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Primissime note sulla Cosa Multimediale...

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Primissime note sulla Cosa Multimediale, ovvero, una modesta proposta di “Regulae ad directionem Ingenii”
 
Premessa

Queste note, non delineano la Cosa che ci proponiamo di realizzare giacché quella cosa lì è solo marginalmente linguistica: puntiamo a qualcosa che è prima di tutto suono ed immagine per criticare l'universo asfittico delle parole.  Così ad esempio, la parte linguistica-discorsiva, che pure deve apparire nella nostra Cosa, ha sempre un fondo musicale appropriato; ancora, l'uso ossessivo della satira è un modo di tradurre la capacità espressiva di un'allegra cattiveria nei riguardi della rappresentazione del reale che si fonda sulla sua mutilazione- come accade per la tematica della rappresentanza nella vita civile del paese. Va da sé che la vera difficoltà è redigere un numero zero e non discettare su come redigerlo. Nel seguito quindi noi, come tutti gli altri coautori, cercheremo di approntare a titolo d'esempio un numero zero.


Decidere in tempo di crisi
La crisi, come attesta la filologia della parola, la vera crisi s'intende, è quella attuale ha tutta l'aria di esserlo, è prima di tutto “giudizio”, “decisione”; in altri termini la crisi è tale perché costringe a decidere.  Non ci si può sottrarre al giudizio. Ed è proprio questo l'aspetto più interessante e per il quale noi, da alcune generazioni, l'abbiamo aspettata; e ora siamo contenti di darle  il benvenuto.
La crisi a cui guardiamo è quella che, distruggendo ad un ritmo esponenziale la stessa ricchezza che con quello stesso ritmo aveva creato, opera per modificare concetti e sentimenti comuni in maniera ben più micidiale di quanto possano mai fare milioni di libri sovversivi, migliaia di scioperi, centinaia di rivolte. La crisi compie il suo lavoro con un automatismo pressoché perfetto. Per questo ci sembra di poter dire: “ scitate  Catarì ca' l'aria è doce”.  

Rovesciare l'ordine
La crisi sconvolge l'ordine delle cose presenti, strutturato come proiezione valorizzante dell'homo laborans-- il nostro compito è rovesciare anche l'ordine delle idee presenti, che incorniciano la realtà e la riconducono all'economia.  
Nella crisi emergono altre anime collettive che spesso sono proprio le stesse o fortemente analoghe a quelle che abitavano il mondo prescientifico, quello che si svolgeva prima della modernità.
Il giornale è il luogo dove questa emersione viene registrata e le si conferisce consapevolezza.
Un giornale dei luoghi, dove nella parola luogo è presente il tempo del luogo.
Esso si configura come un esodo linguistico dalla semantica dominante, come abbandono e distruzione delle parole chiave dell'opinione pubblica, dei moderni luoghi comuni; e la coniazione collettiva di altre parole, di nuovi-antichi luoghi comuni.
Così il lavoro viene ricondotto alla sua vera natura di lavoro salariato: attraverso la trappola dei posti di lavoro sacralizza  l'iniziativa del capitale, facendola apparire come bisogno universalmente umano di progresso e benessere- bisogno definitivamente indotto, dal momento che nell'uomo è l'attività che ha una base istintuale e non il lavoro salariato.

Passioni pluriverse
Non informazione, quindi, per uniformizzare il mondo, bensì comunicazione volta ad esaltare le differenze; non un universo attorno al valore crescente delle merci, ma un pluriverso strutturato sulle passioni collettive e la determinazione a soddisfarle- oltre la semplice ripetizione sinonimica.
La politica riportata alla sua origine: l'autogoverno della città- non gestione dell'economia, né per la sopravvivenza e nemmeno per il benessere; bensì la libera vita comunale: a ciascuno il suo, ad ognuno la sua buona vita.


by by italiano medio
Il nostro interlocutore non è quindi l'individuo generico, quello descritto dalle statistiche attraverso grandezze quantitative come il reddito, la speranza di vita, insomma l'italiano medio, elettore-consumatore, etc.- giacché l'individuo medio è una cattiva astrazione, una vuota convenzione linguistica che riduce l'essere umano ad un inutile ripetizione, un semplice uno in più, mediante la cui esistenza non viene acquisito niente, non viene aumentato nient'altro che un numero, e il cui senso è solo un inutile aggravio di entropia.

Vie d'esodo
L'esodo, l'uscire dalla ripetizione sinonimica vuol dire porsi domande diverse da quelle che appassionano l'opinione pubblica, che è solo l'opinione dominante.
Così il dibattito sulla degradazione ambientale assume la forma di mobilitazione generale proprio perché occulta il processo di riconversione energetica- uno degli enormi affari attorno a cui l'occidente capitalistico tenta di riorganizzare il processo produttivo per competere con i così detti paesi emergenti. Laddove il problema non è quello di riconvertire, ma di ridurre drasticamente l'inutile dissipazione  d'energia, il gigantesco aumento d'entropia che deriva dalla logica stessa del progresso industriale.
Ancora un esempio: nell'opinione pubblica prevale un'attitudine sacrale verso la scienza interpretata come innovazione di prodotto. Laddove è proprio la tecno-scienza, a svalorizzare ciò che già abbiamo, a lasciar fuggire il presente, ad inventare continuamente nuovi bisogni creando nuove merci che ormai invadono anche la sfera propriamente biologica dell'uomo e moltiplicano a dismisura le relazioni mercantili tra gli esseri umani. Sicché il malaugurato progetto, di riorganizzare gli studi universitari attorno alle necessità d'innovazione dell'impresa, si presenta come la minaccia più seria all'autonomia del sapere, ad una delle libertà collettive materiali; e va combattuta come se si fosse in presenza dell'origine stessa del male. Infatti, l'innovazione più radicale, quella che rompe fin nelle radici con la tradizione è quella che cessa di innovare e brevettare, perché il nuovo è solo la tradizione del moderno.
Infine, a proposito di  fabbricazione dell'opinione pubblica, si pensi nel dibattito sui grandi media, a come è stata affrontata la questione della morte: la morte, grazie alla tecno-scienza, è sentita come scandalo della vita e non come suo compimento.  La morte conferisce perfezione alla vita, non è il contrario della vita, è solo il contrario della nascita. E' singolare l'alleanza fra la tradizione cattolica e la tecnoscienza nel tentare di allungare senza limite la vita biologica -testimonia quale profonda degradazione del mondo naturale si sia realizzata nelle società a tardo capitalismo; dov'è andata la virtù d'accettare la morte? Dove è finito quel gesto tragico dell'intelletto, quello  scarto eccedente di coscienza rispetto al nostro fratello lupo, alla nostra sorella tigre, all'impersonalità dello sguardo della pecora? Come scrive il poeta “un bel morire tutta la vita onora”.

Chi vuole capire capisce
Il nostro interlocutore è certo l'individuo ma quello sociale: l'individuo consapevole di possedere una coscienza potenzialmente all'altezza del genere. L'individuo medio ignora ciò che non ha nome; per la maggior parte crede solo all'esistenza di tutto ciò che ha un nome; e quanto alle parole, alcune fanno sì che ciò che non esiste esista, altre che non esista ciò che esiste.
Sicché, risulta più facile cambiare le nostre idee sul mondo piuttosto che il mondo. Su una moltitudine di milioni d'individui generici, solo un esiguo numero sente e guarda la vita come potenza, avventura. Il resto la subisce senza pensarci, come un ciclo da cui sono posseduti inconsapevolmente.
 
Welcome to crise
Per noi, non si tratta solo di dare il benvenuto alla crisi, ma di trasformarci in complici. Ci proponiamo d'aiutarla a scavare fino in fondo. E questo vuol dire, portare la crisi a livello delle categorie concettuali del senso comune: l'amore, le relazioni di solidarietà e di reciprocità, l'amicizia, la morte l'economia, il progresso e così via. Quello che puntiamo a conseguire è di porre una serie di domande di senso comune alle quali riuscire a dare risposte comunemente intellegibili e  tecnicamente perfette.      
Altrimenti detto, la nostra è una politica che privilegia lo sguardo, piuttosto che l'universo linguistico. Contrapponiamo, così, all'individuo medio che sa ma non vede, l'individuo sociale che, come il bambino, vede ma non sa. Spogliata delle forme accademiche o paludate, la domanda del filosofo è sempre infantile, giacché colui che interroga senza alcuna necessità è il bambino. Per dirla con Valery “vision an avant, aveglue quant aux mots”.
 
Note per i redattori
Occorre, quindi, ai i redattori stessi di questa cosa,  praticare una saggezza rischiosa che nel mettere in questione l'ordine delle cose non evita nel contempo d'interrogare l'ordine del pensare- suscitando così stupore e sconcerto insieme. Giacché tutto parte da un interruzione, affinché il percorso abbia inizio: oggi il ritardo è il segno della perfezione.
 
La mala education e le libertà

Potremmo riassumere così le considerazioni oscure che siamo andati via via snocciolando, dicendo che la nostra cosa parte con un intento di diseducazione o meglio malaeducazione linguistica: per ritrovare quel reale che le parole occultano.
Facciamo qualche esempio: il tema delle libertà comunali affiora nei movimenti che si svolgono attorno la questione antica dell'abitare. Movimenti che esistono, anche quando i giornali non ne parlano, magari nella dimensione del fiume carsico che si inabissa alla vista continuando a scorrere. Qui la politica dello sguardo vuol dire vedere la condizione estrema dell'abitare, ovvero, rilevare in coloro che sono senza casa la condizione di possibilità di un altro modo dell'abitare che sottragga la città al suo destino moderno di centro finanziario industriale, e lo riconduca alla sua natura di luogo della buona vita. In atri termini la complessità anche tecnicamente filosofica del tema dell'abitare trova nel negativo il punto di possibilità di un riprendersi la città, di riportare cioè la città alla sua origine. E' qui evidente la qualità di questa prassi dove il fine e il mezzo coincidono, condizione che è la prova evidente del carattere autentico. Qui si vede come un dato volgare, di mero bisogno arcaico si riscatti come punto di vista, sguardo,  dal quale si spiega la degradazione della vita urbana che attanaglia le nostre città; dove l'architettura, soprattutto quella d'avanguardia, non fa che tradurre visivamente la rottura di relazioni di reciprocità e solidarietà che sono alla base del vivere urbano. E' un'architettura che non solo non entra in contatto con quello che sopravvive del genius loci, ma semplicemente,  non si pone più il problema, lo ignora; e.g.  l'Ara Pacis, rivisitata da Veltroni, risulta priva di ogni aura; il che mostra, senza ombra di dubbio, che poteva essere costruita a Tokyo come a Parigi, a Pechino come a Berlino--perché così stravolta è divenuta un non-luogo.
 
Analoga considerazione vale per i movimenti che, specie nel Sud, si strutturano attorno alla richiesta del reddito di cittadinanza. Anche qui l'aspetto volgare, la richiesta di soldi che appare come un precipitare estremo nel mondo delle merci si risolve, nella forma del reddito erogato dai comuni, in una formidabile acquisizione cognitiva sulla potenza della cooperazione sociale; e in una conseguente liberazione d'energia e di passioni in grado di far emergere dalla vita quotidiana un nuovo universo di abitudini e di consumo.

 
Oltre le parole lisce
La nostra cosa tenta, paradossalmente, di usare il mezzo elettronico contro il mondo virtuale e la comunicazione in assenza; noi ci ripromettiamo di usare l'immagine ed il suono, e la subitanea la sensazione che essi suscitano contro le parole esauste e le macchinose teorie; per ritrovare il reale occorre portare a termine una diseducazione linguistica che mira a riscattare il mondo umano dalle parole che lo incorniciano e lo diminuiscono.  
Avendo letto più di dieci libri, sappiamo che un libro che si presenta come una teoria completa e coerente è una falsificazione del mondo.
 
In sintesi:  Dal virtuale al reale
Proviamo a riassumere: la crisi comporta un'interruzione tanto nella vita quotidiana, quanto nel pensare quotidiano; lo sguardo sceglie di posarsi sul fondo volgare- il reddito monetario, la malattia,  la casa-tana, la caduta, la morte- perché solo su questo sfondo fragile e comune possono risaltare le idee autentiche, i pensieri singolari, in grado di creare comunità. Il comune pensare non è il pensiero che abbiamo tutti, ma il pensiero che istituisce relazioni di solidarietà e di reciprocità, cioè propriamente comunitarie.
Non si tratta quindi di uno sguardo contemplativo, né di uno sguardo trasformativo di quello che c'è, piuttosto è un modo di porsi eccedente che rinnova le relazioni tra l'essere umano ed il mondo; senza peraltro aggiungere nulla di nuovo, poiché l'azione autentica non lascia traccia.
 E' quindi uno sguardo che comporta una sorta di cattiveria sognante, in grado di vedere ciò che l'opinione pubblica nasconde. Non bisogna fare null'altro se non rifare le stesse osservazioni possibili a tutti. Riprendere in proprio, come se mai fosse stata pensata, l'osservazione che tutti hanno già fatto. Il futuro rientra  nel presente come un redivivo; né,d'altro canto,  è  il passato che ritorna,bensì è il presente che rientra nel suo medesimo e lo rende così eterno.
Si tratta, in buona sostanza di coniugare il perfetto- nel senso del compiuto attraverso quel modo del tempo oggi più pertinente al perfetto, quello del ritardo. E non tanto per contrastare con la lentezza il tempo del “prestissimo” in cui siamo tutti immersi, ma perché guardare è un'attività che comporta il rifarsi, rifare se stessi-- affinché la buona vita, che è un processo e non uno stato, si compia e la morte stessa funzioni come un suggello di questa perfezione.
Bisogna essere perfetti, non c'è più da esitare.

La nostra cosa è quindi una sosta nella smaniosa abitudine a comprendersi nel mondo lungo la via razionale-riduttiva del linguistico; e si offre per noi stessi come occasione per conoscersi e conoscere il mondo fuori dai concetti-sentimenti della riproduzione seriale. Solo riprendendo nel tempo stereotipato del quotidiano l'interruzione ed il ritardo che ne consegue, ogni vita, nel tempo mortale che le è dato, può realizzare il suo autoperfezionamento-- non quindi una vita esatta e certa, ma incerta e precaria.

La cosa che proponiamo cerca di utilizzare il virtuale per afferrare il reale, come si fa quando uno osserva la volta celeste dopo aver visitato il planetario del luogo. L'idea-forza è la costruzione della cassetta di attrezzi che servano a far precipitare la coscienza dei luoghi- coscienza che non è mai svanita anche quando è tenuta a vile e rattrappita. Il riferimento premoderno di quello che vogliamo fare è il breviario o il “libro a ore” dove, appunto, è dispiegata la temporalità del luogo, le ore come scansione qualitativa del tempo e non il loro supposto scorrere uniforme, come tutte uguali.
Naturalmente la sequenza sopra delineata nella pratica si rovescia: la nostra avventura riuscirà nel suo scopo se i luoghi ritroveranno le loro temporalità autentiche, le cento città italiane avranno cento tempi diversi. Qui è evidente come il ritardo sia un segno di perfezione; si pensi alle città rurali del meridione. Per chiudere senza concludere, la cosa che cerchiamo di costruire è una sorta di general intellect dei luoghi che ha lo scopo, perfettamente provvisorio, di facilitare l'emersione del genius loci, attaccando con violenza tutti quei concetti della modernità che hanno ridotto i luoghi a non luoghi; e fornendo, per quanto ci è possibile, quelle arti, quei saperi, quelle tecniche accademiche e non, volte  a permettere di curare tutta la ricchezza di relazioni che c'è già nel mondo che ci è dato. Va da se che nel nostro caso i luoghi sono rappresentati da comunità locali individuate per una prassi concreta, già esistente, sulle tematiche sopraccennate. In barba a tutti i facitori di costituzioni noi pensiamo alla nostra nazione, all'Italia come una confederazione di libere città.
                                                                                   
Le cose ed i cosi della Cosa Multimediale di Cosenza. (Autori) 
 


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