La violenza dei manifestanti e quelle del sistema capitalistico

Stampa

  

C’è un bel libro di Slavoj Žižek dal titolo La violenza invisibile. La tesi centrale è che  “Il capitalismo globale in cui viviamo non mette bombe, ma è più violento di guerra e terrorismo”. Tuttavia, proprio per la sua “invisibilità”, questa forma di violenza non è immediatamente identificabile. Tra le violenze, infatti, il nostro occhio è abituato a riconoscere e stigmatizzare quella visibile della devastazione, dello scontro armato, della lotta fisica, il colpo di manganello che fa saltare i denti, i volti tumefatti; quella degli uomini in divisa che circondano il manifestante e continuano a colpirlo, anche quando è a terra, vinto, chiuso in posizione fetale per parare i calci.  In genere la violenza che risalta in primo piano è quella di chi sfonda la vetrina, incendia l’auto, e lancia come un discobolo l’estintore. Ecco, i violenti sono lì, ben visibili dinanzi ai nostri occhi. Possiamo vederne le fattezze, i colori, seguirne i movimenti, ricercarne le foto attraverso un concorso alla delazione in rete, con tanto di taglia-premio. E scopriamo che sono persone ordinarie, con vizi ordinari, nostri simili.  Gli attori sono visibili e delle loro azioni si possono calcolare i danni.  Tutto si complica, invece, nel momento in cui ci muoviamo verso altri tipi di violenza, meno appariscenti ma non per questo meno  dannose.  Eppure se scorriamo velocemente tra i ricordi, la violenza che si fa spazio per prima è quella tangibile, ed è prima di tutto un’esperienza  sensuale. Si riconosce più a fatica, invece, quella del linguaggio e quella iscritta nel sistema sociale. Subire il potere di un sistema economico e politico ubriaco che produce disagio sociale non sembra una violenza, ma un caso, il frutto di congiunture negative e cui dobbiamo tutti mettere riparo: la crisi prodotta dalle speculazioni sui mutui sub-prime, per esempio. Le ricette sono quelle standard: riduzione della spesa pubblica, tassazioni, cancellazione dei diritti e così via. Terrorizzare i cittadini-consumatori, farli sentire in pericolo e responsabili della bancarotta mondiale è lo strumento più efficace per introdurre riforme strutturali la cui efficacia è dubbia, tanto che gli stessi economisti che non si sono ancora bevuti il cervello segnalano che i tagli in fase di recessione ai ceti medi sono una grossa idiozia. Per gli altri, si può andare avanti così sorvolando su un paio di aspetti rilevanti. Politica monetaria, rapporto tra stato e mercato, regolazione del capitale finanziario, relazioni sindacali, precariato a go go, sono questioni che restano lì sospese, nonostante tutto. Insomma i motivi per indignarsi, ognuno a suo modo, non mancano.    La repressione dell’indignazioneDopo la manifestazione degli indignati, il 15 ottobre a Roma, uno dei politici più folcloristici del panorama italiano, avvezzo alle manette, ha invocato il ritorno delle leggi speciali. Come spesso avviene con le scempiaggini la proposta è stata discussa per un po’, fino ad arenarsi insieme con l’introduzione di una tassa per i manifestanti. In circolazione, invece, sono rimaste le dichiarazioni di condanna e la corale presa di distanza dai  violenti di piazza san Giovanni  da Vendola a Landini fino al prode Scillipoti. I manifestanti sono stati appellati in tutti i modi: criminali, terroristi, teppisti, e via con una lunga lista di sinonimi. Anche la storia della statua della madonna è tornata più volte alla ribalta, anche se non è riuscita a bucare più di tanto. In continuazioni sono state riproposte le immagini delle camionette lanciate in circolo, le fiamme, i cappucci neri, l’estintore. Si è lasciata passare così la menzogna che a piazza San Giovanni c’erano i mostri, quelli che il movimento dei buoni non ri-conosce, e non gli stessi indignati, i precari e tutti quelli che non se la passano tanto bene. Le stesse parole spese per il povero “er pelliccia”, divenuto icona della devianza giovanile per la foto che lo immortala nell’atto di lanciare l’estintore, risentono di un clima politico allucinato, che preferisce non fare i conti con la rabbia collettiva. Che Maroni faccia il suo discorsetto a baffo teso sulle misure esemplari da adottare contro i ribelli non desta meraviglia, perché per lui, quelli come Alemanno e molti dei politici di professione, non è con il consenso ma con la forza e la paura che si governa il popolo. Ma in una situazione di crisi conclamata, con la scure di ulteriori manovre taglia-tutto alle porte,  proibire e blindare città e palazzi  serve veramente a poco.  Così come serve a poco e niente spacciare il governo del tecnico-economista Monti come rimedio utile in tempo di crisi. Si sta solo abusando delle figure dei cosiddetti tecnici, questa volta in veste di curatori fallimentari, gli stessi che prima hanno sostenuto la finanza creativa e i giochi speculativi, per far ingoiare agli italiani i prossimi anni di ristrettezze. Non a caso, in questi giorni, i media  riportano i pensierini degli economisti di regime per educare il buon cittadino-consumatore alla rassegnazione. Se i mercati finanziari hanno dato il là alla crisi del 2007 con la bolla dei mutui, come si può  tornare dai cittadini-consumatori e chiedergli di farsi in quattro per riacquistare la fiducia dei mercati?  In pratica è come dire a qualcuno di andare a curarsi l’ulcera dallo stesso medico che sbagliando gli aveva prescritto  un’aspirina effervescente, aggravando il male; oppure, per fare un altro esempio, è  come consigliare ad un ex-sequestrato che soffre di ansia post-traumatica da stress di rivolgersi per un consulto al sequestratore. A patto di non aver perso il principio di realtà si capisce che la ricetta sacrifici-sviluppo- crescita non sta in piedi e semmai si dovrebbe far precedere il termine crescita, ripetuto come un mantra in questi giorni quasi a scongiurare con le parole la fine dell’illusione turbocapitalista, con il suffisso post: post-crescita, quindi. Ma cosa vuol dire post-crescita? A spiegarlo è Fabris  in un libro dal titolo La società post-crescita, dove l'autore immagina un nuovo tipo di crescita che presuppone nuovi stili di vita e partecipazione.  Al momento è chiaro che dai piani alti non verranno grandi cose, con o senza il curatore fallimentare Monti. E’ piuttosto da quelle migliaia di persone indignate in piazza, buoni e cattivi, post-traumatici e non, e nella pratica diffusa della democrazia diretta  che si intravede un mutamento nel comune a-venire.    

 


Condividi su Facebook