Cosenza, il lavoro che non c’è e le richieste per il reddito tra lacrime e rabbia

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Anche a Cosenza da ieri si può presentare domanda per accedere al famoso reddito di cittadinanza. Andando in giro nei Centri di assistenza fiscale (Caf) s’incontrano donne, uomini, giovani e non più giovani, che sono in fila per presentare la domanda. Ieri non c’è stato il boom atteso e anche stamane alle 9.30 in uno dei Caf, quello di via Alimena, vi erano un centinaio di persone -mentre alle poste centrali non c’era quasi nessuno, almeno in prima mattinata.

A differenza delle rappresentazioni più pidocchiose e grette sul Mezzogiorno d’Italia- quelle che dipingono il Sud come popolato da nullafacenti esperti nell’arte di sopravvivere mangiando pizza e raccontando barzellette- girando tra i Caf, le donne e gli uomini che s’incontrano sono tutt’altro che nullafacenti, anzi, a dire il vero, si tratta di persone molto impegnate in varie attività – cura della famiglia, lavori in nero, e tanto altro.

Ad esempio M. una donna di circa trent’anni ha lavorato in uno studio dentistico, prima con un contratto capestro che veniva rinnovato ogni sei mesi-  per tre ore di lavoro che di fatto diventavano regolarmente 8 e a volte anche 10- e questo per meno di 800 euro al mese. Dopo tre anni la malcapitata ha cercato di trattare con il datore di lavoro, un dentista, per migliorare le condizioni di lavoro, ma non c’è stato verso. Anche quando ha avuto, finalmente, un contratto a tempo indeterminato al danno si è aggiunta la beffa, poiché le condizioni erano le stesse, le ore di lavoro erano molte di più di quelle previste da contratto, e quando la malcapitata ha comunicato che era incinta si è praticamente ritrovata alla porta. Il dentista, infatti, ha chiuso lo studio- simulando un mezzo fallimento, e poi ha riaperto girando l’attività al figlio, riuscendo così a risparmiare anche sulla ‘’ liquidazione’’, sul TFR.   Questo non è un caso isolato, un altro signore di 60 anni aveva lavorato per anni nel settore dei trasporti come camionista; per anni ha percorso l’Italia dal Nord al Sud, poi l’impresa ha chiuso e lui si è ritrovato a fare piccoli mestieri sempre in nero o sottopagati. Suo figlio è emigrato in Germania, poi in Francia ed, infine, in Inghilterra, dove- dice- si trova per il momento bene. A questo signore di 60anni giravano le lacrime negli occhi all’idea di dover chiedere soldi al figlio emigrato e sperava seriamente che qualcuno lo aiutasse a ritrovare un lavoro, anche se per problemi alla schiena quasi non riusciva più a camminare. Vi era poi una madre di mezza età, venuta a presentare la domanda per sua figlia quasi trentenne, a cui sarebbe piaciuto insegnare arte e invece si ritrovava a lavorare come commessa nei negozi in città, per poche centinaia di euro al mese.

Elisabetta Della Corte  

Chi ha figli, con un misto di melanconia e rabbia, spera che non restino al Sud, che vadano a cercare – come un tempo avevano già fatto nonni, zii, genitori, la fortuna altrove: ‘’se ne devono andare, qui non c’è niente da fare’’.  Si tratta, tuttavia, di un’affermazione parzialmente falsa, l’illusione di chi pensa che altrove le leggi del sistema capitalistico possano funzionare diversamente.

Un’altra signora di quasi 50anni, maestra di yoga, vorrebbe riprendere a lavorare a tempo pieno, dopo anni passati a crescere i figli: ‘’è un modo per rimettersi in gioco e vedere se questa volta gira meglio’’- dice.

Vi è poi la questione dei migranti che possono fare domanda ed in alcuni casi ricompare la frasetta tanto ottusamente ripetuta ‘’prima gli italiani’’, anche se qui  la si pronuncia vergognandosi un po’ e aggiungendo subito dopo,  ‘’certo non siamo razzisti, per carità, anche loro sono nei guai come noi’’.

Anche ieri in un altro Caf c’era chi dichiarava che stavolta il lavoro glielo avrebbero trovato e che in ogni caso si doveva tentare; altri, invece, scettici temono che non ci sarà molto da fare, ma in ogni modo si spera che quei soldi arrivino presto; ed in alcuni casi elogiano apertamente il partito di Di Maio e si dicono disposti a rivotarlo.

 

Chi lavora nei Caf e si occupa delle pratiche ci racconta, invece, che la disorganizzazione, i ritardi, l’improvvisazione non facilitano il loro lavoro; si teme, inoltre, che i soldi non ci siano o che non bastino per dare seguito all’iniziativa. 

Intanto sul territorio stanno già partendo i corsi di formazione per i famosi navigator che dovranno imparare a navigare nel nulla, nel lavoro che non c’è.

Quello che impressiona di più, infatti, è la volontà, tutta politica, di far sopravvivere la vecchia ideologia lavorista-tanto cara al padronato- anche quando le innovazioni tecnologiche ci permettono di sostituire gli uomini con i robot in diversi settori; e si potrebbe, quindi, pensare ad una diversa configurazione del mondo del lavoro, meno feroce e alienante di quella attuale.

Infine, riportiamo una riflessione amara emersa nel corso di una discussione davanti al Caf, in breve si diceva che con tutti i miliardi di fondi spesi in Calabria per finte imprese e piani di sviluppo sballati, da decenni si sarebbe potuto pensare al reddito di cittadinanza come nei paesi nordici. Invece no, non è andata così, perché con il fantasma della disoccupazione, in assenza di mezzi di sostentamento, la gente si sfrutta meglio e questo i padroni lo sanno bene. Quello che forse è meno evidente al potere è che quella rabbia sottile mista a melanconia può diventare altro. 

Per il momento ci fermiamo qui, nei prossimi giorni cercheremo di tornare nei Caf di Cosenza e Rende per raccontare. 


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