Crisi, destino, catastrofe

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1.    Nessuno l'aveva prevista, eppure è arrivata. Scomparsa dall'economia da manuale e dalle teorie da Nobel, la crisi è ritornata: l'eterno ritorno dell'identico che si invera. Il moderno, fin dai suoi albori, ha elaborato una concezione del tempo lineare e progressiva che nulla concede ai salti, alle rotture o alla ciclicità dell'esperienza. Il tempo del moderno è il tempo del destino e della continuità storica lineare, o del suo rovescio, che è la catastrofe. A questa concezione del tempo come progresso all'infinito – come sviluppo e crescita senza fine, per usare il gergo degli economisti – si è contrapposta nel secolo scorso una duplice variante, tutta interna all'andamento lineare del divenire storico: o, come nella vulgata marxista e socialista, un tempo che racchiude in sé la promessa di una palingenesi radicale come svelamento dell'enigma della storia; oppure, come nella  versione conservatrice,  il tempo storico, venendo  a coincidere col progresso della tecnica e con l'affermarsi del nichilismo, incarna la perdita dei valori fondativi di una società. Questi tre modi di concepire il tempo storico e il divenire hanno più parentele di quanto i loro stessi sostenitori siano disposti ad ammettere: in una direzione o in un'altra, come promessa di salvezza o come destino di eterna dannazione, il tempo “scorre” inesorabile. Ogni interruzione in questa successione di quantità definite e misurabili si innesta nella coscienza del moderno come una vertigine sull'abisso.

 

2.    Alle soglie dell'età moderna, in un testo fondamentale per la genealogia di un'antropologia della crisi, Giusto Lipsio (De Constantia, 1584) riformulava il pensiero stoico nel tentativo di offrire una nuova chiave di lettura al complesso rapporto tra soggettività e destino. L'opera lipsiana si apre con l'autore in fuga da uno scenario di guerra, alla ricerca di un riparo sicuro alle conseguenze devastanti della crisi. La crisi del mondo europeo del XVI secolo è infatti il palcoscenico sul quale si svolge il dialogo con Langio, il personaggio che  nell'opera di Lipsio incarna il saggio neo-stoico. Il paesaggio che fa da sfondo al testo è quindi la crisi generale che, a cavallo tra XVI e XVII secolo, segna il passaggio ad un'epoca nuova: il vecchio ordine medievale è in rovina e l'Europa è divenuta un focolaio di guerre, saccheggi, carestie, insurrezioni. La crisi economica è qui tutta dentro al rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione, tra soggettività e destino: nuove forze che premono per acquisire potere nella società e vecchi ceti che resistono alla possibilità di essere spazzati via. In Lipsio il fato si contrappone alle cose umane e la necessità storica diviene pura esteriorità lineare. Bisognerà prima o poi approfondire il ruolo che il neo-stoicismo lipsiano ha avuto nella fondazione del soggetto moderno: per il saggio neo-stoico non c'è possibilità di incidere su di una realtà che gli si presenta come esterna e non modificabile...

 

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(Autore Pietro Sebastianelli)


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