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I beni comuni dei Mapuche e la violenza del potere

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La colonizzazione e la decolonizzazione, è semplicemente un rapporto di forze. Lo sfruttato si accorge che la sua liberazione presuppone tutti i mezzi e anzitutto la forza [...] Il colonialismo non è una macchina pensante, non è un corpo dotato di ragione. E’ la violenza allo stato di natura, e non può piegarsi se non davanti a una violenza ancora maggiore. (p.23-24 Fanon, I dannati della terra)

La comparsa del colono ha significato contemporaneamente morte della società autoctona, letargia culturale, pietrificazione degli individui. Per il colonizzato, la vita non può sorgere se non dal cadavere in decomposizione del colono. Tale è la corrispondenza puntuale dei due ragionamenti. (ibidem p.50)

C’è qualcosa di tragico e sproporzionato nella lunga storia di depredazione e sfruttamento del governo cileno a danno dei mapuche, i discendenti di una popolazione indigena la cui presenza in Cile risale a circa 12000 anni fa. Una storia coloniale di violenza, repressione, barbarie che, oggi, si consuma all’ombra di una finta democrazia gestita da uno dei governi più reazionari dell’America latina che usa ogni mezzo per reprimere il conflitto sociale, dalle ondate di protesta studentesche degli ultimi anni a quelle più antiche degli indigeni che rivendicano terra e un governo autonomo. La brutalità della repressione, a cui si accennava, si può meglio comprendere se si considera che nonostante la dittatura in Cile sia ufficialmente finita dopo la caduta di Pinochet molti dei vecchi arnesi sono ancora in uso: leggi mai abolite, come quella antiterrorista, così come uomini riciclati del vecchio regime.  

In questo clima allucinato molte sono le vittime ingiustamente detenute e torturate. Molti i casi di rappresaglie nei villaggi, dove le forze speciali cilene, senza alcuna riserva, sparano contro persone inermi, picchiano anziani/e, arrestano uomini e donne, terrorizzano bambini/e (vedi testimonianze delle vittime su you tube). 

I fatti di gennaio e le leggi anti terrorismo

Cinque anni fa nel corso di una manifestazione di protesta presso la casa di un colono svizzero, Jeorge Luchsinge,  morì un giovane militante mapuche,  Matías Catrileo, ucciso con un colpo alle spalle esploso da un gendarme. 

Nel gennaio 2013, su quelle stesse terre usurpate, è tornata in scena la morte. Questa volta si tratta però di quella di due coloni, imparentati con Luchsinger, morti nell’incendio appiccato alla casa in cui vivevano.

Da questa vicenda dai tratti tragici e accidentali, privi dell’intenzionalità di chi mira per colpire  alle spalle un uomo in fuga, ha preso il via una nuova campagna di criminalizzazione dei mapuche, sostenuta da congetture e da gravissime violazioni del codice penale. Si va dalle dichiarazioni farneticanti del presidente cileno Sebastian Piñera - secondo cui i mapuche non sono un popolo in lotta ma dei terroristi, appoggiati da altri terroristi a livello internazionale- all’irresponsabilità di un ministro dell’interno che prima ancora di investigare per individuare i colpevoli, in assenza di prove, accusa e imprigiona, guarda caso, due mapuche.  La tragica morte, dei due coloni, ha dato così l’occasione per rimettere mano alla legge antiterrorismo.

A partire da questo evento, il riacutizzarsi del conflitto, mai risolto, tra i mapuche, lo stato cileno, i nuovi feudatari-coloni e vari imprenditori, in particolare quelli del legno che da anni saccheggiano le risorse locali.

Sul fronte opposto, per i mapuche, i temi principali sono quelli della restituzione della terra e dell’autonomia politica e dell’autogoverno; il governo cileno dovrebbe prima di tutto riconoscere che ha è in debito con loro, e provvedere a saldarlo nel rispetto del principio generale del diritto di riparazione. 

Rispetto all’autogoverno la rivendicazione è quella di un parlamento indigeno. Obiettivo, questo, ancora molto lontano. Quello che succede, invece, è che nel congresso nazionale cileno si discutono questioni che riguardano la vita dei mapuche negando loro il diritto alla partecipazione e alla consulta (l’accordo 166 articolo 6 delle Nazioni Unite). E questo nonostante i reiterati tentativi di dialogo da parte dei mapuche, che a gennaio, ad esempio, invitarono, per l’ennesima volta, il presidente e l’esecutivo per discutere del conflitto generato dallo stato cileno ricevendo in cambio un rifiuto al confronto.

 

Terre inalienabili usurpate

Per capire quanto accade bisogna risalire alle radici storiche del conflitto. I mapuche sono il popolo originario di quella che oggi chiamiamo regione dell’Araucaria, con usi e costumi comunitari, e un’economia di sussistenza di tipo agro-pecuario. Le statistiche ufficiali ci dicono che sono circa due milioni, distribuiti tra il Cile (il 40% emigrati a Santiango) e l’Argentina. La rappresentazione dei mapuche come quella di guerrieri irriducibili alla sottomissione si basa sulla capacità di resistenza espressa contro gli invasori Inca prima e gli spagnoli nel ‘500. Sui loro territori, infatti, a differenza di quanto è accaduto nella maggior parte dell’America Latina, l’esercito dei colonizzatori spagnoli, nonostante la ferocia, non riuscì a fare breccia grazie all’ostinata resistenza dei mapuche. Per questo, l’avanzata spagnola si fermò nel 600 a nord del fiume Bío Bío senza poter andare oltre.

Le cronache del tempo evidenziano la sproporzione dei mezzi e delle pratiche di lotta tra l’esercito di conquista e la popolazione indigena. Una sproporzione che può essere ben compresa attraverso la cronaca di quei tempi che racconta di come un giorno si fronteggiarono, sui lati opposti di una profonda vallata, attraversata da un fiume, da un lato gli spagnoli con le loro armi e dall’altra la comunità mapuche con vecchi, donne, uomini e bambini che, prima ancora di usare le loro armi, chiaramente rudimentali a confronto della polvere da sparo spagnola, sollevarono un coro di voci che intimavano agli invasori di andarsene.  Nella cultura millenaria dei mapuche la perdita della libertà era peggiore della morte stessa, un aspetto imprescindibile per comprendere la tenacia con cui si opposero all’avanzata dei colonizzatori.

Alla fine dell’800, nel 1883, lo scenario cambiò, i mapuche furono sconfitti dai cileni, aiutati dalle armi inglesi; l’80% della popolazione fu trucidata per fare largo ai coloni tedeschi, italiani, francesi, svizzeri e così via. I sopravvissuti mapuche furono relegati in territori limitati. Lo stesso avvenne in Argentina dove, di recente, dopo vari giri di mano, così è la storia nel capitalismo di rapina, una parte dei terreni mapuche sono stati comprati dalla multinazionale italiana Benetton; parte della lana dei loro prodotti viene da lì. 

Di recente una commissione d’inchiesta ha fatto luce sugli aspetti giuridico-legali di quelle usurpazioni accertando che quelle terre erano per legge inalienabili. Le recinzioni e le assegnazioni ai nuovi arrivati, i famosi coloni, furono un atto predatorio, sanguinario; il piede sulla testa che il potere imponeva ai nativi, distruggendo la loro economia, i loro usi, la loro cultura. Quest’opera di annichilimento portata avanti dal governo cileno ha costruito la sua giustificazione ideologica sulla conveniente contrapposizione tra civilizzazione a barbarie. Dove, appunto, i mapuche erano i barbari da civilizzare: ubriaconi, scansafatiche, morti di fame, una razza inferiore. Un fenotipo che è servito al governo tanto per giustificare ogni brutalità quanto per sostenere la giustezza di fasulli progetti d’integrazione. Gli stessi espedienti usati tanto nel regime patriarcale del dittatore Pinochet quanto dall’attuale governo imprenditoriale di Sebastián Piñera. 

Tuttavia, come quelli che hanno vissuto la violenza psicotica del potere sanno, quello che non uccide rende forti. Così, nonostante le ripetute violenze, le repressioni brutali, il tentativo di sottomissione integrale è rimasto incompiuto.

Dagli anni ’90, del secolo scorso, in Cile come in altri posti dell’America Latina e del mondo, c’è stata una rinascita identitaria indigena. Le minoranze oppresse hanno iniziato a ripensarsi, scrostandosi di dosso molte delle rappresentazioni negative imposte dal potere coloniale, dalle più evidenti a quelle più subdole iscritte nella lingua, con l’uso di diminutivi. In questo contesto inizia a crescere un movimento di rivendicazione che la classe politica e la società cilena, come quella argentina, continua opportunisticamente a non riconoscere.

 

Riavere la terra è come strappare di bocca una bistecca ad un rottweiler 

La restituzione dei terreni si scontra, non tanto con il semplice diritto di proprietà che, come la storia insegna, al momento opportuno può essere cancellato, ma molto di più con interessi forti dei gruppi di potere: i coloni, i grossi proprietari terrieri, gli imprenditori dell’economia estrattivista. Interessi che il governo dell’imprenditore e presidente Piñera difende a spada tratta.   

Da qui la durata di un conflitto che non trova soluzione politica nonostante i tentativi di mediazione avviati dalle comunità locali, la solidarietà degli intellettuali e le pressioni degli organismi internazionali. Il governo di Piñera, in continuità con quelli precedenti, pensa di risolverlo con un po’ di assistenzialismo e soprattutto con l’uso della violenza istituzionale, le leggi antiterrorismo e tutto quello che questo comporta: gente uccisa, imprigionata, minacciata, torturata.

 Di fronte a questo potere ottuso si erge di contro una soggettività, quella dei mapuche, forgiata, in parte, dalla resistenza a quello stesso potere repressivo; irriducibile alla sottomissione e al servilismo. Tanto che, quando e come può, alza la voce per ricordare, a chi finge di averlo dimenticato, che esiste una cultura indigena, ettari ed ettari di terre usurpate da restituire e la necessità di un governo autonomo dei mapuche. Chi finge di non capire la rabbia e la violenza legittima dei mapuche può sempre tornare alla lettura di Fanon e cercare di farne buon uso.

 

Gennaio, 2013, Cordoba- Argentina, Elisabetta Della Corte


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