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Consumatori (in)governabili

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Consumatori (in)governabili

1. La critica della società dei consumi è sport antico e ricorrente. Peccato che troppo spesso si riduca a lamentazione nostalgica, o, ancora peggio, si traduca in copertura ideologica di qualche reazionario programma di austerità. L’austerity, com’è noto, e come gli anni ‘70 e il compromesso storico non cessano di ricordarci, è sempre il rito penitenziale che si impone a chi ha osato “volere tutto”. Allora si predicò l’astinenza quaresimale perché si ristabilisse l’ordine costituito, per costringere una generazione che aveva provato la carta dell’innovazione della società italiana a rifluire nella grigia griglia delle compatibilità che aveva sfidato ed ecceduto. E contro chi continuava a non allinearsi alla retorica della sobrietà forzata, non si mancò di agitare la repressione. Con questi precedenti, nessuno si meravigli se non mostriamo un particolare entusiasmo per l’anticonsumismo. D’altro canto, l’essere vaccinati contro la vacuità moralista, e la reazionarietà intrinseca, dei generici discorsi contro la civiltà dei consumi, non significa essere esonerati dall’analisi del ruolo del dispositivo-consumo nella nostra quotidianità. Ma, appunto, non di discorso edificatorio dovrà trattarsi: semmai, sarà utile affrontare i consumi nel segno della foucaultiana ontologia dell’attualità, di un’interrogazione critica sulle modalità di costruzione del presente, modalità di cui il consumo è uno – anche se non l’unico – dispositivo. Un buon punto di partenza consisterà allora nell’assumere, come sfondo dell’analisi, la chiave di interpretazione bioeconomica. Cosa significa consumare, oggi, quando la vita viene direttamente investita dai dispositivi di governo, di produzione e riproduzione, quando il processo di accumulazione capitalista mette direttamente a valore tutta la vita, quando i meccanismi di produzione postfordista superano la tradizionale differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro? Cosa resta, oggi, della tradizionale distinzione tra momenti dell’esistenza in cui produciamo valore e quelli in cui invece lo consumiamo? Se tutta la vita diviene superficie di governo dei dispositivi economici, se qualsiasi suo momento è inserito in qualche modo nella produzione di valore, anche i consumi non potranno sottrarsi a questo destino: il soggetto consumatore e quello produttore non saranno allora più distinguibili, o, almeno, non lo saranno più come due tempi di vita qualitativamente eterogenei. Ogni discorso credibile sui nostri consumi può partire allora da questo punto fermo: non esiste più un momento attivo, produttivo della nostra vita, e uno in cui invece viene consumato quello che è stato prima prodotto e poi distribuito. Perde perciò di senso e di presa sul reale un certo atteggiamento del marxismo più tradizionale, in cui l’attenzione al momento della produzione finiva sempre per essere assolutamente prioritaria rispetto a quella agli stili, alle modalità, ai tempi del consumo; ma, allo stesso tempo, risulta mistificante tutta quella vulgata sociologica che, in nome dell’attenzione al consumatore o all’ibrido prosumer, cerca di neutralizzare ideologicamente il problema della produzione. Dall’ipotesi bioeconomica discende invece che il consumo stesso è un dispositivo di soggettivazione: e, quindi, nell’epoca in cui la vita tutta è messa a valore, è esso stesso un atto produttivo. Certo, non più della tradizionale produzione di beni e merci si tratterà: ma di produzione nel senso biopolitico e bioeconomico più ampio, produzione appunto di soggettività (e, al tempo stesso, di assoggettamento).

2. Ma procediamo con più ordine. Seguendo la traccia foucaultiana, possiamo cercare di uscire dall’astrazione dei discorsi generalissimi sulla ‘società dei consumi’, per articolare un tentativo di comprensione del funzionamento del consumo come dispositivo di soggettivazione e di assoggettamento, e, nello specifico, del funzionamento di questo dispositivo oggi, nella fase in cui, almeno in Occidente, è egemonica la forma neoliberale di governo della politica e dell’economia. Nel periodo fiorente del Welfare State, ci trovavamo di fronte a forme piuttosto stabili di governo dell’inclusione sociale, così come stabili erano le identità ad esse correlate. L’identità del soggetto produttore ‘tipico’ nel Welfare è facilmente tracciabile: è un lavoratore con un impiego fisso, solitamente a tempo indeterminato, prevalentemente di sesso maschile e altrettanto solitamente inserito in un nucleo familiare tradizionale, anch’esso piuttosto persistente nel tempo. In sintesi: il Welfare tradizionale è costruito attorno alla figura del lavoratore salariato, maschio, capofamiglia. Sotto l’astratta pretesa di universalità dei diritti sociali, è questa la figura concreta attorno alla quale si organizza l’effettività delle garanzie. Lavoro femminile, lavoro a tempo determinato, nuclei familiari atipici sono anomalie, perturbazioni rare nell’organizzazione welfaristica. In questo universo ordinato, in cui Stato e diritto aspirano a una stabile regolazione sociale, cui corrisponde una pari stabilità delle identità sociali di riferimento, il consumo può giocare la sua parte di dispositivo d’equilibrio. Nel compromesso sociale che il Welfare garantiva, da una parte gli aumenti di produttività potevano tradursi in aumenti salariali, e dunque in sostegno ai consumi; dall’altra parte, si evitava, attraverso adeguati incentivi al risparmio, che il necessario mantenimento di un buon livello di consumi deragliasse e generasse spinte inflattive. Il risparmio assicurava il mantenimento dell’accumulazione all’interno del ciclo economico, e nel frattempo fungeva da dispositivo di stabilizzazione. In questo quadro, è evidente come l’incidenza dei consumi sulla costruzione delle identità gioca, in termini foucaultiani, il ruolo di un dispositivo spiccatamente disciplinare. Le identità che si costituiscono all’interno di questo necessario mantenimento di una giusta misura tra consumo e risparmio sono, infatti, identità fortemente disciplinate, generate in un quadro in cui i tempi della produzione e quelli del consumo possono essere distinti con chiarezza, e le necessità del sistema produttivo riescono a imporre con una certa sicurezza quando e cosa consumare. Come ha scritto con grande efficacia Aldo Bonomi, «nella fase fordista, e tipicamente nel contesto nostrano, il risparmio diventa un comportamento sociale (quasi un imperativo morale nell’Italia del dopoguerra) fortemente approvato dal codice del sistema disciplinatorio che incentiva le persone a ‘dilazionare nel futuro’ la soddisfazione del desiderio di consumo, cercando contestualmente di condizionare la scelta della tipologia di consumi, preferibilmente durevoli, di cui la casa e l’automobile diventano simboli tipici. Non a caso lo Stato sostiene direttamente o indirettamente proprio questi due settori produttivi»1. La produzione fordista disciplina i suoi corpi entro i luoghi ben perimetrati delle sue istituzioni (la fabbrica, la scuola, la famiglia etc.) e all’interno di tempi di vita ben scanditi. I consumi – i seri, stabili, duraturi e standardizzati beni di consumo dettati dalla produzione di massa – hanno la stessa solidità (per richiamare la ben nota opposizione di Bauman tra società solide e società liquide2) della catena produttiva che li genera, e delle identità dei soggetti che in quelle istituzioni si formano.

3. Questo spazio disciplinare del Welfare classico viene travolto dalla crisi degli anni ’70, e, soprattutto, dai modi radicalmente innovatori in cui il sistema capitalistico riesce a rispondere a quella crisi. Il compromesso welfaristico tra aumento della produttività e aumento dei salari è rotto dall’innovazione tecnologica, che permette di sostenere la produttività attraverso l’automazione della produzione e la conseguente profonda ristrutturazione industriale, nonché dalla possibilità di delocalizzare la produzione, insediandola in zone dal costo del lavoro più basso. La produzione standard di beni di massa perde la sua centralità, sostituita da una crescente esigenza di flessibilità del ciclo produttivo e di individualizzazione dei beni prodotti. Nello stesso tempo, la produzione di ricchezza è sempre più affidata alla valorizzazione delle capacità innovative e dell’intelligenza: questa grande ristrutturazione apre la fase del capitalismo cognitivo, nella quale la figura del lavoratore manuale perde centralità a vantaggio di chi lavora in primo luogo attraverso l’elaborazione di idee e l’abilità nel mettere a frutto le proprie potenzialità creative e relazionali. Secondo la traccia foucaultiana che stavamo seguendo, siamo in presenza di un progressivo sciogliersi dei dispositivi disciplinari che caratterizzavano il Welfare, e dell’emergere in primo piano della governamentalità neoliberale3. Allo spazio dell’integrazione attraverso il lavoro salariato e i diritti sociali, succede ora un reticolato complesso e flessibile di dispositivi di governo: o, in altri termini, al posto dell’homo juridicus, caratterizzato da un solido patrimonio di diritti civili e sociali, unificati nello status di cittadinanza e garantiti dall’ordinamento statuale, subentra progressivamente l’homo oeconomicus, flusso di interessi di volta in volta moltiplicati, gestiti e controllati attraverso una vasta gamma di dispositivi differenti4. Alle identità solide dei cittadini del Welfare, si sostituiscono così le soggettività cangianti e mobili del neoliberalismo. Dal canto suo, lo Stato non si dissolve, come pretenderebbero le opposte retoriche degli apologeti del liberismo e dei nostalgici dello statalismo, ma subisce un profondo processo di governamentalizzazione, trasformandosi da istituzione-garanzia dell’unità politico-giuridica in un complesso sistema di meccanismi di governance, in una rete di poteri di controllo e di gestione della popolazione. In questo quadro, molti hanno voluto scorgere, come dicevamo in apertura, una inversione radicale dei rapporti tra produzione e consumo: il passaggio al neoliberalismo segnerebbe la sostituzione della centralità del soggetto produttore con quella del soggetto consumatore. Il consumatore diventerebbe non solo l’obiettivo finale, ma il motore dell’intero ciclo produttivo. Ancora più radicalmente, alcune letture postmoderniste sottolineano la forza che gli elementi simbolici dei consumi acquistano in questa fase. Queste interpretazioni si spingono sino a rappresentare la società del consumo dispiegato come una sorta di fagocitazione di ogni elemento di materialità in un universo segnico sostanzialmente autoreferenziale: in un mondo dove gli oggetti cominciano a vivere oramai di vita propria, dove siamo noi «che viviamo al loro ritmo, secondo la loro incessante successione»5, la centralità del consumo ‘consuma’ innanzitutto ogni possibile frontiera tra il reale e l’immaginario, e, ancora più in fondo, consuma l’esistenza stessa dei soggetti. È la vittoria definitiva del simulacro, come avviene nella lettura di Baudrillard, che non a caso spinge la centralità del consumo sino a dichiarare il completo superamento, in fortissima contrapposizione rispetto alle analisi marxiste, di qualsiasi rilevanza dell’elemento della produzione. Di qui, l’assoluta illusorietà di qualsiasi strategia di dis-assoggettamento rispetto ai dispositivi della società dei consumi: ad essa non ci si può sottrarre, perché, radicalmente, ogni idea di soggettività è diventata irrimediabilmente arcaica nello spazio tutto oggettuale dell’iperrealtà.

Del resto, anche letture che, a differenza di quelle à la Baudrillard, non sono affatto disposte ad oublier Foucault, finiscono però per concordare su una pervasività totale del dispositivo consumo, su una sua presa ferrea sulle soggettività e sulla sua capacità di forgiare i soggetti. Mi sembra, per esempio, che la lettura del dispositivo foucualtiano offerta da Giorgio Agamben, per quanto proficua e affascinante, finisca comunque per restituire l’immagine di una presa totale dei dispositivi sulla vita, rispetto alla quale non vi sarebbe più altra mossa possibile che un gesto di radicale profanazione del dispositivo stesso. Difficile immaginare, però, come una stretta così forte sui soggetti quale è quella dei dispositivi come descritti da Agamben, possa aprire quel minimo di spazio di gioco necessario ad una reale attività di profanazione. Se il dispositivo, e direi, per quanto l’analisi di Agamben si concentri sui dispostivi tecnologici, anche il dispositivo-consumo in generale, è tutto letto in chiave di affermazione di un biopotere che produce de-soggettivazione piuttosto che soggettivazione, la resistenza al dispositivo stesso non potrà che essere immaginata come una sorta di resistenza ‘ultima’. La conseguenza di leggere il dispositivo nel segno teologico del “sacro”, di ciò che separa ed esclude, e, più precisamente, di ciò che oggi separerebbe il soggetto dalla sua stessa capacità di fare esperienza, è di spostare la pur sempre possibile resistenza sull’estremo margine esterno di una trasformazione antropologica interpretata come quasi definitiva deprivazione. Se il dispositivo è letto come ciò che opera una sacralizzazione, come ciò che separa la vita da se stessa, la risposta non potrà essere, appunto, che un estremo tentativo di profanazione6. Ma in questo modo si opera un notevole scarto rispetto alle dimensioni che più nettamente emergono dal discorso foucaultiano sui dispositivi governamentali: la loro portata di regolazione per nulla trascendente rispetto alla vita che sono chiamati a governare, e la loro valenza produttiva di soggettività, piuttosto che radicalmente de-soggettivante.

4. In realtà, se si vuole analizzare il nuovo rapporto postfordista tra produzione e consumo con armi foucaultiane, sarebbe il caso di guardare criticamente sia alle letture in chiave di consumazione totale della soggettività, sia alla iperaccentuazione della “presa” de-soggettivante del dispositivo sul soggetto stesso. Quello che emerge dalla lettura foucaultiana del neoliberalismo è, ripetiamolo, la centralità assunta dal codice del governo sia rispetto al codice giuridico della legge e dei diritti, sia rispetto ai dispositivi disciplinari che ancora innervano, come abbiamo visto, il Welfare tradizionale. La governamentalità neoliberale non produce soggetti radicalmente assoggettati: piuttosto, gestisce e controlla la loro vita. Né può annullarne la libertà, ché anzi continuamente deve provvederne alla produzione di una certa quantità, e alla contemporanea creazione di dispositivi di sicurezza che assicurino che la libertà prodotta non ecceda le possibilità di governo. Da questa traccia, l’analisi della nuova centralità del consumo non può che prendere una strada assolutamente diversa da quella indicata da chi ne sottolinea solo la presa assoggettante, o addirittura ne fa l’architrave di un discorso sulla scomparsa definitiva della soggettività stessa. In primo luogo, non ha senso leggere la centralità del consumo in termini totalmente antiproduttivistici (e, lato sensu, antimarxisti): leggendo il neoliberalismo come un sistema di continua produzione e consumazione di libertà, Foucault, in fondo, finisce per sottolineare la connessione indistricabile di produzione e consumo, piuttosto che la loro astratta separabilità o la loro opponibilità dicotomica. Quello che accade nel neoliberalismo è tutt’altro che il divenire irrilevante del momento produttivo: è, invece, come dicevamo all’inizio, il suo distendersi reticolare, sino a comprendere in sé anche quei momenti che, ancora nel Welfare tradizionale, potevano essere considerati come momenti di consumo astrattamente separati dal momento ‘realmente’ produttivo. La centralità del consumatore, lungi dal relativizzare il momento produttivo, va letta al contrario come un aspetto del processo per cui la produzione finisce per riguardare l’intera vita, e non solo alcuni suoi momenti particolari. Se è vero che il modello fordista di produzione partiva dalla produzione per arrivare al consumo, mentre il secondo pare ribaltare la marcia mettendo al centro il cliente, è anche vero che ciò «comporta però anche una crescente interazione con quest’ultimo e una progressiva appropriazione del suo tempo personale da parte del sistema industriale, che induce il consumatore a effettuare una parte del lavoro che in precedenza veniva svolto dall’impresa per lui»7. Il sistema Ikea, per cui il consumatore è invogliato a fare da solo diverse cose, dal trasporto al montaggio, di cui si occupava in precedenza il sistema industriale, è un esempio significativo di come le strategie friendly rispetto al consumo comportino una reale indistinguibilità tra consumare e produrre. Più in generale, tutti gli appelli a che i consumatori interagiscano con l’impresa per migliorare e innovare i prodotti, sono un canale attraverso il quale si integrano i consumatori nel processo produttivo stesso. Il che è cosa ben diversa dall’immagine di un mondo di consumatori che viaggiano tra segni oggettivati, oramai indipendenti dal sistema produttivo.

5. Ancora più importante, però, è il fatto che i dispositivi di governo del neoliberalismo, e quindi lo stesso consumo, costituiscano per Foucault una modalità continua di governo e di produzione della soggettività stessa, secondo un continuo alternarsi di individualizzazione e di totalizzazione: un equilibrio assolutamente distante sia dalla retorica rappresentazione del liberalismo come il regno delle libertà astrattamente garantite, sia dall’altrettanto retorica immagine della società dei consumi come un Sistema unificato, in cui la libertà dei soggetti venga completamente ‘consumata’. La creazione del soggetto consumatore è, per molti aspetti, una continua pratica di ‘costruzione’ di un soggetto libero ed eticamente responsabile: «i consumatori – sottolinea un autore di riferimento dei Governmentality Studies come Nikolas Rose – possono e devono cercare di gestire consapevolmente se stessi e le loro condotte in modo etico, in accordo con i principi che hanno scelto per se stessi»8. Questo non significa certo che si spalanchi davanti a noi il regno della libertà: i consumi sono comunque parte di una razionalità governamentale, e la libertà del soggetto produttore/consumatore è comunque la libertà di un soggetto-azienda, sempre in bilico tra capacità di governo di sé e necessità dell’essere-governato. Ma è proprio in questo gioco inevitabile tra “governo di sé” e “governo degli altri” che si fa strada, anche nelle pratiche di consumo, uno spazio possibile di libertà. Si dirà che questo spazio di libertà, che si apre dentro la governamentalità neoliberale, non è in fondo altro che lo spazio che permette al governo di funzionare. La libertà di essere soggetti-azienda, capaci di gestire la propria parzialissima libertà per autoformarsi, per quanto è possibile, come consumatori consapevoli, non è di certo un approdo in grado di suscitare particolari entusiasmi, tutto interno com’è alla ratio del governo. Eppure, è proprio da questo spazio ineliminabile che il gioco della governamentalità lascia aperto, sia pure per ‘consumarlo’ continuamente, che Foucault muove per la ricerca che anima i suoi ultimi corsi dedicati a Il governo di sé e degli altri9. Com’è noto, l’attenzione di questi corsi è incentrata sulle vicende della parresia, della pratica del dire-il-vero, del parlar franco, del parlare apertamente. Una pratica che Foucault mostra all’opera nella democrazia greca: qui la semplice uguaglianza giuridica, l’isegoria, istitutiva della buona costituzione (la politeia), è continuamente animata e inquietata da un elemento non formale, da un elemento dinamico (la dynasteia), la capacità di persuadere con la forza del proprio parlare apertamente. Il parresiasta anima questo spazio aperto, nel quale si espone al rischio che il dire-il-vero sul potere sempre comporta. Questa democrazia non è uno spazio giuridico pacificato, ma uno spazio agonistico, lo spazio della lotta per il governo degli altri, cui accede solo chi sa accettare di esporsi a un pericolo: «questa superiorità connessa alla parresia si condivide con altri, ma nella forma della concorrenza, della rivalità, del conflitto, della gara. È una struttura agonistica. Credo che la parresia sia legata, molto più che a uno statuto – anche se lo presuppone – a una dinamica, a una lotta, a un conflitto. Struttura dinamica e struttura agonistica della parresia, dunque»10. Non possiamo qui andare oltre questi pochi rapidi accenni: ma è da sottolineare come, malgrado le apparenze, qui Foucault non stia per nulla cambiando discorso rispetto all’analisi della governamentalità che aveva condotto nei corsi precedenti. Piuttosto, l’allungare sino ai Greci l’arco del suo sguardo genealogico, serve, come vuole ogni genealogia, alla critica del presente, e a quell’obiettivo generale della critica che resta sempre l’«essere governati il meno possibile, o il non esserlo affatto». Il governo si nutre della gestione della libertà, è continuo “consumo” di questa libertà: ma all’interno di quello spazio di gioco, che il governo non può annullare, resta sempre la possibilità di una ‘veridizione’ non riassorbibile nei giochi del potere/sapere, non riducibile al gioco della ragione governamentale. E quel dire-il-vero è una soggettivazione che affronta l’esporsi al rischio, al di là dei dispositivi di immunizzazione e di protezione di sé. Per tornare al nostro discorso, è una soggettivazione che, sottraendosi dall’essere mero prodotto della ragione governamentale, può attraversare strategicamente lo spazio aperto dalla nuova relazione produzione/consumo, giungendo a ‘consumare’ e ad allentare gli stessi dispositivi di governo. Anche all’interno della governamentalità neoliberale, anche per i soggetti consumatori/produttori non è mai esclusa la possibilità di riaprire il gioco della libertà in direzione dell’autonomia del parresiasta, piuttosto che in quella del soggetto-azienda prudentemente ben governato. Ed è una possibilità ineludibile, che si apre sì all’interno dei dispositivi di governo, ma potrebbe permettere di eccederli. Più che meditare dal margine estremo sulla scomparsa del soggetto, la possibile “profanazione” dei dispositivi del consumo va cercata allora nel cuore stesso dei dispositivi: non ne costituisce l’assolutamente Altro, ma piuttosto il risvolto immanente, in un’apertura dall’esito sempre incerto, e sempre appesa al coraggio della verità. Come scriveva Gilles Deleuze: «ogni dispositivo si definisce quindi per il suo contenuto di novità e creatività che indica contemporaneamente la sua capacità di trasformarsi o già di incrinarsi a favore di un dispositivo futuro, a meno che non ci sia una ricaduta di forze sulle linee più dure, più rigide, più solide. Sfuggendo alle dimensioni del sapere e del potere, le linee di soggettivazione sembrano particolarmente adatte a tracciare percorsi di creazione che per lo più abortiscono, ma che anche ritornano, modificati, fino alla rottura del vecchio dispositivo»11.

 


1 A. Bonomi, Biopolitiche e antropologie della crisi (http://tysm.org/?cat=805).

2 Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002.

3 Il riferimento è soprattutto ai due corsi Sicurezza, territorio e popolazione (1977-1978), Feltrinelli, Milano 2005 e Nascita della biopolitica, Feltrinelli, Milano 2005.

4 Cfr. M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit., pp. 217-236.

5 J. Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna 1970, p. 15.

6 Cfr. Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma 2006.

7 V. Codeluppi, Il biocapitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 30.

8 N. Rose, Powers of Freedom. Reframing political thought, Cambridge University Press, Cambridge 1999.

9 Sono i corsi del 1982-1983 Il governo di sé e degli altri, Feltrinelli, Milano 2009 e del 1983-1984 Le courage de la vérité. Le gouvernement de soi et des autres II, Gallimard-Seuil, Paris 2009 (trad. it. non ancora disponibile)

10 M. Foucault, Il governo di sé e degli altri, cit., p. 154. Cfr. sulla struttura agonistica qui delineata, le importanti osservazioni di R. Ciccarelli, Immanenza. Filosofia, diritto e politica della vita dal XIX al XX secolo, Il Mulino, Bologna, pp. 671-673, che sottolinea come il conflitto qui non si svolga più all’interno della ragione governamentale, ma nel presente della vita dei soggetti.

11 Gilles Deleuze, Che cos’è un dispositivo?, Cronopio, Napoli 2007, p. 26.


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