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Lucania: coscienza del luogo, fabbriche e trivelle

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Migliaia di vite di giovani basilischi sono state negli anni consegnate al regime di fabbrica. Molti dopo i primi anni di lavoro non hanno retto ai turni massacranti, al pendolarismo, al dispotismo dei capi; e sono andati via dimettendosi. Negli anni, per migliaia di operai, il regime di fabbrica ha prodotto sofferenze alla schiena, ai tendini delle mani, stanchezza cronica. I segni di questa lenta degradazione delle condizioni di salute e di vita sono impressi sul corpo e sui volti di quanti entrano ed escono, da decine de anni, dai cancelli della grande fabbrica FCA- exFiat- a Melfi.

All’ombra della crisi, con l’erosione progressiva dei diritti conquistati nel secolo scorso, il padronato, con la complicità del sindacato, sta cercando di assoggettare psichicamente gli operai costringendoli, giorno dopo giorno, ad accettare condizioni di lavoro inaccettabili.

FCA (ex Fiat) e anche la Volkswagen, nonostante lo scandalo delle emissioni truccate, ha venduto più auto rispetto al 2015. Non si tratta, tuttavia, di una ripresa significativa se comparata al forte riduzione delle vendite degli ultimi anni. Le condizioni di lavoro sono, invece, significativamente peggiorate. Il nuova metrica del lavoro, Ergo Uas, ha amplificato alienazione e sfruttamento. Lo scontento degli operai non trova sponda in quel che resta di un sindacato sempre più remissivo e conciliativo rispetto ai diktat di Marchionne. Tra gli operai, la frammentazione, la sfiducia reciproca mina alla base le possibilità di unirsi per lottare contro il sistema fabbrica e le sue brutture; e la stessa divisione, tra operai interinali e non, è usata dal management per meglio comandare, appunto.

Quest’aspirazione manageriale, tuttavia, sembra essere destinata al fallimento proprio per l’insostenibilità delle condizioni di lavoro, l’aumento dello sfruttamento intensivo ed estensivo a ciclo continuo, il sabato comandato, l’arroganza dei capi - gli stessi motivi che alimentarono e sostennero quello sciopero che bloccò per 21 giorni la fabbrica e il suo indotto nel 2004.

 

Intanto, sempre in Basilicata, è come cresciuta la ‘coscienza del luogo’, la consapevolezza del grande saccheggio delle risorse naturali, dei beni comuni e delle stesse vite umane. C’è da notare che, solo fino a qualche anno fa, l’ordine del discorso sullo ‘’sviluppo senza limiti’’ della Basilicata trovava, anche a sinistra, un coro di sostenitori che sognavano fabbriche e trivelle. Come è spesso accaduto nel Mezzogiorno d’Italia la svendita dei territori e delle ‘’anime morte’’  degli  abitanti era la controparte dovuta in cambio del lavoro, di un lavoro anche quando comportava danni fisici. Così è stato per decine di luoghi i cui nomi rievocano grossi danni ambientali e morti, come ad esempio: Taranto con l’Ilva; Crotone per i rifiuti chimici; la val d’Agri per le trivellazioni in Basilicata e via così. Ora, lentamente, qualcosa sta cambiando: le false rappresentazioni sullo sviluppo industriale e sull’appropriazione delle risorse naturali vengono minate dalla consapevolezza degli abitanti che si mobilitano per difendere i propri luoghi come a Scanzano prima e nella Val d’Agri oggi. 

Il referendum del 17 Aprile è solo una tappa importante, di questo cammino per riprendersi i beni comuni. Molto si giocherà, dopo il 17, sulla capacità di resistenza e di organizzazione degli abitanti, di questi e di altri luoghi, contro lo sfruttamento dissennato di risorse naturali e la mutilazione dei corpi, in un continuum che dai territori  va alla fabbrica e viceversa. Ripensare il Mezzogiorno, ridare centralità all’agricoltura, alle bellezze dei luoghi -come a Matera-, e alla buona vita del Sud sono parte di questo percorso che implica, inevitabilmente, forme di democrazia diretta e di autogoverno. Per il Mezzogiorno che vive da tempo in condizioni di ‘sequestro’, di colonizzazione forzata, è tempo di liberarsi, di ribaltare i rapporti di forza, di riprendersi la vita nella consapevolezza di meritare di più. 


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