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Argentina 2001-Europa 2011 di Maria Sole

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Dopo il crack dell’Argentina del 2001, le cui ragioni sono molteplici e vanno ricercate in una politica economica scellerata all’insegna di un “esperimento da laboratorio di un neoliberismo selvaggio” durato per tutti gli anni ’90 (per lo meno dalla crisi argentina del 1989), una delle soluzioni adottate dal governo Kirchner a partire dal 2003 è stata la rinegoziazione del debito (estero prima, convertito poi in debito pubblico).

Prima di arrivare a ciò è utile forse ripercorrere, brevemente, alcune tappe della recente storia Argentina, economica e politica. Una delle domande più ovvie è, perché proprio in Argentina attecchisce un modello neoliberista che non trova ostacoli per un periodo sufficiente a spazzar via il “pubblico” e a ridurre in povertà una classe media che, al contrario, nell’immediato dopoguerra sembrava destinata ad essere la materializzazione del sogno (latino) americano. Una delle prime risposte (ma non è questa la sede) riguarda la politica economica degli anni della sanguinosa dittatura militare (30.000 desaparecidos) durata dal 1976 al 1983, anni in cui il debito estero argentino passa da 8 a 45 miliardi di dollari aprendo la strada agli interessi delle grandi multinazionali statunitensi e consegnandosi al FMI. Immediatamente prima l’instaurarsi della dittatura, l’economia argentina aveva risentito pesantemente della crisi petrolifera del 1973, che aveva ridotto la domanda di beni e servizi in tutti paesi dell’allora “primo mondo”, soprattutto europei, verso i quali l’Argentina era legata a doppio filo. La politica economica promossa da Martínez de Hoz, ministro dell’Economia della dittatura, segnò, in nome della riorganizzazione nazionale, l’avvio di un processo di distruzione dell’apparato produttivo, creando le condizioni per un’economia speculativa logorante per il paese. La maggior parte dei prestiti concessi alla dittatura argentina provenivano da banche private del Nord America, che potevano contare sul completo accordo delle autorità statunitensi (sia la Federal Reserve sia l’Amministrazione nordamericana). La libera concorrenza viene posta come chiave di volta della politica economica e si apre al mercato estero. Settori protagonisti dello sviluppo divengono l’industria tecnologica, largamente finanziata da capitale straniero, e il settore agroesportatore. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’eliminazione totale del conflitto sociale, soprattutto nel momento in cui era ancora molto presente la politica economica peronista, non solo statalista (fortemente nazionalista), ma, potremmo dire, detentrice di uno Stato sociale che in modo opposto garantiva una forma, non scontata, di pacificazione sociale. Nel 1983, il paese si trovava alla prese con un’inflazione che toccava punte del 4000%. Con il governo Menem (1989), inizia il periodo delle “riforme”. Obiettivo: la completa liberalizzazione dell’economia. Anzitutto per riacquistare la fiducia internazionale (dei mercati e degli investitori) e attirare nuovamente capitali stranieri, che nel frattempo avevano scelto economie più affidabili, ma anche per conformarsi ai vincoli imposti dal Fmi, condizione irrinunciabile per ottenere nuovi prestiti. In quasi 4 anni tutte le aziende statali erano state privatizzate, del tutto o in parte, incluse telecomunicazioni, gas, petrolio (es: nel 1993 è stata ceduta il 45% della compagnie petrolifera di stato), ferrovie (da vedere l’ Ultima Estacion di Pino Solanas) e compagnie aeree. Il provvedimento che però è stato riconosciuto in seguito come una delle principali cause della crisi, è noto come Plan de convertibilidad, o anche currency board (1991), la legge che ha introdotto, cioè, la parità fissa tra il peso argentino e il dollaro Usa, con l’obiettivo di bloccare l’inflazione. Con questa decisione, presa in accordo con il governo Usa, viene stabilito un cambio fisso tra le due monete, sancito in Argentina da una legge avente valore costituzionale. Per ogni peso è assicurato il cambio alla pari con la moneta americana (privando così l’Argentina della propria autonomia in termini di politica monetaria).  ll cambio fisso ha avuto l’effetto immediato di bloccare la svalutazione del peso, quindi ha consentito all’Argentina di importare beni dall’estero ad un prezzo stabile e non più fluttuante (e crescente) ma imponendosi di sostenere la domanda di pesos (che tiene alto il valore della moneta) attraverso un afflusso consistente di dollari (poi cambiati in moneta locale), alzando i tassi di interesse interni (e, di conseguenza, la remunerazione dei titoli di Stato ed obbligazioni private), in modo da incentivare l’acquisto di titoli da parte degli investitori (americani). Quando salgono i tassi d’interesse aumenta, però, anche il costo del denaro preso in prestito dalle aziende argentine, nonché dagli stessi cittadini (ad esempio i mutui per la casa). E inoltre, quando una moneta mantiene alto il suo valore di cambio diventa più difficile esportare poiché gli acquirenti esteri devono pagare somme maggiori. Nonostante ciò l’Argentina se l’è cavata per diversi anni grazie alla moneta brasiliana, il real, anch’essa ancorata al dollaro. Ma quando all’inizio del 1999 il real è stato svalutato, per l’Argentina è stato l’inizio di una grave recessione, dovendo esportare i propri beni e servizi a costi molto maggiori (e diminuire dunque il volume delle esportazioni). Conseguenze immediate: tagli alla spesa pubblica e aumento delle tasse, con l’obiettivo di riconquistare la “fiducia dei mercati”, che spesso coincide con quella degli investitori stranieri, di banche, fondi comuni d’investimento (tra i quali i famosi “edge funds”, i fondi altamente speculativi), fondi pensione e investitori privati. Sono loro che hanno finanziato l’economia argentina comprando titoli pubblici, obbligazioni e azioni, che poi alimentano la produzione di beni e servizi, sia pubblici che privati. L’afflusso di capitali ha tenuto stabile anche il cambio peso/dollaro, evitando possibili (e pericolose) svalutazioni e una “fuga di capitali”, che avrebbe privato il paese di importanti risorse, provocando inflazione e disoccupazione. Per evitare tutto questo il governo doveva dimostrare di avere i conti “in regola”, anzitutto spendendo meno ed evitando disavanzi. Ma questo ha significato, “ovviamente”, anche tagliare spese di interesse pubblico come sanità, istruzione, pensioni e stipendi pubblici.  Le misure prese dal governo De La Rua (1999-2001) erano conformi alle condizioni del Fmi  e meglio conosciute come “Piani di aggiustamento strutturale”. Richieste che in occasione del credito di 39 miliardi di dollari concesso a fine 2000, deciso dal Fondo per evitare una nuova ondata di “sfiducia” da parte dei mercati e possibili fughe di capitali, consistevano, ad esempio, in un congelamento per cinque anni dei bilanci delle provincie, nell’allungamento dell’età pensionabile (da 60 a 65 anni) e in un programma di smantellamento del sistema di “sicurezza sociale”. Per onorare gli impegni presi a livello internazionale, il governo approvò (fine luglio 2001) inoltre il piano “deficit zero”, che conteneva una serie di provvedimenti per arrivare alla parità di bilancio. Tra questi il prelievo del 13% su stipendi pubblici e pensioni. Tutte queste misure furono naturalmente ben accolte dai mercati ed alzarono l’indice JP Morgan sul “rischio paese” (misura che indica agli investitori il rischio economico legato agli investimenti in un paese).  La situazione sociale, tuttavia, non migliora, si intensificano le proteste, soprattutto dei disoccupati, e la fiducia dei mercati, già appesa a un filo, precipita. L’atteggiamento di sfiducia risulta chiaro dalle valutazioni pessimistiche delle maggiori agenzie internazionali di rating, indirizzando le scelte di investimento degli operatori (tra queste Moody’s e Standard & Poor’s, che in quel periodo declassarono i titoli Argentini). A dicembre del 2001, quando il FMI si rifiuta di concedere all’Argentina il versamento di 1,26 miliardi di dollari, l’ex ministro dell’economia Cavallo decide di convertire il debito estero privato in debito pubblico, impedire ai cittadini di disporre liberamente del denaro depositato in banca (corralito) e ridurre del 13% i salari dell’impiego pubblico e le pensioni equivalenti o superiori a 500 pesos; il piano di risanamento più duro degli ultimi dieci anni.  Il 19 e 20 dicembre l’Argentina si rivolta, rompendo un silenzio che durava, sostanzialmente, dagli anni della dittatura. La cronaca delle giornate è più o meno nota. Nelle piazze lo slogan che unisce infinite differenze è quello del Que se vayan todos. Il presidente in carica, si dimette e scappa in elicottero davanti a una piazza strabboccante. A partire da questo, la rivolta del 2001 è stata definita destituente del potere, ma poi anche costituente di nuove soggettività (Col. Situaciones) e di esperienze di autonomia (piqueteros, assemblee popolari, club del trueque , fabbriche recuperate). I movimenti sociali, che provenivano da un accumulo di soggettività e di esperienze rintracciabili nel decennio precedente, rivendicavano autonomia, ma ex post, non seppero farsi carico di un’alternativa che mettesse realmente in discussione la sovranità dello Stato e men che meno delle istituzioni economiche. In altre parole: la scoperta del plusvalore — e quindi dello sfruttamento — da parte degli operai delle fabbriche recuperate non costituì di per sé una condizione sufficiente a trasformare ( su larga scala) le proprie condizioni (e forme) di vita e ambire a costituirsi come istituzioni autonome, anche se le allusioni e alcune esperienze di piqueteros (nella forma degli MTD, Movimiento de Trabajadores desocupados) e di fabbriche hanno ambito a farlo ottenendo risultati circoscritti ma inediti e assolutamente interessanti (ma, di nuovo, non è questa la sede).  Foucault spiega bene la differenza tra la resistenza al potere in senso reattivo e le “pratiche di libertà”: le pratiche di libertà sono la risposta creativa ad un problema concreto, si materializzano nell’elemento della contingenza, dell’evento; sono quindi manifestazioni di un modo di vita attivo, l’affermazione di una differenza il cui potenziale trasformativo è direttamente legato alle sperimentazioni delle soggettività in gioco. La soggettività si produce nel momento in cui, dalla scoperta della propria condizione, si stabiliscono linee di fuga e capacità di immaginarsi e costruire alternative. L’originalità delle esperienze soggettive che hanno attraversato la rivolta argentina del 2001 è stata, in sintesi, quella di animarsi a «scomporre il proprio destino di esclusione e di impoverimento materiale, simbolico, relazionale. Non solo resistendo, ma inventando, riconfigurando spazi». Nestor Kirchner, peronista, democraticamente eletto dopo quasi due anni di instabilità politica e istituzionale, portò avanti, a partire dal 2003, un’operazione complessa, la cui lettura viene complicata dalla possibilità di rintracciare nel discorso istituzionale elementi di parentela con il linguaggio dei movimenti. Kirchner impostò il suo mandato istituzionale appellandosi al “ritorno della politica” e alludendo continuamente alla promessa di inclusione sociale che il “peronismo di Perón” aveva assicurato al “suo popolo”. Sin dall’inizio ebbe la capacità di bilanciare tendenze e domande sociali estremamente contraddittorie tra loro. Da un lato seppe rispondere alla domanda di partecipazione alla vita politica conseguente alle esperienze sociali del 2001 (fino a includere nelle schiere del partito diversi militanti provenienti dalle fila dei movimenti “autonomi” e offrendo loro incarichi istituzionali di medio rilievo), dall’altro riuscì a rielaborare a proprio favore la richiesta della destra di maggiore sicurezza e ristabilimento dell’ordine. Il ritorno alla stabilità e alla crescita economica si manifestò soprattutto con un segnale fondamentale: l’estinzione, nel 2005, del debito contratto con il Fondo Monetario Internazionale.  Tale saldo avvenne con modalità inedite che contribuirono, non poco, alla costruzione eroica del presidente peronista: Kirchner offrì di saldare i debiti dell’Argentina, ma con un forte sconto: ne avrebbe cancellato il 70-75 per cento ripagando solo 25-30 centesimi per dollaro. Quando gli obbligazionisti provarono a controbattere, Kirchner gli rispose che la sua offerta era valida una sola volta e che o accettavano, o perdevano il diritto a qualsiasi rimborso. Dichiarò, in sede ufficiale, ai creditori internazionali e al Fondo Monetario che per pagare i debiti non avrebbe tassato gli argentini in stato di povertà e li invitò a visitare i quartieri poveri del suo paese per "fare per primi l'esperienza della miseria". Nel settembre del 2010, con il nuovo governo della moglie Cristina Fernández si riapre il negoziato del 20% del debito restante.  Molte critiche appuntano al fatto che i governi Kirchner e Fernandez sono stati eccellenti pagatori ma che se da un lato hanno permesso di fare uscire l’Argentina dal default, ciò è stato possibile utilizzando risorse pubbliche destinate a spese sociali. In altre parole si diminuisce il debito estero a cambio dell’incremento di quello interno, grazie ai tagli alla spesa sociale.  A ciò si aggiunse una complessiva ripresa dell’economia che si fondò, sia sulla “riabilitazione” del modello di sostituzione delle importazioni, che rivitalizzò l’industria nazionale, sia sugli elevati profitti provenienti dalle esportazioni di mais e soia transgenici. Ne furono fattori determinanti la svalutazione della moneta e l’aumento dei prezzi sul mercato mondiale. Da molti fu definito “neo–sviluppismo”, rivolto fondamentalmente in accordo con altri paesi della regione latinoamericana ad affievolire la propria dipendenza con i capitali statunitensi ed europei.  Sul piano interno, Kirchner volle superare la strategia assistenzialista (messa a punto come toppa nel cuore della sperimentazione neoliberista) passando ad un piano di finanziamento delle micro–economie che rispecchiava la volontà del nuovo governo di riappropriarsi di un ruolo da “protagonista invisibile” nella gestione dei problemi sociali, un campo, questo, che gli era stato sottratto dai movimenti. Verso quest’ultimi la presidenza post-rivolta mostrò dunque una disponibilità al dialogo, dietro la quale si celava la volontà di assorbirne le componenti meno “dure” nel tentativo di isolare le voci più radicali e soprattutto quelle che insistevano sulla centralità dell’autonomia del movimento nei confronti del governo. Autonomia fondata sul dialogo e sul confronto ma che aveva la prerogativa di costruire uno spazio di sperimentazione politica non direttamente coincidente con le istituzioni statali (laboratorio di pratiche di autogoverno, economia sociale, momenti assembleari…). L’obiettivo e gli effetti reali di questa strategia furono quelli di determinare una sostanziale frammentazione dei movimenti sociali e, conseguentemente, un progressivo indebolimento. Una strategia che in modo differente sembrava essere anche  parte dell’agenda dei governi occidentali sulla gestione della crisi. Nel suo programma elettorale, ad esempio, David Cameron aveva proposto la teoria della “big society” sintetizzandola nelle parole d’ordine “meno Stato, più società” e proponendo di ridefinire la relazione tra Stato e società a partire da un nuovo coinvolgimento delle associazioni della società civile nella gestione delle politiche sociali. Il rischio di questa posizione sta in una sorta di blocco preventivo del potenziale di cambiamento espresso, spesso a partire da condizioni oggettive e situazioni conflittuali, determinate dall’azione dei movimenti sociali. Il risultato della politica economica kirchnerista è ben lontano, cioè dal garantire una vita degna al “popolo argentina”. Testimone tra altri la campagna promossa dalla CTA (un sindacato, formato da lavoratori, lavoratori precari, disoccupati, associazioni territoriali) “El hambre es un crimen”: El Hambre es un crimen. Hay que detenerlo. Sí o sí. Porque en nuestro país no faltan ni alimentos, ni platos, ni madres, ni médicos, ni maestros. Faltan, en cambio, la voluntad política, la imaginación institucional, la comprensión cultural y las ganas de construir una sociedad de semejantes que asegure a nuestros hijos las oportunidades vitales para que puedan crecer con dignidad.” Non si tratta di illazioni, sia ben chiaro, ma di una documentata difficoltà che persiste e in alcuni casi si inasprisce nelle condizioni di vita delle classi medie e basse (soprattutto nei contesti metropolitani come quello di Buenos Aires e Cordoba). In un momento, si è parlato anche di un ritorno de la desaparicion, non più manu militari ma per opera dell’incapacità dello Stato di far fronte a situazioni di povertà estrema che rendono ancora molto fragile il ruolo dell’Argentina non solo nel mercato globale, ma anche nelle relazioni con i “paesi emergenti” che animano come non mai l’andamento complessivo delle economie nazionali. Questa sembra essere, comunque, la direzione nella quale sta andando, tutt’ora, l’ “operazione Kirchner”, aiutata da una tradizione politica, peronista, che si pone sempre l’obiettivo di forgiare a propria immagine e somiglianza il “soggetto popolare”. Si è assistito a un riposizionamento dello Stato, di uno Stato che a volte sembra incarnare la volontà di superamento del neoliberismo, facendo della gestione e del contenimento del conflitto sociale un punto di forza, ma rimanendo, imbrigliato nelle fluttuazioni e negli interessi del mercato economico e finanziario globale. Ovviamente non si tratta di contesti immediatamente paragonabili. Il peronismo è un unicum nella storia ad esempio, che seppur si iscrive nel solco dei populismi, ha una tale capacità di rigenerarsi quale valore universale che sarà sempre d’ostacolo a qualsivoglia movimento costituente. Allo stesso tempo però la situazione greca e italiana impongono uno sguardo d’oltreoceano sulla questione della possibilità di default, a partire però da una proposta che si situi nello spazio pubblico dei movimenti e delle istanze sociali che in una fase caratterizzata da un enorme consenso “popolare” oltre la rappresentanza hanno tutta la legittimità di esprimere.


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