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Oltre la Fiat: immagina, si può!

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Alcune considerazioni  poche ore prima dell’incontro settembrino di Marchionne con Monti, Passera e la Fornero. Certo il clima è teso, ci sono migliaia di persone il cui salario dipende dalle scelte della Fiat. Persone che hanno iniziato a costruire auto da giovani, quando quello in Fiat era considerato un lavoro sicuro, anche se non il migliore per retribuzione, turni, fatica e gestione autoritaria. A Melfi, nei primi anni ’90 la Fiat ottenne sgravi fiscali e incentivi, la fabbrica approdò nella piana di san Nicola, con tutt’intorno i campi di grano e lì in quel paesaggio rurale, l’azienda riuscì a piazzare anche un inceneritore, la Fenice, osteggiato senza successo dagli abitanti dei comuni vicini sensibili alla qualità della propria vita.  Ora a distanza di quasi 20 anni  la certezza di quei posti di lavoro vacilla tanto per la Fiat-Sata che per il suo indotto di fabbriche fornitrici.

Certo non è facile adesso immaginare un futuro senza la Fiat che tra occupati diretti e indiretti somma un piccolo esercito di circa settemila donne e uomini da anni piegati al regime di fabbrica. Soprattutto non è facile in piena crisi recessiva, con risultati disastrosi in termini di vendite e utili in Italia e in Europa pensare che si troverà una soluzione alla faccenda, semmai quello che l’incontro di oggi potrà consegnarci è l’ennesima vittoria di Marchionne sul fronte italiano se il governo si deciderà ad elargire nuovamente aiuti di varia natura.

Negli ultimi giorni dopo il dietro front di Marchionne sul piano di investimento Fabbrica Italia, 20 miliardi  da investire entro il 2014, molti tra politici e sindacalisti hanno finto stupore, richiamando il manager alla responsabilità sociale dell’impresa. Un tema, quest’ultimo, che ha la stessa presa della pioggia su un vetro.  Quando, dopo aver mangiato il grano, un uccello vola è difficile farlo tornare indietro, si può solo attirarlo con altro grano e sperare che non trovi altri che gliene offrano di più in America del Nord o in Brasile, in Argentina.

Le localizzazioni sulla scacchiera globale dipendono fortemente da quanto i governi sono disposti a dare.  Il rischio però a Melfi come a Pomigliano o a Cordoba in Argentina è quello di avvilupparsi al servizio di imprese multinazionali che possono fare il bello e il cattivo tempo, e staccare la spina quando non conviene  più. E sì, perché in tutta questa storia di ministri che implorano l’incontro con i manager di turno vi è il fatto banale che chi dirige un’impresa cerca di realizzare profitti e quando questi non ci sono o si batte cassa o si va via. Marchionne in questi due anni ha giocato bene la sua partita. Nel 2010 ha lanciato l’esca di Fabbrica Italia, che avrebbe dovuto duplicare la produzione di auto in Italia; ha ottenuto la tanto invocata “governabilità” della forza lavoro, espellendo di fatto la Fiom dalla partita; ha usato l’argomento crisi per coprire mancanze di investimenti e nuovi modelli. Tutto comprensibile, e anche troppo facile da prevedere. Ma allora perché tanta meraviglia, e soprattutto se quell’esercito di operai e operai, non più giovanissimi, si dovesse rivoltare cosa accadrebbe?

Stranamente solo poche voci, ad esempio Guido Viale, negli anni hanno segnalato che si poteva-doveva ripensare il modello di mobilità. Altri ancora si sono spinti più in là immaginando un piano di riconversione produttiva per sottrarre al ricatto della multinazionale Fiat i territori e gli operai. Infondo più che continuare a dare aiuti alla Fiat si potrebbe immaginare un mondo senza Fiat, o no?      

E. Della Corte 


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