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Chiudere sulla vicenda di Gioia Tauro

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La vicenda del porto di Gioia Tauro è estremamente interessante per chi  vuole comprendere la “quistione meridionale” nella fase della globalizzazione; dura a morire, come idra dalle molte teste, si ripresenta di decennio in decennio. Nonostante il passare del tempo, è ancora ben ancorata l’idea del Meridione, come parte malaticcia dell’Italia, da curare con terapie per rilanciare un fantomatico sviluppo, per lo più legato all’industrializzazione. Da qui la compiacenza con cui politici ed economisti hanno accolto e sostenuto il grande porto come “volano di sviluppo” dell’economia calabrese. In realtà se si apre the dark box della vicenda Gioia Tauro, ci si accorge, niente di nuovo sotto il sole, che l’azienda-benefattrice a fronte dei molteplici vantaggi (posizione del porto, incentivi economici, operai a basso costo, pace sociale) si limita a distribuire sul territorio le briciole attraverso i “poveri” salari dei portuali che in cambio, in tempi record, si danno da fare non poco a scaricare e  contenitori da navi mastodontiche senza creare quell’agognato sviluppo che si continua a rincorrere senza vedere l’errore, grande quanto un trave, che lo stessa idea di sviluppo implica. Semmai è di buona vita che si dovrebbe parlare e non di sviluppo e crescita del Pil.  Sotto l’etichetta sviluppo al Sud sono passate le cose peggiori, dalla Cassa del mezzogiorno in poi fino al faraonico progetto del ponte sullo stretto. Ponti, industrie inquinanti, discariche a cielo aperto, urbanizzazione selvaggia, finanziamenti a go go. Venghino signori venghino, nel circo si esibiscono economisti, sociologi, politici, amministratori e chi più ne ha più ne metta. La parola Sviluppo è piacevole all’orecchio perché rassicura, propina un futuro migliore, anche quando la città è invasa da automobili e spazzatura. Più che riflettere, fermarsi un attimo a ragionare si deve andare avanti nell’infinito regresso mascherato da progresso; come nelle peggiori nevrosi si invoca una volta ancora e poi un’altra, anche se il gioco non vale la candela. Interessante caso di persistenza nel perpetuare modi di vita sbagliati, rincorrendo la ricchezza, la sicurezza e non il benessere sociale. La nuova governance delle città né è un esempio. A Novara non si può più stare in un parco dopo una certa ora con due amici. Se vuoi incontrare altre persone si deve usare la cautela di inviare un solo sms ad un amico. Del tipo che fai stasera? Chiamiamo anche Gigi e ci si vede al parco?. No, per amor di controllo, uno alla volta per carità. Gigi no, è fuori dal gioco degli incontri. Anche nel periodo fascista si limitava così la libertà delle persone. Certo la storia è diversa, è passato un po’ di tempo, ed in questa fase si presenta nella versione dolce  della governance urbana. Ovvero potere ai sindaci di vomitare sulla città provvedimenti per governare l’ingovernabile in un gioco senza fine in cui il sistema capitalistico produce scorie e in un modo o nell’altro se ne disfa, dai rifiuti a quei poveracci che a Firenze seduti sui marciapiedi chiedono l’elemosina, lavano i vetri,  arrivano sui barconi. Il capitalismo sovrano produce rifiuti che vanno governati, trattati. a casa tutto bene, in famiglia potete anche scannarvi, ma fuori per amor di dio tutto deve essere in ordine. Così Berlusconi arriva a Napoli e raccoglie bicchieri e fazzoletti di carta per dare il buon esempio, vendendo fumo sulle buone azioni di un governo che deve dare un’immagine di efficienza e tenuta, anche se alle spalle c’è uno tzunami in arrivo.

Nell’attesa dell’ottobre, su cui il premier minimizza dicendo: “sì, sì protestate, ci sono anche quelli che protestano per la grandine, ma noi andiamo avanti imperiosi”. Il racconto ufficiale è che tutto va per il meglio, mascherando il bubbone con falsi problemi, sempre in clima d’emergenza e mai di previsione, dei rifiuti, delle meduse. Poi ci sono le tirate d’orecchio a quei fannulloni che rifiutano il lavoro come condanna a vita. Nuova categoria da addomesticare, poco importa se il loro lavoro è noioso, roba che per molto meno ti spareresti su un piede, ma che devi accettare di buon grado pena il salario e le compere nei magazzini, il mutuo casa, i figli. Insomma troppe abitudini che fanno andare avanti un sistema politico-sociale che relega gli abitanti dei luoghi ad un gregge da guidare e limitare nello steccato, imponendo norme e condotte di vita. Compagni del nord mi dicono che gli anziani elemosinano per strada, intascano qualcosa nei supermarket. Pratiche di sopravvivenza, in un mondo traballante che di fratellanza e uguaglianza non vuole saperne. Ognuno nel suo loculo a vita, coccolati da ipod, telefonini, carrelli pieni di vivande, vacanze. Il mondo dorato dell’occidente deve così togliere dalla vista quella bruttura che è la povertà. Festa, farina e forca, si diceva n tempo.
 Ricapitoliamo, fino a qui quindi si sostiene che il porto non è, per la Calabria, un grande affare; non riuscirà a rilanciare significativamente l’occupazione, anche nel caso in cui dovesse sorgergli intorno un paradiso di fabbriche per la trasformazione di merci contenute nei container.
Il motivo è evidente anche ad un cieco se provate a raccontargli che nel 1800 nel grande porto di Londra, dove si scaricava la metà delle tonnellate mosse dai gruisti di Gioia Tauro, c’erano 10.000 persone che lavoravano. Oggi a Gioia Tauro ce ne sono solo 1000 e altri 1500 nel famoso indotto, quindi 2500 persone. Un numero esiguo, un terzo di quello previsto nei piani di sviluppo. Nel porto la drastica riduzione di posti di lavoro si spiega con la parole magiche: container, innovazioni tecnologiche, navi di grande stazza e la standardizzazione delle operazioni. Nonostante il primato del porto di Gioia Tauro, realizzato anche grazie alla fatica sottopagata dei portuali, agli incentivi pubblici per facilitarne il decollo, oramai avvenuto,  non si può dire che il porto sia  quella grande opportunità occupazionale tanto sbandierata da politici, amministratori e a volte dagli stessi calabresi. A  guardar bene,  anche sul fronte dell’indotto la realtà è scoraggiante: là dove dovevano nascere nuove aziende hanno attecchito le frodi di pirateschi imprenditori. Un lavoretto pulito senza pistole o sequestri: si  mette su una finta azienda, si intascato i soldi pubblici e poi si vola via lontano verso altre mete, rincorsi dalla guardia di finanza. Sul territorio restano i  capannoni  prefabbricati vuoti. Certo per il meridione non è una novità, anche la  “grancassa” del mezzogiorno ha per molti versi funzionato così;  la storia del Sud è punteggiata di industrie mantenute in vita dallo stato. Questi investimenti hanno tagliato le gambe ad altri scenari possibili. La piana di Gioia Tauro, come molti luoghi del Sud aveva le carte in regola per ambire ad una diversa valorizzazione delle risorse locali, dal mare un tempo cristallino, agli oliveti, puntando sull’autonomia e non sulla compromissione e l’asservimento del territorio ad una crescita locale insostenibile.
 
(autore E. Della Corte)

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