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Syriza e i syrizisti d'Italia

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I). Syriza e i syrizisti  d'Italia: dalla coalizione sociale alla coazione a ripetere.

Ora che la traiettoria di Syriza ha attinto, con ogni evidenza, il suo punto di caduta, vale la pena  riguardare il percorso nella sua totalità  -- per tentare d'afferrarne il significato specifico nel gioco delle analogie e delle differenze che intercorrono tra l'esperienza greca e quelle, ad essa simili, che hanno avuto corso o sono ancora in essere in tutta Europa.

Dal punto di vista storico-politico Syriza non presenta alcuna novità che sia di qualche rilievo; essa è interamente novecentesca nel senso che rientra dalla testa ai piedi in quella prassi politica che possiamo chiamare per comodità "sinistra di lotta e di governo" o ancor meglio "sinistra vincente".
Si tratta, per dirla sommariamente, di un percorso, ripetuto più volte e in più luoghi nell'Europa del secolo appena trascorso; percorso che, partendo da un disagio sociale sul punto di precipitare  in antagonismo ostile verso il modo di produzione capitalistico, interpreta questo stesso disagio in termini di rinnovamento della rappresentanza ed emersione di un nuovo ceto di governo.

Qualora poi questo risultato venga conseguito  e il potere sia stato preso tramite il dispositivo della rappresentanza ecco, per dir così, che il sistema si vendica impadronendosi dell'anima di coloro che pure gli erano stati nemici. Il nuovo ceto emergente si affretta infatti a mostrare il suo senso di responsabilità verso il cosiddetto "interesse generale", cioè il modo di produzione capitalistico; e finisce con l'espungere nell'agire ogni sia pure debole traccia di antagonismo sociale. In breve, si limita a caratterizzarsi rispetto al vecchio ceto politico amplificando oltre misura differenze affatto marginali; e questo non tanto perché la carne sia debole mentre la corruzione forte quanto piuttosto per quelle proprietà sistemiche tipiche del "governo di rappresentanza", proprietà sulle quali torneremo nel seguito di questo articolo.

Questo trapasso da un programma massimo - il governo della grande trasformazione, governare in risonanza con l'antagonismo sociale -- ad uno minimo -- il buon governo, il governo degli onesti e capaci, governare rispettando le compatibilità del modo di produzione capitalistico limitandosi a temperane gli aspetti più disumani-- questo passaggio appunto è stato attraversato e riattraversato più volte nella storia d'Europa. Basterà qui ricordare la parabola dei Verdi tedeschi e ancor prima in Francia le vicissitudini della "rivoluzione tranquilla" di F.Mitterand. Senza scordare, va da sé, il primato che l'Italia detiene in queste faccende trasformistiche, grazie alla traiettoria descritta proprio dal PCI, dalla democrazia consiliare al compromesso storico e ancora più giù.

In verità, a pensarci bene, c'è però qualcosa che appartiene definitivamente a Syriza, qualcosa di nuovo: la celerità con la quale è riuscita a  saltare da una parte all'altra del conflitto sociale in Grecia. Per dare una idea adeguata di questa novità  conviene ricorrere ai numeri: laddove il PCI ha impiegato oltre settanta anni per rinnegarsi, Syriza c'è riuscita in soli sette mesi.

II). Il mal partito.

In questo scenario, i syrizisti italiani appaiono a mal partito, quando non semplicemente patetici. Si scinderanno anche loro come già è avvenuto per la casa madre? Oppure sta per nascere una sola  Syriza italiota pronta a presentare una lista unica della "sinistra perdente" alle prossime immancabili elezioni? O ancora si affanneranno a proporre una raffica di plebisciti alla maniera del candido Civati?

Noi non sappiamo cosa abbia in serbo per loro il domani, ma di una cosa siamo certi: la irresistibile futilità del loro agire. E questo sia detto  senza alcuna ingiuria nei confronti delle centinaia e centinaia  di militanti di sinistra che, in tutta onestà e con autentica passione civile, tentano e ritentano di salvare in qualche modo ciò in cui una volta hanno creduto.

Quel che la parabola di Syriza ci dice, o meglio ci ripete, è che il governo mediante la rappresentanza risulta impraticabile per i movimenti sociali, le comunità, le moltitudini che rifiutano il modo di produzione capitalistico -- essi infatti anticipano, hanno già compiuto quel piccolo esodo verso un mondo di relazioni non mercantili.

E questo con ragione perché la rappresentanza, invenzione occidentale quanti altri mai, ha finito con l'aderire, quasi pelle a carne, alla crescita della produzione mercantile; infatti, a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso -- ma con una accelerazione furiosa dopo la caduta del socialismo di stato e l'unificazione del mercato mondiale -- il desiderio d'arricchirsi è divenuta una aspettativa di massa. La qualità della rappresentanza viene misurata da un numero, il PIL; con la conseguenza che nel senso comune hanno fatto nido una grande varietà di bisogni indotti, di passioni inautentiche; fino al paradosso, fino al punto da rendere del tutto tradizionale il culto superstizioso del " nuovo", del futuro.

Le comunità, i movimenti, le moltitudini che tentano di vivere al di fuori del modo di produzione capitalistico non sentono  alcuna attrazione per la rappresentanza, i partiti, le elezioni, i plebisciti. La questione che affrontano e sulla quale si misurano non è la bipartizione ossessiva tra destra e sinistra ma la ripresa degli istituti o meglio delle agenzie  della democrazia diretta-- quella reale in presenza dei corpi non quella virtuale della comunicazione elettronica.
Nelle condizioni morali e civili del nostro paese questo vuol dire moltiplicare le comunità autonome; in primo luogo i comitati di quartiere per rifondare la città rendendola libera e sovrana.

Lo scenario che così si delinea  non è più l'Europa federale degli Stati nazionale, ma l'Europa confederale delle città.

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