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Tempo libero dalla Fiat

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E’ chiaro che ogni impresa può produrre dove meglio conviene, può vendere in altri mercati e scegliere dove e come investire e da dove e quando sganciarsi. Funziona così, che piaccia o no. Poco importa se l’azienda è la Fiat, una delle imprese più sostenute dai fondi pubblici. Gli affari sono affari e se perdi da una parte puoi sempre andare altrove. Motivo per cui, a luglio Marchionne ha annunciato che una delle possibili soluzioni è quella di spostarsi verso l’America, ma poi, continuando il discorso, nuova virata in patria, si riapre qualche spiraglio con la richiesta di pace sociale negli stabilimenti e di altri incentivi che dovrebbero venire tanto dall’Europa quanto dai territori in cui sono piazzate le fabbriche. Così si innesca un nuovo giro di tavolo per la raccolta di nuovi aiuti, motivati da questo e quello, ma il problema rimane, e questo pesa in particolare sulle spalle di quelle migliaia di persone, operai/e, che per anni hanno subito il regime autoritario della produzione Fiat.

Per capirlo, spostiamoci a Melfi, davanti agli stabilimenti della Sata a fine luglio, al cambio turno delle 13.30. Gli operai con la nuova tuta bianco ghiaccio a maniche lunghe escono a frotte dal ventre della fabbrica. Hanno i visi stanchi quelli che escono dai tornelli prendendo al volo copie della Stampa e della Gazzetta del Mezzogiorno impilate nei contenitori di ferro proprio sotto la guardiola della sorveglianza e poi a passo svelto verso gli autobus. Qualcuno si ferma al volo a comprare verdura al camioncino di un ambulante, poi via verso l’autobus scambiando un saluto veloce con quelli in arrivo. Da ottobre lavorano tre giorni a settimana, il resto è cassa integrazione ordinaria. In fabbrica, regna la paura, spiegano alcuni. Paura che la Sata in cui sono entrati da giovani non abbia più bisogno del loro lavoro, e soprattutto paura di perdere il salario; di dover riciclare le proprie vite con i capelli imbiancati, i figli ancora da sostenere e mutui da pagare. In fabbrica il clima è teso, si lavora a testa bassa e si fanno previsioni sui primi espulsi in caso di esuberi.  I capi stringono la morsa, sorvegliano, sanzionano: è tornata la disciplina stretta che aveva dato linfa a quella protesta che bloccò la fabbrica per 21 giorni nella primavera del 2004, è quello che dice un operaio. In quegli anni la Sata produceva il triplo delle auto dell’ultimo anno; la produttività era tra le più alte così come il numero degli avvisi disciplinari. Adesso il mercato è in calo e in questo clima di paura e minacce le previsioni della Fiom, 2500 esuberi su circa 9000 occupati tra Sata e indotto, insieme con quelli di Marchionne sul calo delle vendite e quelli che girano di piazza in piazza alimentano un clima di incertezza e qualche ripensamento sulla reale utilità di quella grande fabbrica  per i lucani. Rispetto a dieci anni fa qualcosa è cambiato. Si è diffusa la consapevolezza che la fabbrica Fiat non è stata quel grande affare che si pensava e che forse per i giovani lucani degli anni ’90 si poteva chiedere e fare qualcosa di meglio. Anche se è difficile ammetterlo, soprattutto per quelli che vi avevano intravisto una “sfida per il Sud” più che una sfiga.  Sulla stampa locale, invece, le voci della politica e del sindacato ipotizzano scenari e soluzioni alla crisi: la svolta green; l’investitore straniero; gli incentivi dal petrolio all’azienda. Ipotesi non riportata dalla stampa locale è quella che a volte saetta dal basso: l’autogestione come nella crisi argentina del 2001.  Da fine luglio i tornelli resteranno fermi, gli operai e le operaie cambieranno ritmo, potranno svegliarsi e gestire la propria giornata fuori dalla linea; entrare nella dimensione del tempo libero da paraurti e avvitatori; stare lontani da quel lavoro che non ha niente di attraente se non quello straccio di salario. 

di E. Della Corte 

 


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