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Dall’Ilva alla Fiat: un mare di disprezzo per il Sud

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 31 luglio 2012 

Sotto il peso della crisi, la mongolfiera Italia rischia di precipitare e allora via alla revisione della spesa. Anche sul fronte della grande industria le cose non vanno diversamente. La Fiat capeggiata da Marchionne, visti i risultati rovinosi delle vendite in Europa, si prepara a ridurre la quota di investimenti e chiudere, forse, uno degli stabilimenti italiani. “Se il mercato europeo non cambierà ci saranno nuovi provvedimenti. Nel paese c’è uno stabilimento di troppo”, questo ha annunciato l’amministratore delegato della Fiat a luglio. E qui parte il toto chiusura: a quale stabilimento toccherà? Al Nord o al Sud? Quanti saranno gli operai in esubero? A chi toccherà di saltare fuori dalla linea di produzione?

Intanto a Detroit e in America Latina le cose vanno decisamente meglio e il manager ci tiene a metterlo in mostra per rimarcare che se in Europa le vendite di auto sono significativamente in calo, da altre parti la Fiat è in quota. Una soluzione c’è, aggiunge l’AD, quella di spostarsi verso l’America, ma poi improvvisamente riapre con la richiesta di pace sociale negli stabilimenti in Italia e d’incentivi che dovrebbero venire tanto dall’Europa quanto dai territori in cui sono piazzati gli impianti. Si annunciano 200 milioni di euro come obolo da Pomigliano, mentre quanto riuscirà ad offrire la Basilicata, è ancora da vedere, anche se sarà interessante capire chi deciderà, con quali criteri e prospettive, in merito a scelte che prevedono l’uso di fondi pubblici e, soprattutto, se saranno prese in considerazioni altre soluzioni, dopo i dovuti approfondimenti conoscitivi. Infondo, a volersi sforzare un po’, i soldi con cui si pensa di omaggiare l’azienda potrebbero essere usati in modo diverso, favorendo piani che rivalutino le risorse locali, e migliorino la vita di miglia di persone che al momento sono costrette ad accettare i lavori peggiori, quelli che nessuno si augurerebbe mai di fare a Taranto come a Melfi o a Crotone. In questo senso l’annosa vicenda dell’Ilva di Taranto, scoppiata a fine luglio, è solo uno dei bocconi avvelenati di quella politica del disprezzo che ha caratterizzato  l’industrializzazione del Meridione. Un processo la cui origine è da ricercare tra quanto è avvenuto tra ‘800 e ‘900; nelle scelte rapaci di un ceto politico-imprenditoriale poco interessato  alla vita delle persone e meno che mai alla bellezza dei paesaggi meridionali, come l’Ilva, Termini Imerese e molti altri casi dimostrano.  

In Basilicata, così come in molte regioni del Sud, di certo non mancano le possibilità di pensare una via alternativa, nonostante gli interventi predatori e gli sfregi prodotti negli anni dagli impianti industriali, dalla violenza con cui si è intervenuti sul patrimonio boschivo e sulle coste cementate a più non posso. Come? Puntando, ad esempio, sull’agricoltura a filiera corta, il recupero dei borghi, un turismo equilibrato, insieme a nuove forme di redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, vedi: reddito d’esistenza. Ma queste ed altre soluzioni non potranno darsi se non con la partecipazione attiva di sindaci e abitanti, soprattutto gli ultimi, da sempre esclusi dalla scena. Si tratta di cambiare marcia, di individuare una road map per uscire da questo campo minato in cui ci hanno condotto anni e anni di illusioni sviluppiste, predazioni e speculazioni economico-finanziarie. Il Meridione ha buone ragioni per chiedere un risarcimento danni per le violenze subite a colpi di retorica fumosa ed eserciti d’occupazione.

 

Certo, sulla scena della grande crisi è gioco facile far piazza pulita di diritti, minacciare la chiusura degli stabilimenti per raccogliere fondi e pace sociale anche se suona inevitabilmente come un ricatto, ma infondo il capitalismo funziona così. La solidarietà e la riconoscenza non la vai a cercare intorno al tavolo del poker. L’economia del benessere, è lontana da lì. Il discorso dominante, quello che il potere governativo cerca di imporre, è quello delirante, autoritario, fasullo, dei sacrifici utili per la crescita dietro cui alligna l’interesse del padronato. Un discorso di cui si fanno portavoce Napolitano, Monti e la sua band.

Una ricetta sbagliata che si vuole far passare come utile rimedio, nonostante le critiche mosse da più parti, per questa crisi che non trova soluzioni a portata di mano. Ma anche in questa imposizione del discorso dominante non c’è niente di nuovo. Il capitalismo si regge su una serie di giustificazioni ideologiche. E quella dello stare peggio per poi arrivare a stare meglio è una di quelle. Tanto virulenta da far cadere in trappola anche gli operai, i primi che dovrebbero reagire rifiutando i lavori nocivi, alienati, gravosi. Persone che avrebbero molte ragioni per ribellarsi al comando del regime di fabbrica e invece ne diventano sotto ricatto i difensori, a Taranto come altrove, solo perché il potere che li domina è abbastanza astuto per far scomparire dietro una cortina di menzogne l’emergere di qualsiasi alternativa a quella dell’industria che uccide.  

E’ lo spirito del capitalismo, di quello vecchio e di quello nuovo, che come aveva già messo in luce Weber necessita di una giustificazione etica esterna che ne sostenga il funzionamento oscurandone la violenza e il dominio sulla vita delle persone. Ed è così che il capitalismo spaccia per ineludibili, necessarie, addirittura auspicabili le sue scelte egoistiche finalizzate all’arricchimento di pochi tramite lo sfruttamento di molti. Solo quarant’anni fa questo discorso è stato messo fortemente in crisi dalle lotte di operai e studenti. Tra i lavoratori era condiviso un forte sentimento di disaffezione, rifiuto del lavoro, insubordinazione. Le mediazioni erano saltate, gli operai non si accontentavano più di occupare la casella che gli era stata assegnata sulla scacchiera dell’organizzazione sociale. “Vogliamo tutto” era il titolo di un libro di Nanni Balestrini e Alfonzo Natella, un operaio Fiat, che meglio descrive il clima di quegli anni. Ecco, vogliamo tutto, è diverso dal dire “accettiamo tutto”. Di buono, questa crisi una cosa c’è l’ha: ci sta aiutando ad aprire gli occhi, a mettere a fuoco, come chi dopo un’operazione alla cataratta arriva a vedere nitidamente, non solo l’egoismo implicito nel modo di produzione capitalistico e la miseria dilagante che questo produce, ma anche le brutture dei rapporti sociali che in questo allignano: opportunismo, cinismo, inautenticità nelle relazioni, passioni tristi. Do you know?. 

di E. Della Corte 


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