Migranti a Sud Italia: è troppo tardi per le scuse

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Ci sono migliaia di lavoratori immigrati che, da un decennio e oltre, mandano avanti il settore agricolo al Sud d'Italia, in  luoghi che nella storia recente, dopo la seconda guerra mondiale, videro insorgere contro i latifondisti i braccianti agricoli che rivendicavano il diritto alla proprietà della terra. Passano gli anni e per lavorare quelle terre che gli italiani non vogliono più curare arrivano migliaia di migranti, pronti a sfacchinare per noi, per far arrivare sulle nostre tavole frutta e verdura.   Questo il primo apparente paradosso, un trabocchetto cognitivo che avvolge il Meridione: il lamento sul ritardo del Sud,  le emergenze ambientali sempre un po' misteriose, pentiti, complotti, partiti defunti che continuano ad eleggere i loro finti rappresentanti, grande penuria di posti di lavoro per gli autoctoni e un fiume di soldi pubblici sprecati per tamponare la finta emergenza della disoccupazione. Sulla scena di questo teatrino il Sud fa il suo corso, i giovani disoccupati a differenza delle generazioni precedenti hanno studiato, si sono laureati non sono più disposti ad accettare lavori faticosi e sottopagati, si muovono tra lavori precari, protetti in ogni caso dalle relazioni parentali.  Così, resasi indisponibile la forza-lavoro locale, l'avvento dei migranti è stata una vera manna per gli imprenditori meridionali: i migranti costano di meno, lavorano di più, accettano lavori pesanti, si ingaggiano a giornata dribblando oneri sociali e assicurativi. Ad oliare  il  modello dell'Italia meridionale- che si rispecchia in quello più largo dell'Europa del Sud  (King, 2000, Kasismis 2006) – contribuiscono: l'illegalità diffusa, acuita da leggi comunitarie restrittive e pacchetti sicurezza nazionali; la diversità dei luoghi di provenienza dei migranti che facilitano la concorrenza al ribasso tra persone provenienti dai paesi dell'est Europa e l'Africa;  dalla compresenza, a cui si accennava, di migranti e di altri tassi di disoccupazione o sotto-occupazione per gli autoctoni; dall'assenza di politiche di accoglienza a livello locale.
Per molti anni il sistema agricolo meridionale ha succhiato sangue da queste vite senza nome, anche se  molti sapevano delle condizioni disumane di vita dei migranti del Maghreb nel ghetto di san Nicola Varco vicino Eboli, di quelle degli africani alla Cartiera di Rosarno andata in fumo un anno fa, così come di dominio pubblico sono le notizie dei migranti presi a pistolettate, sempre a Rosarno, da due teste calde locali, o ancora gli  omicidi di Castelvolturno, senza contare le angherie quotidiane, quelle meno veicolate dai media. Inattese, invece, sono state  le rivolte dei migranti, i roghi, i cortei che hanno fatto seguito ai fatti di sangue, poi il can can mediatico, le molte promesse,  e infine di nuovo come nel gioco dell'oca il ritorno alla casella di partenza: ghetti, sfruttamento, e cattiva vita.

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(autore: E. Della Corte)


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