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Caso Pomigliano: Opportunisti nel paese delle meraviglie: passato e presente di un’illusione

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Di Mic Decò                                                                         

Siamo nel settembre 1920,di fronte all'estendersi della serrata degli industriali, in modo particolare nel triangolo Milano-Torino-Genova,si manifesta una immediata e spontanea azione di occupazione da parte degli operai. Il fatto significativo è che la Cgl è all'oscuro di tutto, e solo il 1 settembre la Fiom emanerà una direttiva in cui invita gli operai a estendere l'occupazione-come misura difensiva-ove gli industriali dovessero tentare la serrata. Tuttavia, nella realtà, gli operai molto spesso decidono di occupare le fabbriche prendendo l'iniziativa, senza aspettare che gli industriali facciano la prima mossa. In questa fase è degna di rilievo la capacità comunicativa fra le varie realtà operaie in lotta, e anche il livello di controllo e autodisciplina dimostrate autonomamente da controlli e prescrizioni sindacali. Queste forze in lotta, agendo con rapidità e senza residui tentennamenti, anticipano le mosse dell'avversario di classe, spiazzando in tal modo la stessa dirigenza sindacale. Si può immaginare che da un luogo oscuro della coscienza di questi lavoratori, inizi a farsi strada l'idea che l'azione che stanno compiendo non è un semplice mezzo di pressione, volto a ottenere  miglioramenti contrattuali, ma una tappa di una vera e propria lotta di classe, in cui la posta in gioco è la conquista di posizioni forza(da cui muovere per successive e decisive azioni di conflitto). Risulta vagamente comico, in questo contesto, il comunicato della Fiom che recita testualmente: “Speriamo che la tenacia degli operai nel restare al loro posto di lotta e di sacrificio finirà con l'indurre gli industriali a fare altri passi verso la soluzione della vertenza”.

Gli operai in lotta si muovono seguendo un altra logica: autonomamente hanno occupato e presidiato fabbriche e altri luoghi di lavoro, continuando a farli funzionare, senza clamore, silenziosamente, estendendo la lotta alle altre categorie. “Si muovono di colpo, come un sol uomo, senza squilli di tromba, quasi in silenzio; sono loro ad occupare le fabbriche, a presidiarle, a farle funzionare, a emettere le prime disposizioni organizzative, ad allargare il raggio del movimento quando ancora i capi si chiedono se o no lasciarlo circoscritto ad una sola categoria...”(1)

 Infatti Cgl e Fiom resteranno ancora indecise per molto tempo sugli scopi ultimi dell'azione in corso, e sulle direttive da emanare. Ma intanto, dal 1 settembre al 4 settembre saranno quasi mezzo milione i lavoratori coinvolti nel movimento delle occupazioni degli stabilimenti metallurgici, chimici e tessili, in quasi tutta l'Italia. Bisogna però ricordare che l'ampiezza del movimento e la relativa facilità delle occupazioni, è favorita dall'astuta politica di ordine pubblico del primo ministro Giolitti. Nelle sue memorie scriverà ”Io fui allora accusato di non essere ricorso all'uso della forza pubblica per fare rispettare la legge e impedire la violazione del diritto privato...se poi fossi ricorso alla forza pubblica...ne sarebbe nato un vasto e sanguinoso conflitto”.(2). Al di là di ogni preoccupazione di natura morale sull'evenienza di un vasto e sanguinoso conflitto, Giolitti persegue in realtà una efficace strategia di normalizzazione del conflitto sociale, puntando sulla stanchezza e lo sfinimento degli occupanti, auto reclusi nelle fabbriche, e quindi irrilevanti come minaccia alla conservazione del centro politico-statuale del potere borghese.

In effetti , a posteriori, si può concludere che il primo ministro Giolitti abbia delle valide ragioni per

escludere azioni armate di ordine pubblico, egli è infatti convinto che fino a quando la protesta operaia resterà chiusa nelle fabbriche ,i pericoli per l'apparato statale borghese e il lavoro delle forze dell'ordine saranno decisamente ridotti. Solo nella malaugurata ipotesi che il movimento scenda nelle piazze e nelle strade, per scontrarsi direttamente con gli apparati di controllo e di repressione dello stato borghese, si porrà per il lungimirante primo ministro Giolitti la scelta inevitabile relativa all'uso della forza. La condotta di Giolitti è lineare e coerente con un pensiero conservatore-razionale che calcola i mezzi in vista del fine(per usare una formula di Max Weber),e quindi sceglie l'opzione di impiegare al minimo l'uso della forza, allo scopo di scongiurare il rischio che episodi di repressione poliziesca prematuri possano spingere il movimento di protesta ad uscire dalle fabbriche, finalmente alla ricerca dello scontro frontale con l'apparato statale esistente(scudo e spada del capitale).La coerenza di Giolitti non è invece rintracciabile nella teoria e nella prassi della dirigenza politico-sindacale socialista, che fino all'ultimo, pateticamente, continuerà a blaterare di lotte mirate al controllo sindacale sulla produzione, cogestione delle aziende fra lavoro e capitale, e miglioramenti retributivi. A un certo punto della farsa, sarà il segretario del partito socialista (Gennari),a proporre la strada della conquista ,con ogni mezzo, del potere politico, al fine di realizzare la socializzazione dell'economia. In un comunicato congiunto fra direzione Cgl e direzione socialista, datato 5 settembre 1920 si legge: “Qualora, per l'ostinazione padronale e per la violazione della neutralità da parte del governo, non si giungesse ad una soddisfacente soluzione del conflitto...viene proposto agli organi competenti che alla lotta sia in tal caso dato l'obiettivo del controllo sulle aziende per arrivare alla gestione e alla socializzazione di ogni forma di produzione”.

La linea di Gennari, faticosamente metabolizzata dal vertice sindacale, appare per un momento lievemente preponderante nel p.s.i dell'epoca, e tuttavia la sua sorte è quella di un fuoco fatuo, destinato mestamente a  scomparire con le prime luci dell'alba. Le ragioni concrete della  effimera sorte toccata alla proposta di Gennari, sono nelle caratteristiche specifiche del partito socialista dell'epoca, culturalmente e materialmente impreparato a costruire e guidare una rivoluzione proletaria(3).Incapace strutturalmente di proporsi come forza antisistema, la galassia politico-sindacale opportunista svolgerà, in alternativa, il più congeniale e comodo ruolo di ammortizzatore del conflitto sociale, orientando le spinte autonome della classe operaia verso i lidi sicuri della pacificazione e della riconciliazione con le esigenze del “sistema industriale nazionale”.

Ed è proprio quello che accadrà ,dopo un periodo di vane e risibili discussioni fra il velleitario segretario socialista Gennari e il gradualista segretario sindacale D'Aragona, peraltro entrambi prigionieri e attori ineguagliati nella commedia delle illusioni opportuniste.

Tornando ai nostri giorni è curioso notare come l'ingenua fiducia di taluni sindacalisti, verso le

chimere e le illusioni dell'ideologia dominante si conservi immutata nel tempo. Stiamo parlando di Giorgio Airaudo, responsabile auto Fiom , il quale in una intervista al quotidiano “Repubblica”, giovedì 1 novembre, rilascia le seguenti dichiarazioni: “I licenziamenti minacciati dalla Fiat non sono un'azione contro i 19 dipendenti, ma contro lo stato di diritto...ci aspettavamo che la Fiat applicasse le sentenze...non è un gesto contro di noi, ma contro i giudici. Quei lavoratori si sono rivolti alla magistratura. Lo hanno fatto come qualsiasi cittadino. Perché la legge deve valere anche nelle aziende. Questo almeno accade nel mondo occidentale”. Traspare con tutta evidenza, dalle risposte all'intervista giornalistica, l'idea ingenua che l'apparato statale, le sue leggi, il potere giudiziario e poliziesco che ne impone l'osservanza, siano, nell'attuale società capitalistica, una funzione neutra, al servizio imparzialmente del cittadino operaio e del cittadino capitalista. Cosa dire, già nel quinto secolo a.c, è Parmenide di Elea a ricordare che l'uomo comune è avviluppato nella doxa, il buon vecchio senso comune delle cose; ci penseranno poi i filosofi materialisti, nel terzo secolo a.c, a ribadire che l'uomo è misura di tutte le cose, e la verità prevalente è solo il punto di vista corrispondente agli interessi della persona o del gruppo sociale dominanti in un certo contesto spazio-temporale. Come si vede non c'è neppure bisogno di scomodare il pensiero marxista, per motivare il senso di meraviglia nei confronti delle convinzioni che trapelano dal discorso del sindacalista Fiom. Alla fine quelle ingenue convinzioni, tanto in sintonia con il buon vecchio senso comune delle cose, saranno smentite dal fastidioso dettaglio dei fatti reali e concreti, i quali raccontano come la Fiat continui a fare quello che ogni azienda capitalistica fa da sempre, e in barba a ogni sentenza giudiziaria estemporanea: licenziare, sfruttare, opprimere. Il sistema giudiziario, in ultima istanza, è solo uno degli organi nel corpo unitario della società capitalistica, e al  di là di ogni apparente contraddizione, non può mai minacciare realmente lo stesso organismo di cui è parte integrante, e da cui dipende la sua stessa esistenza. Abbiamo poc'anzi  rinverdito il termine desueto e fuori moda di società capitalistica, forse può essere interessante ricordare cosa scrive Marx, in una delle ultime opere, pubblicata postuma. In questo scritto, impiegando parole mai prima udite, definisce  come fame da lupi per il plus-lavoro la pulsione nascosta che si agita nel cuore bestiale del capitale. Lo ricordiamo, perché, in fondo, è intorno a questa pulsione famelica, alla base stessa dell'economia capitalistica, che viene costruito un apparato statale, magistratura compresa, finalizzato alla sua difesa. E così, come Alice nel paese delle meraviglie, i moderni eredi dell'opportunismo continuano a farsi irretire dalle sirene dell'ideologia borghese: il buon vecchio senso comune delle cose, duro a morire anche se ricorrentemente smentito dai fatti.


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