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Il business delle armi chimiche a Gioia Tauro: spezzare il ramo e trovare il verme -Elisabetta Della Corte-

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Le navi sono partire, e i portuali hanno ripreso a movimentare velocemente container, tra questi ci saranno anche quelli pieni di sostanze tossiche, ma passeranno senza clamori, e senza che il circo mediatico internazionale vi presti la dovuta attenzione, pur trattandosi di un problema che riguarda tutti i porti o quasi. Ci sono industrie che producono armi, il business tira, non è in crisi, si alimenta con le crisi. Le aree del sud del mondo, segnate da conflitti e guerre, sono i mercati in espansione di questo grande affare imperialistico che vede coinvolte le élite al potere, i grandi gruppi che controllano l’economia.

L’operazione Gioia Tauro, è solo uno dei tasselli di  una fitta rete di dominazione e sfruttamento globale che comporta danni umani e ambientali. A tesserne le fila i grandi blocchi egemonici – America- Russia- Europa- Cina e così via.

 La cosa triste dell’operazione Gioia Tauro è che, ancora una volta, l’immagine della piana, ma più in generale del Sud, è quella dei subalterni che silenziosamente hanno obbedito al padrone, quasi senza battere ciglio.

La domanda che alla vigilia degli arrivi qualcuno si faceva- mentre in rete giravano petizioni, articoli di giornale in varie lingue, video- perché e come quei piccoli cenni di dissenso che stavano emergendo grazie alle mobilitazioni degli abitanti, più che dei politici, sono stati messi a tacere? In che modo si è spenta quella piccola spinta alla partecipazione per la salvaguardia dei luoghi in cui si vive? Come il potere ha calmato la protesta che l’operazione Gioia Tauro avrebbe potuto innescare se gli abitanti della piana, i movimenti ambientalisti calabresi, i giovani, le donne e gli uomini del sud, si fossero mossi insieme per contrastare questa violazione della sicurezza dei luoghi? 

Con Gramsci si potrebbe dire: ha vinto, sulle “voci dal basso”, il discorso egemonico dei poteri forti che ha preso fiato con le dichiarazioni ipocrite quando non menzognere, rilasciate dal nuovo ministro degli esteri fino ai sindaci. 

Certo non tutto è perduto, visto quanto sta succedendo sul fronte mediorientale, di armi da smaltire, purtroppo, ce ne saranno ancora; quindi tocca organizzarsi e prepararsi a reagire. Si tratta di decidere quale tipo di ‘sviluppo’ è auspicabile per la piana, rompendo la falsa credenza che una nefasta e improbabile zona economica speciale (ZES) - una scelta che vincola l’economia della piana ai capricci di avidi investitori, come la MCT dimostra- possa essere la soluzione giusta; e, ancora di più, che questa possa convivere- in un territorio già segnato dalla presenza di un inceneritore- armonicamente con un altro ‘sviluppo’: quello agricolo, su cui pure si stanno investendo milioni di euro di fondi comunitari e nazionali.

 Queste ‘quistioni’ al Sud non possono più rimanere nelle mani e nelle teste vuote dei professionisti della politica.  Le voci dal basso devono farsi sentire, non delegare e soprattutto re-agire con intelligenza. Servono assemblee e incontri, voglia di ascoltare e ragionare. Nei giorni passati, quelli dello sbarco-imbarco, ci sono state alcune manifestazioni di protesta, per lo più animate da donne, che con piccoli segni - una sedia vuota in piazza ad esempio- hanno cercato di rompere simbolicamente il discorso imposto dall’alto. Se queste energie non verranno disperse o risucchiate nei giochi si potere, non ci sarà bisogno di aspettare la prossima nave per sentir risuonare la cultura millenaria della piana, segnata storicamente dall’impronta della Magna Grecia, dalla civiltà bizantina, fino alle lotte bracciantili per l’uso delle terre incolte. 

 (10 luglio 2014) 


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