livello nazionale, che è l’art. 34 comma 3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, il quale parla esplicitamente del diritto all’assistenza sociale abitativa non vincolandolo a condizioni particolari. E nel diritto all’assistenza sociale abitativa rientra poi questa lettura pluralistica del reddito. Su questo non dobbiamo sganciare la possibilità dell’ottica redistributiva nell'ottica di una cittadinanza attiva che ripensa le forme del sistema sociale, del welfare, a partire dal locale, a partire dalla possibilità di pensare una contrattazione sociale condivisa. Qui c’è un’altra parola d’ordine che dovremmo avere il coraggio di ribaltare che è il principio di sussidiarietà, che con la riforma del titolo quinto del 2001 è diventato un grimaldello che per ora è utilizzato in un ottica liberale. Da una parte dobbiamo avere la forza di leggere il principio di sussidiarietà da una parte facendo tesoro della tradizione della dottrina sociale cattolica, e cioè di leggere il principio di sussidiarietà però letto nell’ottica progressiva nell’ottica di un pensiero critico che prenda sul serio la possibilità di agire per la libertà e per l’autonomia degli individui, dell’essere umano che decide come vivere assieme liberamente, insistendo su questo principio di sussidiarietà nella sua ottica orizzontale. Non possiamo non fare anche quella battaglia. L’ottica del principio di sussidiarietà orizzontale è lo spazio che permette il ripensamento dell’autonomia della società civile nell’ottica liberale, e dall’altra la possibilità di pensare la autorganizzazione dei nuovi movimenti sociali, in un’ottica post-dogmatica. Mi viene in mente il libro Gramsci è morto, cioè la capacità di pensare le forme dell’autorganizzazione dei movimenti sociali uscendo dall’ideologia dogmatica della sinistra novecentesca. Anche perché il principio di sussidiarietà ci porta sul privato sociale, in no-profit, che non è altro che una reazione privatistica del welfare pubblico. Da una parte il welfare pubblico è stato terreno di scorribande, dall’altra la rilettura attraverso il principio di sussidiarietà è di saltare direttamente tra le braccia dei privati. Una capacità del pensiero critico all’altezza dei tempi è anche la capacità di rileggere lo spazio del principio di sussidiarietà orizzontale, legato alla riappropriazione di un welfare, di un pubblico post-statuale. Ci sta un saggio di un altro studioso del diritto del reddito, il quale sostiene appunto che nell’attuale crisi la questione della percezione della precarietà è una condizione che è ormai percepita anche dai garantiti. E non c’è solo una questione, un confronto, un conflitto generazionale ormai solo tra garantiti e non garantiti. Ma anche la consapevolezza che per la sinistra, per il pensiero critico la fuoriuscita dalla crisi è porre la questione delle tutele tendenzialmente universali e incondizionate come tutele comprensibili per tutti, anche per i lavoratori che tendenzialmente erano più garantiti e pensavano di stare con più facilità nel mercato del lavoro. Tutti gli interventi che si stanno facendo a livello locale penso al livello regionale al Lazio sugli overquarantenni, e sulla nuova legge del reddito del Lazio che cerca di intercettare disoccupazione e precariato e quindi a intercettare disoccupazione e precariato e quindi a cominciare a percepire che le tutele universalistiche e incondizionate dovrebbero diventare un abbecedario comune a tutti. Sulla sinistra e su Cohn-Bendit, quella scommessa lì ha messo in crisi un partito che a sinistra aveva un potere incontrastato dal 1981. lì abbiamo 14 deputati di Europe Ecology e14 deputati del Partito Socialista. E come è composta Europe Ecology? C’è Bovè e gli altermondialisti, c’è Eva Jolie, che ha fatto quel film con Chabrol, e c’è Cohn-Bendit, portato migliore della nuova sinistra degli anni 70. una forma che ci interroga molto da vicino. Ha avuto una capacità di intercettare il consenso delle nuove generazioni che sono disaffezionate alla partecipazione politica. Invece lì ha avuto una grande capacità di mobilitazione.

Per l’Italia si è fatta un po’ una retorica dei movimenti sociali negli anni novanta, dicevano che era il momento in cui ci danno Washington, il democratico e il ribelle devono mettersi l’uno davanti all’altro e parlare. Io non vedo cosa miglio che per superare gli steccati che ci hanno diviso anche esistenzialmente che confrontarsi materialmente con questi due temi che ci danno la possibilità di pensare un riformismo in cui far scartare completamente la dialettica tra riformisti moderati e radicali rivoluzionari. L’altra cosa che manca è portare nel dibattito della sinistra, del pensiero critico che sta nelle istituzioni, questo orizzonte che eleva un pochino dalle miserie della politica politicante quotidiana.

CICCARELLI

Ringrazio per l’ospitalità e la benevolenza per i non garantiti. Coloro che hanno preceduto nell’intervento hanno affrontato un argomento abbastanza importante.. mi riferisco alle questioni riguardanti la sinistra, e la rottura non solo con la sua rottura politica storica, ma anche di questo poco produttivo dibattito su sinistra radicale e sinistra riformista, argomenti fondati esclusivamente sull’autogiustificazione di natura elettoralistica e poco più. Nel momento in cui dalle elezioni europee, ma è evidente che ci sono tendenze molto più approfondite, queste giustificazioni non rendono più la realtà effettiva di questi soggetti politici, è chiaro che si fa un po’ di piazza pulita e un discorso come il reddito di base può essere argomentato anche al di là della malinconia dell’epoca attuale, quest’aria di famiglia che circola non solo nella sinistra riformista ma anche nella così detta sinistra radicale per cui è finito il mondo. E l’epidemia sentimentale, sentimentale, affettiva, intellettuale, politica che si allarga in tutte le forme del linguaggio, dell’aggregazione, della percezione. Nel senso che, nel momento in cui il mondo è finito, non si percepisce nemmeno le linee di continuità e di rottura che si sono date in alcune storie come ad esempio quella della sinistra. Mi soffermerò nella prima parte del mio intervento sul surfista di Malibù. Come diceva Peppe Allegri, si è giocata una bella partita tra Philippe Van Parijs e John Rawls, che nell’ambito del liberalismo politico e della teoria politica normativa è sicuramente campione incontrastato, un grande teorico, un po’ noioso, però è veramente significativo che ha in qualche modo, almeno nella prima parte della sua produzione, alludo a un libro del 1961, La teoria della giustizia, che ha sicuramente innovato alcuni canoni della filosofia politica liberale, ma non solo, della cultura del liberalismo politico, fino al punto di portarlo a parlare non di un reddito di base, ma di un minimo sociale da garantire ai soggetti svantaggiati per rispettare il principio di equità fondamentale che dovrebbe governare una società di tipo liberale. A un certo punto Van Parijs, in questo articolo del 1991 che veniva in precedenza citato, fa delle osservazioni abbastanza interessanti pur condividendo un impianto liberale di fondo, dal quale io poi necessariamente di distaccherò perché sono convinto che argomentare in termini liberali la tematica del reddito di base è significativo ma, è in fondo limitante. Ebbene, in questo articolo, si contesta sostanzialmente l’argomentazione principale di Rawls: alla base della società di tipo contrattuale vige il principio fondamentale che è quello della reciprocità; nel lavoro questo è alquanto evidente: io sono disponibile a una prestazione e tu mi dai in cambio un’erogazione di servizi ecc.. In quest’articolo Van Parijs mette in dubbio l’esistenza o la vigenza di questo principio perché sono saltate le xxxx xxx poste dal patto sociale marshalliano del welfare assistenziale otto novecentesco, tra tempi di lavoro e tempi di non lavoro, tempo di lavoro e tempo libero, la stessa idea di produzione, siamo già nel 1991 quindi sono passati almeno vent’anni dall’inizio della rivoluzione monetarista in economia e governamentale neoliberista in politica. Questi erano già dati acquisiti, è interessante quando Van Parijs dice che queste condizioni, per rispettare il principio di reciprocità che dovrebbe stare alla base di un patto sociale, il surfista non è il lavativo, che si rifiuta di lavorare e di vivere non nel malaffare ma in maniera immorale alle spalle dei contribuenti sfruttando varie forme di pensione, di salario ecc.. ebbene, anche il surfista che ovviamente in questo caso diventa una metafora di quella tipologia di attività non più riconducibile direttamente al lavoro salariato, anche questo surfista a pieno titolo e di rispettare il principio di reciprocità di partecipare a una vita sociale degna di questo nome. Ovviamente, in quel libro, che spero che venga tradotto, ci sono molte altre cose, però mi interessava animare il personaggio del surfista in cui credo un po’ tutti amerebbero identificarsi, garantiti e non garantiti, per ovvie ragioni. In realtà dal punto di vista politico, approfondire un po’ che cosa è successo tra il 1971 e il 1995, quando poi esce questo libro, perché facendo un discorso sulla sinistra, la caratterizzazione che ne ha dato Giso Amendola è assolutamente drammatica, e io condivido pienamente; ma Giso tu stai parlando di un settore politico e sociale di questa società, ma non solo di questa società: la crisi è più drammatica in Italia appunto c’è questa percezione della fine del mondo, ma è drammatico perché sostanzialmente, stai dicendo che tutte le soggettività, i partiti, le istituzioni o gran parte, che si sono identificate nel campo argomentativo ed esistenziale della sinistra sono quasi del tutto incapaci di reggere l’urto di questo nuovo mondo che dopo un congelamento si 25 30 anni sembra che abbiano conosciuto. Sto parlando della sinistra riformista e della sinistra radicale, un discorso drammatico, io lo drammatizzerei ancora di più, non nascondendo la relativa soddisfazione di questo, però dal punto di vista politico, filosofico sarebbe interessante capire la natura di questo congelamento della vista e della percezione che ha colto molte persone all’interno del recinto che si è autonominato sinistra in questo paese negli ultimi trent’anni, e perché si sono congelati, si sono ibernati, in che realtà hanno vissuto. È evidente che sinistra riformista e sinistra radicale, se vogliamo utilizzare queste categorie che trovo abbastanza imprecise, si sono identificate nella rappresentanza di una certa tipologia, parlando del lavoro, della società dei garantiti, e questa trasformazione ovviamente sappiamo che hanno investito non solamente la società dei garantiti, ma l’hanno trasformata in un’isola più o meno infelice e nel momento in cui salta radicalmente la distinzione tra garantiti e non garantiti, tempo di lavoro tempo libero ecc., salta il compromesso fordista taylorista, è chiaro si capisce la sorpresa di queste persone, si capisce anche la loro inutilità. In questi 25 30 anni ciò che non ha visto questa sinistra, ovviamente non parlo soltanto di quella italiana che darebbe un tono grottesco il mio intervento, però insomma, per facilitare la comprensione perché non è stato visto: direi l’avvento di quello che io chiamo una governamentalità di tipo neoliberale. Distinguerei neoliberale dalla dicitura neoliberista, perché da un anno a questa parte, come diceva il professor Vittorio Dini, la modalità neoliberista di questo ciclo governamentale, cioè della natura di questo governo politico ed economico, diciamo che è in crisi, molti sostengono che sia stata definitivamente sconfitta, ma è evidente che ha dei problemi. Parlerei a partire esattamente dalla data simbolo del 1971, in cui esce il libro di Rawls che poi s rivelerà, grazie alla penna di Van Parijs inadeguato a comprendere questa dinamica che vado a descrivere, ma ugualmente significativo di ciò che questa dinamica ha superato, perché Rawls appartiene legittimamente e onorevolmente a ciò che è stato superato, e in qualche modo a consentito alla sinistra, quella della moralità del reddito di pensare che oggi sia ancora possibile in qualche modo, probabilmente solo in una prospettiva disperata e disperante, recuperare il patto sociale che era alla base di quel welfare di cui Rawls, in maniera perfettamente argomentata costituisce, l’architrave principale, una teoria di tipo morale, ottimistica, costruttivistica. La felicità di questi teorici si riflette anche nell’agiatezza di quel compromesso politico, storico, che animava, che era alla base di quel welfare, di quel tipo di assetto della produzione. Era la società dei garantiti, e la società delle classi agiate, dell’aspettativa della classe operaia a partecipare e a integrarsi in questo sistema, cosa che è avvenuta, sia pure parzialmente. Quando parlo di neoliberismo vorrei evitare di correre il rischio in cui sono incorsi gran parte dei critici altermondialisti e no global che hanno criticato la globalizzazione neoliberista. Non perché non sia a favore di questa critica, ma perché ha un’analisi retrospettiva che ha circa un decennio. Sono passati da Seattle circa dieci anni, e la nozione di neoliberismo è stata limitata a un’accezione esclusivamente economica. Pur nascendo dalla critica all’economicismo della sinistra che ha creduto anche nel welfare, ma non solo, e ha dato dei rapporti sociali di produzione una versione economicistica e solicistica direi per altre ragioni, e così l’ha imposta nei vari compromessi e patti sociali; ovviamente anche dalla partitura morale, deontologica prevista dalla cultura del liberalismo politico, che la rende assolutamente affascinante dal punto di vista intellettuale, poco effettuale dal punto di vista politico sindacale. Mi vorrei allontanare anche da questo secondo problema, perché non solo non hanno visto la crescita di questa governamentalità neoliberista, ma quando se ne sono accorti, cioè una decina di anni fa, ne hanno dato una versione esatta, ma opposta di quello che criticavano, cioè è un momento esclusivamente economico. Interpreto invece questo regime governamentale, cui si potrebbero argomentare varie fasi, varie nature, contraddizioni, come qualcosa che investe l’interesse per la vita, personale e sociale, nei suoi aspetti antropologici, politici, normativi, giuridici, economici, politici, ecc.. tutto ciò ribadisco non lo troverete mai nella produzione della sinistra, perlomeno italiana. Ovviamente vedo personalmente il mio lavoro riguardante il reddito di base anche come occasione di emancipazione del dibattito politico culturale italiano dalle secche appunto che da una parte, se uscite da questo dipartimento probabilmente vi potranno rivolgere due accuse: o essere neocollaborazionisti di Sacconi e Monetta, così come ci disse Laura Pennacchi, oppure semplicemente come dei neoliberisti sfrenati alla Milton Friedman, il quale, come sapete è uno dei teorici del reddito di base. Ovviamente per facilitare e veicolare nella vita propria e anche in quella altrui, modalità di neoliberismo. Questa è la classica duplice accusa che moralisti economicisti della sinistra, ma non solo, vi rivolgeranno sempre qualora vi presentate in pubblico o anche in privato proponendo una riflessione a partire dal reddito di base. Per saltare a piè pari e anche per capire la natura di questa accusa che trova a mio parere poche ragioni; è difficile anche leggere il libro che fu edito dalla Bocconi Editore, che fu una conquista anche culturale…è interessante anche capire un’altra dinamica, come arriva la Bocconi a pubblicare un libro che non è né neoliberismo alla Milton Friedman, né tantomeno un libro scritto dal gostwriter di sacconi o di Brunetta… è evidente che siamo davanti culturale, o ad un dibattito che è semplicemente estraneo ai nostri canoni culturali, di quelli che in qualche modo hanno popolato la sinistra riformista e la sinistra radicale. Non so chi fra di voi avrà votato Sinistra e Libertà, mi sono trovato un anno fa, una settimana dopo dell’esito imbarazzante delle elezioni politiche a scrivere un Commento per Il Manifesto su varie persone che ci avevano scritto e veci esattamente il discorso che Van Parijs … poi sono stato invitato sei mesi dopo sono stato invitato con Luigi Mieli che è l’uomo di riferimento di Sinistra e Libertà nel Lazio, e con Franco Giordano, ed è stato imbarazzante perché mi hanno ricordato un articolo di cui mi pentirò amaramente in cui dicevano ma guarda che diciamo la stessa cosa… e lì ho iniziato a capire che se hai queste idee è bene controllarle… La posizione di Van Parijs è stata definita come quella di un libertarismo egualitario, cioè un nuovo tentativo di riconnettere libertà e uguaglianza al di fuori della tradizione di cui ho brevemente descritto le caratteristiche. La questione è che questo va bene se si considera questo problema dal punto di vista astratto, dal punto di vista concettuale. Se abbiamo bisogno di rinnovare la cultura politica di sinistra dobbiamo riconnettere giustamente questi due poli. Siamo tutti d’accordo, è interessante, sarebbe anche da rivendicare questo libertarismo egualitario, ma in quale contesto dobbiamo usare questa che non è semplicemente una cultura politica, ma anche un’aspirazione soggettiva, personale, in cui ritroverete anche lineamenti socialisti, anche comunisti, anche cattolici. Il reddito di base ha una lunghissima storia e ha accezioni cattoliche, socialiste, repubblicana all’americana, da Thomas Paine in poi. C’è una ricchezza concettuale, storica, veramente enorme, di cui conosciamo si e no in parte xxx che ha provato a rifare questa storia. Non ne conosciamo se non brevi accenni e utili suggestioni perché appunto siamo cresciuti dentro un contesto culturale che ha maturato posizioni utili all’emancipazione e all’eguaglianza a partire da altre premesse. La sfida è culturale ed è altissima. Per questo, non perché si tratta di importare altri dibattiti, ma perché si tratta di capire com’è questo libertarismo egualitario potrebbe interagire, ad esempio in un paese come il nostro, che se l’ha mai conosciuta questa cultura, l’ha vissuta ai suoi margini. E in questo caso il collegamento con alcune esperienze degli movimenti sociali post anni novanta sarebbe da fare e da ridiscutere. Per citare il nostro amico Alex Foti, è uscito questo libro abbastanza carino, una cronaca delle sue ultime esperienze in Europa e in italia che riguarda i movimenti sociali, e prova a fare questo discorso, il libro si chiama Anarchy in the European Union, rifacendosi ad una vecchia canzone che conoscerete e testimonia lo stato di avanzamento di salute e questa ispirazione cultural politica di questi movimenti soprattutto europei. E allora declinare questa uguaglianza e libertà, questo desiderio di autonomia da parte dei soggetti, diritto di esistenza fondamentale, come lo chiama Van Parijs, in una realtà completamente governamentalizzata, dove per governamentalizzata intendo la vita messa completamente al lavoro e al non lavoro, cioè alla ricerca del lavoro. Voi tutti sapete che cosa significa questo, che modello razionale di comportamento nella vita intima e in quella sociale questo comporta. Per rimanere alle questioni legate al lavoro, e saltando a piè pari le questioni legate alla vita psichica, definisco governamentalità la realtà esistenziale… faccio riferimento alla vostra realtà personale e di rimando vi chiedo di definirla come realtà governamentale; e anche non etero diretta, perché la mia riflessione non si muove all’interno del lessico dell’alienazione, dell’espropriazione, del comando e dell’obbedienza. La realtà governamentale di tipo neoliberale salta a piè pari la grammatica della sovranità, così come quella della cittadinanza, ecco qui la citazione di Marshall… quella è l’altra grammatica fondamentale che entra in crisi ma è completamente scomparsa, ma non oggi, ma simbolicamente dal 1971 (è una semplificazione quella che faccio). Leggendo Foucault questo processo risale addirittura al 1500, evitando queste grandi canditure genealogiche, preferirei farlo a cavallo degli anni in cui siamo nati. È interessante n altro elemento che ho colto nell’intervento del professore Giso Amendola, la questione democratica. In una realtà completamente governamentalizzata è difficile parlare secondo i canoni classici, anche quelli novecenteschi di democrazia sociale, sindacale, rappresentativa e in effetti Amendola faceva riferimento a una serie di teorici della cosidetta democrazia radicale, tra cui Wendy Brown, di cui c’è un libro interessante, che parla, in queste condizioni della governamentalità esistenziali e politiche, a cui porta la governamentalità neoliberale, parla di una sostanziale neutralizzazione pratica delle categorie fondatrici della democrazia liberale. Vedete a quanta distanza siamo dalla teoria di Rawls del 1971. Wendy Brown è una delle studiose americana, a Los Angeles, nello stesso dipartimento di Judith Butler, di formazione habermasiana rawlsiana, che sullo stesso terreno sul quale agisce lo stesso Van Parijs, anche su dà una torsione molto più promettente dell’eredità rawlsiana, giunge a discutere il proprio maestro, la propria fonte culturale, insieme ad Habermas, e giunge a dire che sostanzialmente l’ispirazione egualitaria e distributiva che animava coraggiosamente e ottimisticamente l’opera del suo maestro, è sostanzialmente neutralizzata in questa condizione; per democrazia governamentale si intende la primazia del diritto privato sul diritto pubblico, la sostanziale delega all’esecutivo delle funzioni del legislativo, e la costitutiva presidenzializzazione di tutti i governi dell’occidente avanzato, una vasta caratterizzazione che potremmo definire come una strana mescolanza, e cito ancora Wendy Brown, di autoritarismo, oligarchia e stato di eccezione. Attribuire in questa situazione al reddito di base il ruolo di grimaldello è atto di coraggio. Non è opzione ottimistica della volontà, sono convinto, è riconoscimento della realtà, non solo perché in ambiti insospettabili, dal sito lavoce.info, fino ad alcuni settori di Confindustria, ma non solo, si riconosce ormai la necessità non solo di una riforma degli ammortizzatori sociali, ma di politiche attive di cittadinanza, tra cui anche il reddito di base, naturalmente chiamato in mille altre maniere, poi sarebbe utile una discussione sulle varie caratterizzazioni. Chiamiamolo nella forma suggerita da Van Parijs, reddito universale di base. È ambizioso pensare che il reddito di base sia questo grimaldello, però in ogni caso è la dura realtà dei fatti a portarci a pensare questa idea. Cerchiamo di riempire questo reddito di base. Se andate sul sito del B.I.N., trovate diversi studi e contributi che in maniera anche molto analitica suggeriscono una gestione finanziaria del reddito di base interessante. A me interessa però cercare di rispondere a che democrazia, a che politica democratica allude questo reddito di base. Perché mi sembra che uno dei problemi, se non il problema fondamentale per il dibattito politico attuale, è capire se esiste un soggetto per questa politica democratica e come si vive in questa politica democratica, come la si fa. E allora rifuggirei da una terza conclusione, a mio parere errata a proposito del neoliberismo, più vicina all’ambito foucaultiano della mia formazione filosofica e politica. Spesso si dice che nell’ambito della sinistra intellettuale e radicale si pensa che la governamentalizzazione della vita, o la colonizzazione dei mondi vitali, per riferirmi a categorie habermasiane, è talmente potente da riempire la vita stessa e annullare ogni possibilità di alternativa e di trasformazione. Questo è un altro aspetto fondamentale della malinconia di inizio secolo che ha colpito gran parte del dibattito culturale a sinistra. La fine del mondo è dovuta all’impossibilità né esistenziale, né ancor più a livello politico, di alternative. E se ci sono delle alternative, o si risolvono nell’intermittenza dei movimenti sociali così come li abbiamo conosciuti sino all’Onda, intermittenza che sostanzialmente neutralizza, anche parlando dell’Onda, anche le sue notevolissime intuizioni di riforma del Welfare, che va nel senso del reddito di base. Oppure rassegnarsi al fatto che è finita la cultura politica italiana, sostanzialmente il grumo togliattiano stalinista che rappresentava la parte maggioritaria di quell’esperienza politica, e non si da più nulla. Ovviamente l’assurdità di queste affermazioni la si vive giornalmente sulla propria pelle e non semplicemente tra chi partecipa al dibattito intellettuale, ma anche chi vive la vita i ogni giorno e cerca di organizzare un’alternativa, almeno per sé. Allora mi interessa caratterizzare innanzi tutti in termini etico politici questo reddito di base, all’interno di un doppio rifiuto. Un rifiuto etico politico di vivere come imprenditori di se stessi, e anche nello scatto di non esserlo, e quindi vivere, per chi fa lo studente, e per chi non lo è più, nell’eterna economia del debito, e rifiuto di vivere con gli altri seguendo la norma razionale della concorrenza e dell’accumulazione di valore personale, culturale e monetario. Questo implica una presa di distanza tra ciò che siamo oggi. Il doppio rifiuto non si può tradurre oggi in un’ottica destituente, negativa che discende da una cultura politica molto diffusa, per molti versi apprezzata, ma che non riesco a condividere fino in fondo, che è quella che deriva dall’elaborazione agambeniana della politica, che vede nel momento de costruttivo e nel rifiuto della negazione, un’ipotesi, assolutamente democratica che però non fornisce grandi alternative. Un reddito di base, in quanto politica attiva di cittadinanza, che può essere anche declinato sia in termini riformisti, ma anche latamente rivoluzionari, e che obbedisce a grammatiche culturali e obbiettivi mai prima in precedenza praticati per lo meno in Italia. Dovremmo anche relativizzare il senso della novità che è davanti ai nostri occhi, che pratichiamo attraverso i vari movimenti sociali, e non solo come studiosi quest’ipotesi reddito di base rappresenta.. in 25 paesi europei quest’ipotesi viene praticata (in modi molto differenti e non in termini così pure come noi vorremmo) dal dopoguerra se non anche prima. Su cosa si dovrebbe reggere questa codifica democratica, questo reddito di base a cosa fa riferimento, a quale fondo nell’animo della vita dovrebbe interessare. Qui cito brevemente Derrida che parlava di incondizionatezza; lui la riferiva alla sovranità, che non ha bisogno di altra volontà se non quella di obbedire a se stessa, ovviamente con una finzione giuridica. Il reddito di base fa uno spostamento filosofico, politico, culturale fondamentale. Quell’incondizionatezza che reca anche nella descrizione dell’erogazione del reddito, io la prendo dal punto di vista filosofico e la declino in termini etico politici: quell’incondizionatezza è la vita di ciascuno di noi al quale vorrebbe essere erogato questo reddito, ma non semplicemente in un’ottica assistenziale. Un punto fondamentale per capire la natura di questa proposta è la situazione politica in cui dovrebbe essere praticata. Non è assistenziale, né, previdenziale, che sono le due logiche non solo del welfare, ma della governamentalità neoliberale di cui vi ho descritto le caratteristiche. Non si tratta di difendere la vita dai rischi della disoccupazione (ovviamente anche questo), né dai rischi della salute, né dai rischi riguardanti la formazione, che sono i tre campi fondamentali della vita sociale. Questo reddito di base fa riferimento all’incondizionatezza e si giustifica in quanto diritto di esistenza, che è un diritto attivo, che mira all’attivazione della vita personale e di quella sociale. Quindi come vedete, pensare il reddito di base, in un’ottica semplicemente di erogazione monetaria, respingerebbe il piano puramente politico culturale da cui nasce, che è molto più potente. L’erogazione monetaria, e\o di servizi, va a coltivare e a spingere proprio su quest’aspetto dell’incondizionatezza che appartiene alla vita in quanto tale, e non semplicemente alla vita che ha diritti, la vita che deve essere assistita, alla vita che deve essere protetta dai rischi che eventualmente potrebbe correre sul mercato. Dal punto di vista di una politica radicalmente democratica, il riconoscimento di questa incondizionatezza sarebbe già un buon passo in avanti perché tra gli autori della così detta democrazia radicale, è difficile trovare una pienezza di vita, di storia ontologica, la pienezza dell’incondizionatezza di cui sto parlando. La troverete invece in questo dibattito ampio sul reddito di base. Sono queste le ragioni fondamentali per risponde all’ultima, forse più insidiosa, osservazione critica che da molte parti sentirete fare per cui il reddito di base sarebbe una misura neoliberista a sostegno della precarietà, o meglio sarebbe neoliberista perché maturerebbe in una cultura di tipo previdenziale che è utile all’individuo per prevenire i rischi legati alla sua vita e alla sua attività lavorativa, i tempi di lavoro, non lavoro. Per le cose che ho detto credo che questa osservazione credo sia poco precisa. Per quello che ho detto credo che questa osservazione sia poco precisa. Una politica democratica che parte dal reddito di base, ovviamente non pensa che il reddito di base sia la transvalutazione di tutti i valori, e questa è la designazione di un mondo alternativo a quello esistente, ma questo si misura col suo riformismo rivoluzionario. È però un utile grimaldello per scardinare la razionalità politica, il modello politico in cui viviamo, a partire dalla modalità di vita in cui siamo, che ci appartiene più ultimamente. È interessante criticare il neoliberismo non opponendogli semplicemente un’alternativa di sistema. Questo è strategicamente importante, desiderabile. Però anche da quanto abbiamo capito del disastro della sinistra pluritrentennale della sinistra è difficile prospettare sia un’alternativa di sistema, sia una riforma. Ciò non vuol dire rinunciare all’uno o all’altro. Significa capire in che sistema di governo ci troviamo. E allora dalla polemica Rawls Van Parijs, è interessante, ma forse poco utile prospettare un governo più razionale, più morale, più giusto per quanto riguarda la gestione dei diritti fondamentali e l’erogazione del reddito. È auspicabile pensare e desiderare un mondo migliore, ma forse è insufficiente per capire come vivere in quello attuale. Significa invece prospettare un modello di governo in cui la qualità della proposta democratica non viene giudicata sulla base di xxxxx, ma sulla sua capacità di creare una capacità politica normativa, esistenziale, alternativa, già in questo momento. Vedete che rispetto a questa definizione, il reddito di base risponde quasi perfettamente a questa caratteristica, che per me è l’esigenza posta da una politica post-liberale e post-governamentale. Il reddito di base è uno dei possibili strumenti per praticare questo conflitto in questo momento. Sapendo però che dal conflitto tra modalità di vita ispirate a modelli diversi e a vite diverse, può nascere un governo diverso, e quindi una razionalità politica alternativa a quella esistente. Una politica post-liberale e post-socialista, come diceva Amendola, che parte dalle modalità di vita dei suoi soggetti e non solo dal loro status astratto di cittadini. Riconoscere la crisi del modello marshalliano significa arrivare alla definizione di un altro modello se vogliamo procedere per questo tipo di ragionamento. E quindi anche una politica alternativa al modello concertativo, sia a livello democratico che sindacale, che quant'altro ha caratterizzato l’epoca del welfare. È alternativo anche a quella governamentale che vi ho descritto prima. Ovviamente non alternativo di sistema perché o l’uno o l’altro. Sono questi i modelli esistenti. Una prospettiva di riformismo radicale come quella del reddito di base, che è uno solo degli strumenti, si mette dentro questa alternativa, una logica piuttosto che un’altra, e si cerca di scardinare questo sistema attraverso la definizione e la pratica di modalità di vita completamente diverse, da quelle prescritte dall’uno o dall’altro modello esistente. E quindi come definirei questa politica radicale, post-democratica, post-statuale, post-socialista la definirei nei termini di una politica dell’immanenza, in mancanza di altre definizioni che inevitabilmente porterebbero in maniera immatura la mia discussione sul tema dei regimi politici, sulla loro qualità e sulla loro tipologia. Ma in questo momento forse è troppo presto o forse è troppo tardi per fare questo discorso. È più importante concentrarsi su una politica dell’immanenza, cioè sulla pratica della trasformazione in vita dei modelli esistenti, alla ricerca di una razionalità politica diversa, alternativa, se è possibile. Tutto questo sarebbe legato a una negoziazione permanente capace di intervenire, di trasformare, di creare un progetto che stabilisca da sé un principio di designazione e di correzione. Come vedete gli stimoli sono tanti, le ambizioni sono ancora più grandi, ma è l’unico modo di prospettare una modalità di vita migliore.

FRANCESCO SINOPOLI

Nel mio contributo non vi proporrò un approccio da politologo, perché non è questa la mia formazione; però voglio dire che le suggestioni che sono venute dagli altri interventi che mi hanno preceduto, favoriscono l’unificazione di due anime che sono in me, quella del sindacalista e quella dello studente universitario. Sto a un dottorato di ricerca e mi è capitato di confrontarmi su questi argomenti sempre da posizioni diverse e adesso posso finalmente metterle insieme senza imbarazzi. Allora, sul reddito di cittadinanza, che secondo l’affermazione ultima di Roberto Ciccarelli rappresenta la chiave per un nuovo repubblicanesimo, e lo strumento per unificare i diritti di cittadinanza civile politica e sociale, non mi pronuncio subito. Vorrei fare però una considerazione in premessa sulle parole autonomia e libertà. Io sono profondamente convinto che le parole autonomia e libertà dovrebbero rappresentare una parte fondamentale del pensiero di una sinistra che aspira ad essere attuale, ma dico di più, sono state parte essenziale di una sinistra non egemone in questo paese. Non egemone ma che esisteva anche cinquant’anni fa. E in particolare mi riferisco a quella sinistra che metteva in discussione l’idea socialdemocratica che uno sviluppo incessante delle forze produttive avrebbe garantito un miglioramento delle condizioni di vita delle persone che lavoravano, delle persone che erano salariate e subordinate, e sosteneva invece appunto che il patto fordista avesse in sé non solo i germi della sua crisi ma soprattutto contenesse una giustificazione della condizione di sfruttamento e di subordinazione che invece doveva essere scardinata da chi si preoccupava o diceva di preoccuparsi della condizione di vita delle persone salariate. Il contratto si lavoro subordinato rappresenta la base di quel compromesso dal momento che propone una mistificazione gigantesca svelata a tratti da una certa parte della sinistra e da qualche studioso di diritto del lavoro, ma forse troppo poco. E cioè uno scambio che con il contratto non centra nulla, perché è uno scambio diseguale. Nel contratto di lavoro subordinato, salariato, c’è chi mette a disposizione la propria vita in cambio di una retribuzione. Non c’è ovviamente una parità tra i contraenti. E allora la critica al principio di autorità che è assunto, è giustificato nel contratto di lavoro subordinato, a quella condizione di sfruttamento implicita, risarcita all’esterno della subordinazione attraverso il welfare, che è il fondamento dello scambio fordista ed è assunta senza limite alcuna dalla socialdemocrazia non è un problema con cui la sinistra si confronta da oggi. È un problema generalmente occultato ma che sta dietro la crisi stessa che la sinistra vive da 25 anni. Nel momento in cui quel paradigma è saltato, paradigma su cui la sinistra assumendolo e proponendosi come migliore interprete del risarcimento, della condizione di sfruttamento, di subalternità di privazione della libertà e dell’autonomia attraverso il welfare, nel momento in cui quello scambio va in crisi perché in parte salta il paradigma fordista, non il taylorismo, perché la gerarchizzazione nei rapporti di lavoro esiste anche dopo il fordismo, esiste oggi, e il principio di autorità non è messo in discussione neanche oggi, fase in cui in parte il fordismo viene superato. Però la sinistra, di fronte alla crisi del fordismo, che cosa fa, avendo assunto quello scambio come condizione della sua esistenza ed essendosi posta come interprete del risarcimento attraverso il welfare, non sa più cosa dire. Nel momento in cui autonomia e libertà, vengono considerate addirittura, una follia dal mio punto di vista, vengono consegnate alla destra liberale e in Italia banditesca(?) per cui addirittura la Pennacchi può dire che non si parli in questi termini, come se fosse ancora eresia pura, assumere queste categorie, che invece sono parte essenziale del pensiero della sinistra, è evidente lo stato di confusione in cui questa parte politica è precipitata in particolare in Italia. Parto da questa premessa politico-culturale per affrontare il tema del reddito, ma direi di un welfare universale che consenta di allargare gli spazi di cittadinanza offrendo delle occasioni di auto attivazione dell’individuo. In un’ottica assolutamente opposta a quella risarcitoria. Perché ciò sia possibile, perché si possa declinare in un’ottica non risarcitoria un ripensamento complessivo del welfare, non risarcitoria quindi si fa subito il taglio come oltre lo stato, perché il welfare di stato è il welfare risarcitorio, te lo dice Bismark ben prima della sinistra lavorista italiana, una parte della sinistra. Per andare oltre quell’idea risarcitoria di welfare, che accetta lo sfruttamento e la subalternità e la deprivazione di libertà e autonomia, evidentemente bisogna anche interrogarsi sulla possibilità, contestualmente alla costruzione di un welfare della cittadinanza tout court, di come intervenire sulla relazione di autorità che sopravvive nel lavoro. E noi non possiamo ignorare questo fatto. Perché altrimenti sì, tu assumi la posizione di Tito Boeri, per dire come uno che non è Rawls, ma sempre quella baracca è, oppure di Dahredorf, ancora prima di Tito Boeri, che fece quel libretto sul reddito, sono liberali buoni, ma è un’altra cosa. Se noi ci poniamo il problema dell’autorità, della gerarchia, del fatto che libertà e autonomia passano anche attraverso quelle ore della tua vita che tu metti nell’attività lavorativa, e pensi che il reddito è la via d’uscita da quella condizione di subalternità, e non ti poni il problema di mettere in discussione il principio indivisibile di autorità che sopravvive nelle relazioni di lavoro a prescindere dal fatto che esso è subordinato o che esso è autonomo, io credo che si rischi non soltanto di farsi strumentalizzare da quella parte lì, che ti propone una nuova versione di un welfare risarcitorio, e non la fondazione di un nuovo repubblicanesimo, di cui non gli interessa nulla, tant’è vero che oggi Mario Draghi ti propone uno strumento unico, con cui è difficile essere in disaccordo anche rispetto alla follia della legislazione previdenziale e sociale. Chi può oggi obiettare che, a fronte della cassa integrazione ordinaria e straordinaria, del fatto che c’è un tetto del mondo del lavoro, e non parlo solamente dei finti co.co.co. ma anche di tantissimi lavoratori anche formalmente subordinati, sta fuori dalla possibilità di azione di uno strumento di sostegno al reddito, chi gli può dire no, nessuno (solamente un cretino come Sacconi può pensare veramente di non entrare nel merito di questa discussione). Anche l’obiezione sulle risorse, non è vera. Siamo veramente convinti che tutte le aziende che hanno chiesto la cassa integrazione veramente avevano un problema? O stanno utilizzando la cassa integrazione come una soluzione per risparmiare un bel po’ di tempo? È evidente che è interesse dello stato italiano, oltre che dei suoi cittadini, pensare una nuova versione degli strumenti che garantiscono il reddito delle persone. Come però un welfare diventa effettivamente universale, è presupposto della costruzione di nuova cittadinanza, sia possibile e non invece una nuova versione del welfare risarcitorio, io credo che passi anche attraverso la consapevolezza che non può essere la via di uscita. Perché se fosse così, le posizioni della Commissione Europea, Barroso, Commissione di destra (e adesso lo sarà ancora di più)…la commissione Barroso propone il Libro Verde sul lavoro. Avevamo avuto il Libro Bianco di Delors che era una sorta di anticipazione delle posizioni che avrebbe avuto Amatya Sen perché ragionava sulla possibilità di costruire degli spazi di autodeterminazione attraverso la formazione, un’enfasi anche eccessiva sulla formazione, funzionale a sostegno di un certo modo di produrre, però aveva quelle caratteristiche, parlava delle persone, di come potevano affermare loro stessi, di come farle crescere e vivere dignitosamente… il Libro Verde, che introduce un riferimento importante a un reddito universale, fa un ragionamento esattamente opposto. Ti dice che siccome la stabilità del lavoro è un problema per le imprese, quindi torniamo a prima di Delors, torniamo a Reagan e alla Thatcher, e la crisi di quel pensiero è sotto gli occhi di tutti e ne paghiamo ogni giorno le conseguenze. Quella Commissione Europea, che verrà confermata nei suoi caratteri più retrivi e conservatori, ti dice che la stabilità del lavoro è un problema, è un problema perché rappresenta un limite per la produttività. E quindi bisogna pensare un modo per superare questa stabilità in tutti gli ordinamenti europei. Ci sono dei paesi che hanno il reddito avanzato e si dice adottiamolo tutti. Ovviamente ogni riferimento ai modelli di tassazione necessari per introdurre questo sistema viene bypassato. Che cosa rimane nella disponibilità dei governi nazionali? Non rimane il suggerimento, cioè pensiamo un sistema europeo di tassazione che permetta di garantire, per esempio, questo. Rimane l’altra indicazione, e cioè la stabilità del posto di lavoro è un problema, quindi se voi avete già superato questa stabilità state tranquilli, poi c’è quest’orizzonte del reddito, andate a prendere la Finlandia, quando in Italia ci sta un dibattito perché le tasse sono al 40% lì sono al 71%. Il credo invece che la riflessione debba essere quindi più articolata, anche tra di noi. E quindi penso che una certa impostazione determinista, per cui, alla crisi del fordismo corrisponda la crisi del taylorismo, e si stia costruendo una produzione cooperativa orizzontale, e questa produzione cooperativa orizzontale mette a valore le vite di tutti e quindi, questa messa a valore debba essere pagata, io non credo perché non è così. Il fordismo è in crisi, il patto socialdemocratico è finito, giustamente la sinistra socialdemocratica perde, perché non ha mai saputo pensarsi oltre quel patto che ha assunto comodamente senza pensare che libertà e autonomia nella vita richiedevano la messa in discussione del principio di autorità, e quindi, se è così, e io penso che sia così, evidentemente non posso dire allora la via d’uscita avanzata progressiva oggi è uno strumento solo. Diceva Bauman in un libro dell’1981, Memorie di classe, dice, contrariamente a quanto affermava il marxismo prevalente, la memorie della libertà e dell’autonomia dei produttori, una tesi recuperata anche da filoni diversi della sinistra italiana, era il motore della rivendicazione, nel passaggio dalla condizione artigiana, basta vedere il testo di Senneth Lavoro artigiano. L’idea che la liberà e l’autonomia passino attraverso la capacità di determinare il proprio destino, di determinarlo anche mentre stai lavorando, avendo la possibilità di mettere in discussione il potere a cui sei formalmente sottoposto perché è assunto nel contratto che deve essere così e non è detto che deve essere così, perché quel contratto lì è il frutto di un compromesso che addirittura viene prima di quello socialdemocratico, compromesso della rivoluzione borghese, che ha detto della servitù passiamo al contratto ma la lasciamo uguale; ammantiamo la servitù di questo nuovo strumento ma sempre servitù è. Allora, quella libertà e autonomia che sono formalmente espropriate, giustificate nel loro essere espropriate, sono un’ obiettivo che deve essere praticato, ogni giorno e deve essere l’orizzonte, per quanto mi riguarda, di una sinistra. Penso che ci sia un’egemonia nella sinistra italiana, sia quella riformista che quella massimalista che ha assunto il taylor-fordismo come necessario, ineluttabile ineludibile, e come unico orizzonte delle forze produttive, e ha fatto dei disastri incredibili. Poi c’erano delle piccole isole critiche, che hanno sviluppato un pensiero diverso, che non sempre coincidevano nelle loro posizioni che invece credevano che la messa in discussione della libertà e dell’autonomia fossero i temi veri. Io credo che noi dovremmo partire, quindi, innanzitutto, alla tematizzazione del problema, cioè perché noi vogliamo un nuovo welfare. Certamente perché non è sufficiente quello di oggi, perché non garantisce condizioni di vita degne alle persone, perché quello di oggi è un welfare risarcitorio, quindi mettere in crisi l’idea di welfare Bismarkiano. Pensare a forme partecipate, discusse, condivise di welfare, che possono partire dal livello municipale. Individuare alcuni temi. Io sono convinto che bisogna porre il problema della garanzia e libertà degli asili nido, perché nelle nostre città è un dramma. Di come affrontare il problema dell’autosufficienza, perché non posso monetizzare tutto, perché la monetizzazione di tutto non mi garantisce poi la garanzia di livelli dignitosi. Posso assumere l’idea di un Basic Income, ma non posso pensarlo in termini di monetizzazione del disagio, sia perché è sbagliato, sia perché non ce la faccio. Quindi, pensare a servizi diretti, garantiti, universali. Porre queste tematiche subito all’attenzione della politica. Iniziare dalle piccole realtà. Porre, come diceva Peppe Allegri, la questione della contrattazione sociale. La contrattazione sociale, e cioè la capacità delle forze sociali non solo di sindacare, di intervenire su come vengono distribuite le risorse dei bilanci comunali. All’interno di un confronto che renda trasparente anche come vengono spesi i soldi in basso si possa costruire l’interesse delle persone già dai quartieri. Considerare centrali, anche attraverso questa contrattazione, quest’intervento che presuppone una rivendicazione dei movimenti che supportino delle richieste. La centralità delle lotte sociali e la loro non subalternità rispetto alla dimensione politico statuale. La possibilità di far coincidere nuovamente, come a volte è accaduto nella storia del novecento. Le lotte sociali e le lotte politiche sono la stessa cosa. Non assumere per forza come ha fatto secondo me la parte maggioritaria della sinistra, sia quella socialdemocratica che quella rivoluzionaria, lo stato come unico terreno. E porsi l’obiettivo di mettere in discussione l’autorità nel lavoro; e questo avviene in due modi: attraverso l’organizzazione collettiva delle persone che sono sfruttate, con tutti i limiti che ha, in vario modo, indipendentemente dalla forma, perché la forma contratto in Italia è così, c’è il lavoro autonomo scambiato per il subordinato, subordinazione autentica è mascherata da autonomia formale. La rivendicazione dell’incidenza sul potere attraverso l’organizzazione di forme di contropotere, che passano attraverso la coalizione. E, in una prospettiva di una sinistra degna di questo nome, affrontare il nodo della subordinazione, perché non era detto settanta o ottanta anni fa che finisse così, che il principio di autorità fosse per forza da assumere, mascherato da relazione paritaria, uno può pensare un’idea di contratto che riconosca l’autonomia individuale e metta in discussione il principio di autorità. Ma dove è detto che perché ci sia uno scambio produttivo, sia per chi vende lavoro, sia per chi compra, si debba riconoscere la gerarchia. Non è così. Potremmo dilungarci, le trasformazioni della produzione in parte vanno in questa direzione, ci sono tante giustificazioni possibili. Sarebbe stato bello vedere una sinistra che si poneva il problema della libertà e dell’autonomia quando invece ti dice che il pacchetto sicurezza xxxx, sono cose agghiaccianti, ma purtroppo siamo in un’altra storia e ci tocca essere militanti e protagonisti di questo dibattito attivi.

 

VIRGINIA ZAMBRANO

Le persone che sono intervenute prima di me, hanno portato alla luce quelli che sono i profili più importanti del reddito di cittadinanza. Mi sono dunque chiesta il senso della mia presenza qui, dopo che si poteva dire è stato detto sostanzialmente. Mi sono allora ritagliata, all’interno di questo grosso dibattito, che anima il problema del reddito di cittadinanza, un’esperienza particolare, che è l’esperienza latinoamericana, dove non vi è un reddito di cittadinanza vero e proprio, ma un primo passo per il reddito di cittadinanza quello che si sta realizzando nell'esperienza brasiliana. È un primo passo che si connota per tutti gli stop and go che poi caratterizzano a livello teorico e a livello poi pratico, il problema della realizzazione e dell’attuazione del Basic Income, della logica del Basic Income Network. Una chiosa però prima di fare qualsiasi apertura a quest’esperienza che è davvero interessante; perché è un’esperienza che caratterizza il Brasile, ma che caratterizza anche il Messico, tutti quei grossi paesi con aree territoriali vaste con grosse fasce di povertà. Perché dico una precisazione. Di cosa stiamo parlando oggi, le spiegazioni dal punto di vista teorico sono state offerte molto più chiare di quelle di quelle che sarei in grado di fare io e meglio di me. Noi stiamo parlando di cittadinanza, da una parte, e di realizzazione della giustizia sociale, dall’altra. I filoni che prende la realizzazione della giustizia sociale in Europa sono strategie politiche, linee di intervento politico. Un’altra linea viaggia sul filone della giurisprudenza e si colloca a livello del Manifesto Europeo sulla giustizia sociale nei contratti, di cui in questo momento si discorre. È come un grosso input, anche rivolto ai giudici nel leggere i contratti in un’ottica più equilibratrice sostanzialmente, nella prospettiva dell’attuazione pratica della giustizia sociale. E questo, se vi guardate la giurisprudenza europea trovate una serie di sentenze, che offrono una reinterpretazione del contratto secondo quella logica sinallagmatica che giustamente contestava Francesco Sinopoli. Dall’altra parte pensavo che il mio intervento fosse spiantato perché si parlava di sindacati e invece io torno indietro a parlare del reddito di cittadinanza in Brasile. Invece si parlava di alternativa tra reddito minimo e accesso ai servizi sociali. No, non c’è alternatività, però nella prospettiva di un reddito minimo garantito, il servizio sociale può essere un aspetto intermedio. Quello che sta succedendo in Spagna… il legislatore spagnolo attivissimo, dal punto di vista sociale, a partire dal 2006 in poi, ha cominciato ha sfornare una serie di leggi che si muovono proprio nella direzione del reddito minimo e dell’accesso a tutti i servizi sociali. Partendo dalle criticità. E quali sono le criticità: Legge 2006 39 che pone le premesse per la nascita di un diritto soggettivo nuovo di cittadinanza, pensate che progresso che sta facendo il legislatore spagnolo, in grado di garantire l’eguaglianza e la non discriminazione a quelle persone che per motivi di età, malattia mentale o handicap non hanno più, o hanno perso la propria autonomia fisica, mentale, intellettuale o sensoriale. Naturalmente tutto il sistema prevede anche la copertura, cioè lo studio analitico del meccanismo fiscale, per far fronte, ovviamente, alle necessità economiche che vengono fuori dall’attuazione di questi programmi. Dopo tre mesi il governo spagnolo emana un’altra legge con la quale si stabilisce il diritto all’anziano autosufficiente alla residenza. Si può parlare di un diritto all’assistenza sociale abitativa e questo che cos’è se non muoversi in quella direzione.

Passiamo a quello che si è verificato in Brasile. Che cosa ha fatto Lula? Quando mi sono trovata a parlare in Brasile con persone di sinistra, la politica di Lula è sempre stata stigmatizzata, con toni talvolta veramente molto forti; e riprendendo quella regola della deresponsabilizzazione di cui abbiamo sentito parlare, perché il reddito crea una condizione di dipendenza, deresponsabilizza. Se ho i soldi perché dovrei andare a lavorare? Questa è una delle cose che viene portata avanti. Quali sono i vantaggi di un programma che finisce di avere solo dei costi sociali. Sta di fatto che Lula ha firmato quest’accordo, e ha creato questo programma di borsa famiglia, che ovviamente si muove in quell’ottica redistributiva di cui sentivamo parlare, e che rappresenta uno strumento importante di trasferimento del reddito. Questo programma trova attuazione in 5560 municipi del Brasile e nel distretto federale, con stanziamenti che provengono dal centro e che sono diversi in ciascuna area a seconda delle necessità, perché il nord-est è molto povero, il sud è un po’ più ricco, quindi avviene una redistribuzione in questo senso. E quali sono gli obiettivi che si propone questo programma di borsa familiare? È un aspetto intermedio, perché quello che ha proposto questo programma di borsa intermedio, nella prospettiva ulteriore, ha proposto l’attuazione di un progetto di legge per l’introduzione del reddito di cittadinanza. L’unificazione di vari programmi di assistenza sociale, quindi, per esempio, la borsa per la scuola, per i programmi di educazione, programmi di alimentazione, programmi di fornitura dell’energia elettrica; con l’obiettivo di razionalizzare e di ridurre i costi naturalmente. Così ancora elaborazione di un piano per soddisfare bisogni specifici, programmi per la tutela della salute pubblica. Uno dei problemi più grossi è la vaccinazione, immaginate quanto sono vaste certe zone. Individuazione di strumenti per operare sinergicamente anche alla luce di altri programmi di intervento sociale, in maniera tale da creare una reale condizione di inclusione sociale. Questo che è uno step intermedio rispetto al Basic Income, visto come approccio incondizionato al reddito, è viceversa fondato sulla soglia di povertà, quella soglia di povertà che è definita dall’ONU. Guardate quanto è discriminatoria questa cosa, ecco perché poi, da ultimo è stata proposta la conversione di questo programma in un programma di Basic Income. L’iscrizione in un catasto unico per cui si ha diritto se tu sei iscritto al catasto. Il problema è che in Brasile la gente tante volte non è stata registrata allo stato civile, non ha un documento da esibire per andare al catasto, e se non si esibisce il documento non si può accedere al reddito. L’effetto distorto di questa situazione è che mortifica la dignità dell’uomo. Il fatto che questo soggetto, analfabeta, quando va all’ufficio, per chiedere l’iscrizione del catasto, che vede come una grande possibilità economica, gli dicono cosa vuoi, e quello se ne torna perché viene trattato male, non ha conoscenza dei suoi diritti (ecco qui anche un problema di acceso alla giustizia). Il tutto in un contesto costituzionale di grande progresso. La costituzione brasiliana del 1988 all’articolo 6 parla di diritti sociali garantiti a tutta la popolazione per lo sviluppo delle capacità di ciascuno, un po’ come il nostro articolo 2. ciò che con questo programma di borsa famiglia si verifica è questo tentativo di passare da una situazione di dovere, dovere di educarsi appunto, a una situazione di diritto. Quali sono le premesse attorno a cui ruota questo meccanismo. L’associazioni di programmi per sconfiggere la povertà con il dibattito sulla cittadinanza. Coordinamento di questi programmi, che esistono, perché come voi sapete la realtà brasiliana è una realtà federale, quindi coordinamento tra realtà federale e realtà statale. Individuare la cellula di intervento, che nella realtà giuridica brasiliana rimane la famiglia. Individuazione dei criteri per individuare la universalizzazione e la copertura del programma, e individuazione dei criteri per individuare la migliore gestione per la realizzazione del programma. E quindi chiara qual è la filosofia che lo stato brasiliano in questo quadro si prefigge: medio termine, trasferimento del reddito ai beneficiari e tutela della salute; a lungo termine il problema sul fondo con cui si combatte è l’educazione. Per combattere la disoccupazione massiccia, per problemi di ricchezza sociale, difficoltà di creare le condizioni perché si abbia un’istruzione gratuita. Considerate che fino al 2005, il Brasile era il quarto stato al mondo con la peggiore distribuzione della ricchezza, accompagnato da Sierra Leone, XXX, Repubblica Centroafricana. E allora che cosa hanno fatto nel dare attuazione a questo programma, hanno cercato, per i motivi che vi dicevo, perché si tratta di uno step intermedio, di individuare dei criteri. E qui sono cominciati a sorgere i problemi. A quali criteri dovevano fare riferimento per applicare questo reddito di cittadinanza? Dovevano applicare il criterio della rendita monetaria? O della rendita non monetaria? Per esempio la signora che viene ospitata a casa del vicino. O come ha detto qualchedun altro non è meglio guardare alla capacità di consumo di ciascun cittadino? Considerate anche un altro aspetto, sempre correlato alla funzione della costituzione brasiliana, che è una costituzione avanzatissima, e che contiene in sé il germe per l’apertura a questo reddito base. La costituzione brasiliana garantisce il salario minimo, non parla di salario necessario, dice salario minimo, e pone tra i principi della carta costituzionale la necessità di garantire a tutti il salario minimo per soddisfare le necessità fondamentali della persona, i suoi bisogni e per un salario minimo che deve essere necessariamente rivisto periodicamente. In questo contesto il legislatore brasiliano ha preso atto della difficoltà di individuare i criteri per l’accesso a questa borsa famiglia, ha individuato dei parametri: se uno guadagna meno di 70 Reais c’è l’accesso immediato purchè si sia iscritti nel catasto, tra i 70 e i 120 Reais la concessione del beneficio è soltanto se c’è crianza, cioè se ci sono bambini, se la donna è in cinta, se la donna è in condizioni di allattamento. Altro elemento da considerare in questo discorso, la concessione di questa borsa, in genere, è sempre legata direttamente o indirettamente alla presenza femminile all’interno della famiglia; e questo crea un effetto positivo e un effetto negativo. L’effetto negativo è quello di perpetuare le differenza di genere, che a lungo termine peserà sulla realtà brasiliana. E dall’altra parte l’effetto positivo, nel condizionare la somministrazione di questa borsa alla presenza della donna all’interno della famiglia, sicuramente altera gli equilibri all’interno della famiglia, crea una diversa distribuzione dei poteri all’interno di una famiglia. Ha un effetto di riequilibrio, perché se all’interno della famiglia la donna gode di questa borsa ha un potere economico “maggiore” rispetto all’uomo; ma dall’atra parte finisce col perpetuare la differenza di genere, perché la donna continua ad essere considerata come una persona debole, che deve essere in qualche modo assistita. Ed è un effetto chiaramente negativo. Il tutto senza considerare un altro aspetto importante; cioè che la realtà brasiliana, dal punto di vista antropologico è composita. C’è questa forte immigrazione; c’è questa forte presenza degli europei che ormai detengono il potere, però ci sta troppo spazio per comunità indigene che non sono raggiungibili da questo tipo di programma, e per una popolazione che era endemica del Brasile che sono i Filombos, la cui organizzazione sociale e giuridica è caratterizzata dalla proprietà collettiva e dalla produzione di tipo comunitario.

In Brasile la maggior parte della popolazione vive in una condizione di mancanza di prospettiva, per la sua realizzazione. E questo è tanto più vero nelle aree particolarmente svantaggiate come quelle del nord-est, dove c’è un’altissima percentuale di lavoro nero. Quindi vi dicevo dell’impossibilità di raggiungere possibili fruitori di questo programma, impossibilità legata anche a quell’assenza del documento di identità a cui facevo riferimento. Però si sono individuati e focalizzati alcuni punti positivi di questa borsa famiglia. L’incentivazione di programmi di cooperazione per la realizzazione degli obiettivi della borsa famiglia si è sostanziato in strategie politiche che hanno determinato il passaggio del colono, che non è più colono, sulla base di meccanismi di prestito è stato invogliato a non essere più colono ma ad acquistare la terra, e a quel punto lavorare la terra non più in qualità di dipendente, ma in qualità di proprietario. Dall’altra parte questo meccanismo di incentivazione ha determinato un altro aspetto positivo, cioè ha fatto sì che essendoci meno manodopera sul mercato, gli antichi proprietari fossero costretti ad offrire posti di lavoro a prezzi evidentemente più alti, cioè una retribuzione maggiore della manodopera. E questa è un’altra forma indiretta di redistribuzione del reddito, che ha condotto ulteriormente ad un maggiore rafforzamento e una maggiore apertura della lotta sindacale per la retribuzione. E questa lotta sindacale per la retribuzione investe non soltanto il problema del salario minimo garantito, e qui ci troviamo all’incirca sui 13 Reais per giornata lavorativa, e la lotta sindacale finisce per essere portata avanti su questo tipo di profilo. E ancora, non è stato del tutto eradicato, nonostante questo programma, un fenomeno particolare, perché il programma borsa famiglia si legge sulla promozione dell’educazione ,nella consapevolezza che promuovere l’educazione crea una minore dipendenza sociale, e quindi rafforza la posizione e la dignità dell’individuo all’interno del contesto sociale. Il problema è che con un reddito di 330 Reais, i bambini, i ragazzi e gli adolescenti, quando è finito il periodo dell’obbligo, la corresponsione della borsa è subordinata al fatto che le famiglie mandano i figli effettivamente a scuola,perché se non vanno a scuola la borsa gli viene sospesa. I bambini vanno a scuola, ma quando smettono di andare a scuola nel periodo estivo, tornano a lavorare per portare reddito alla propria famiglia. Quali sono le obiezioni che vengono mosse nei confronti di questo tipo di politica. È quella di attivare una forma di controllo sociale, perché subordina l’aiuto sociale al controllo di una certa condotta. L’altra obiezione è quella che tale politica aggraverebbe un fenomeno di deresponsabilizzazione; la borsa famiglia non è sufficiente a garantire la sussistenza delle famiglie, ma che cosa fa, aiuta a vedere il lavoro non come uno strumento di reddito ma di qualificazione sociale. E questo è il messaggio positivo che c’è dietro questa politica. L’economia delle relazioni sociali ha risvolti pratici in Brasile. Che cosa poi è accaduto proprio grazie a questo sistema della borsa famigli, che una signora, utilizzando quello che gli veniva dato, si è messa d’accordo con altre signore del piccolo villaggio in cui viveva hanno comprato (ecco perché non è vero che crea deresponsabilizza e non crea un’economia di ritorno) un certo numero di dvd e ha fatto una sorta di cineteca, a cui ha messo a partecipare tutti quelli della comunità, i quali avevano la possibilità di andarsi a vedere questo cinema pagando 0,5 Reais creando così economia. Non soltanto. Analoga situazione è accaduta sempre in una di queste realtà sovvenzionate da questa borsa famiglia, con l’acquisto di una lavatrice. E il tentativo di farla funzionare come una forma di lavanderia. Questo crea reddito. Questi sono tanti piccoli esempi per dimostrare che in realtà non crea parassitismo. E l’altra obiezione, che pure ho sentito rivolgere in Brasile (considerate che in Brasile l’esercizio del voto è obbligatorio), si fonda sul condizionamento politico, sul populismo soggiacente a talune scelte. Perché non ha gioco questa obiezione: perché esiste un obbligo costituzionalmente sancito che impone al legislatore l’attuazione dei diritti fondamentali. In questo contesto, inaugurato dalla borsa famiglia, la legge sulla sicurezza alimentare concorda l’idea di un reddito minimo per il cittadino e anche un’idea di fondo che tutta una serie di diritti siano stati progressivamente riconosciuti. Quali sono questi diritti: il diritto a ricevere l’elettricità nella casa delle favelas, il diritto all’accesso alla salute con programmi di salute pubblica, il diritto di accesso alla scuola, il diritto ai farmaci e alle cure gratuite. Se continuiamo a parlare di deresponsabilizzazione con questo tipo di prospettiva dobbiamo considerare una cosa, un effetto perverso: la deresponsabilizzazione crea una situazione di colpa, da cui gli stessi poveri non riescono ad emanciparsi. Si tratta, invece, di andare in un’ottica propositiva direi, alla ricerca degli strumenti di cui l’ordinamento si avvale per compensare gli squilibri di un sistema economico che genera o mantiene una situazione di precarietà per una parte della popolazione, e in questo senso finisce col responsabilizzarla. Il programma di borsa famiglia non è la panacea, e di recente è stata proposta la trasformazione in un reddito di base, sganciandolo da qualsiasi condizione, riconoscimento, iscrizione al catasto, 70 Reais di reddito, bambino a scuola ecc.. Critiche e difficoltà di gestione che non mancano, in un dibattito che attualmente è molto vivace all’interno della realtà giuridica brasiliana, però si tratta di un modo per affrontare il problema della povertà che pone le condizioni per la partecipazione democratica, e l’attuazione effettiva del diritto di cittadinanza.

 


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